Il Cio vieta allo skeletonista ucraino Heraskevych di indossare il casco con le immagini degli sportivi suoi connazionali rimasti vittime della guerra. Eppure le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina si erano aperte proprio con un appello alla pace…
Un casco può proteggerti da molte cose, dall’ipocrisia no. Che male avrebbe fatto (che comunque ha detto che lo farà lo stesso) Vladyslaw Heraskevych, ragazzo ucraino e prossimo competitor nella disciplina dello skeleton ai Giochi in corso, belli e sparpagliati, di Milano-Cortina 2026 indossando su quella specie di slittino a pancia sotto il casco che si è fatto predisporre per l’occasione della mondovisione? Perché un conto è se piangi gli amici morti in guerra con i vicini di casa (ammesso che la casa tu l’abbia ancora e non te l’abbiano bombardata un drone di Putin o un missile di Netanyahu fa lo stesso), un altro è se cerchi di rendere un po’ più sensibili due miliardi e mezzo di spettatori che sono vanto dello show olimpico (abbassate l’audio la prossima volta…).
Il precedente di Pechino 2022
È quel che voleva (e vuole) fare il 27enne di Kyiv che da adolescente saliva sul ring ma poi scoprì lo skeleton. Aveva fatto qualcosa di simile quando i morti in guerra (e di guerra, perché è stata questa che è andata a trovare loro) non c’erano ancora: a Pechino 2022 sventolò uno striscione sul quale aveva stampato “No War in Ukraine”. La guerra, e nemmeno, come la chiamò Putin, l’“operazione militare speciale”, che se non è zuppa è pan bagnato, erano cominciate.
L’ossessione della neutralità
Perciò il Cio (Comitato Internazionale Olimpico), ben attento a non sgarrare d’un centimetro dalla sua “neutralità” e dalla sua regola 50 che vieta manifestazioni politiche nei suoi luoghi di gara poté non intervenire: non era un urlo politico, era un appello di pace. La guerra cominciò quattro giorni dopo quattro anni fa.
A Milano-Cortina 2026
Questa volta Vladislaw ne ha pensata un’altra, ancora più bella e commovente: si è fatto fare un casco sul quale spiccano i volti serigrafati dei tanti sportivi ucraini che sono stati raggiunti da uno degli “intelligenti” strumenti di morte russi. Un gesto da emozionarsi, come quel sollevatore di pesi tedesco Matthias Steiner, che sul podio di Pechino 2008 tirò fuori dalla tuta la foto di sua moglie Susann, morta di cancro poco prima perché le aveva promesso l’oro e la voleva con sé.
Le vittime della guerra
I volti sul casco di Heraskevych sono otto. Raffigurata era innanzitutto la sollevatrice di pesi Peredugova, uccisa a 14 anni a Mariupol (ricordate il battaglione Azov, il teatro con migliaia di rifugiati massacrati come i bambini di Gaza?). Il campione di strongman Ischenko che chiamavano “Wild Man”. L’hockeysta Loginov che parava ogni tiro avversario ma non parò quello del cecchino russo. Il sollevatore di pesi Kononenko, il tuffatore Kozubenko, il campione di tiro a segno, il 31enne Habarov. Ancora, la ballerina di danza sportiva Daria Kurdel che fu sepolta dalle macerie di casa. Il biathleta 19enne Malishev, che stava consegnando aiuti umanitari. E, ha detto Vladislaw indicandolo, «Dmytro Sharpar, il pattinatore, mio compagno di squadra, gli volevo bene».
La Spoon River del ragazzo di Kyiv
Lo skeletonista ucraino non ha promesso niente: li voleva solamente con sé quegli amici o colleghi, e voleva, con questo suo “casco della memoria” che è stato anche chiamato “lo Spoon River del ragazzo di Kyiv” (è l’antologia di quelle poesie in forma di epitaffio nelle quali Edgar Lee Masters dipinge i cittadini dell’immaginaria Spoon River: ma l’Ucraina non è immaginaria), dare una scossa al mondo. Il casco è il punto più inquadrato in una gara di skeleton, nella quale gli atleti vengono a giù a testa avanti. Più d’uno step on foot calcistico. Più, certamente, di Ghali e della poesia di Rodari che sarebbe stato, riuscendo a vederlo almeno quanto i capoccioni da Carnevale di Viareggio di Verdi, Rossini e Puccini, uno dei momenti più alti dell’apertura di San Siro. Così ha cercato di portare il casco e la memoria fin dalla prima prova cronometrata.
Il no di Federazione e Cio
E subito pacifico tentativo è stato rintuzzato dalla Federazione internazionale: proibito fare politica. Ma, come si dice, “se tu non ti occupi di politica, la politica si occuperà di te”. Vladislaw non ci stava e si appellava al Cio che lì per lì prendeva tempo: non abbiamo ricevuto il casco per l’omologazione. Vladislaw, però, è un tipo testardo: l’ha presentato. Ora non ci si poteva più nascondere né fare tutte insieme le tre scimmiette del “non vedo-non parlo-non sento”. E così il Cio ha detto il suo no al casco in pista. Se lo skeletonista vuole può portarlo in zona mista o in altri luoghi dove non si compete, ma non sui campi di gara.
La pace solo declamata
Che sono quelli che le tv trasmettono al mondo intero e dove si distinguono in modo ferreo i detentori dei diritti televisivi e gli spazi degli sponsor: gli spazi della pace no. Tanto che si lasciano gareggiare i russi sotto mentite spoglie di neutrali indipendenti, gli israeliani sotto quelle autentiche della casa e tutti gli altri belligeranti del mondo sotto le loro (a dire la verità a sospenderli tutti le Olimpiadi le farebbero in quattro gatti). E la pace rimane una bella parola di cui riempirsi la bocca ma non le immagini televisive e il casco va bene se è la simpatica tigre della grande Federica Brignone o l’album di bandiere (Russia compresa) di Fischnaller: se è un grido insieme sommesso e lancinante allora no. Almeno finché non diventerà un oggetto di culto o di marketing…


















