11 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

10 Feb, 2026

Boldrin: «Sull’energia Europa troppo timida»

Il professore di Economia a Washington Michele Boldrin commenta le politiche europee in ambito energetico


«Siamo dove eravamo un anno e mezzo fa». Michele Boldrin, professore di economia alla Washington University di St. Louis nel Missouri, Usa, è lapidario sullo stato di attuazione dei rapporti Draghi e Letta da parte dell’Ue. In vista dell’incontro di domani tra i leader europei su competitività e mercato unico, Boldrin evidenzia diversi problemi: «Il fattore chiave della manifattura è l’energia, ma l’Europa è troppo timida sul nucleare e ha distrutto l’economia interna dei motori a combustione a vantaggio di altri. Il risultato? I cittadini sono convinti che il nucleare sia Satana, mentre non si capisce che elettrificare il trasporto su macchina influisce ben poco sulle emissioni di gas serra».

La transizione nucleare aiuterebbe di più?

«Certo, se Italia, Germania e Spagna avessero evitato di suicidarsi sul nucleare oggi la riduzione delle emissioni sarebbe superiore. Inoltre, il nucleare abbassa i prezzi dell’energia. Infatti la Francia ha di gran lunga i costi più bassi».

Poi c’è l’ostacolo della regolazione…

«Il testo sull’industria appena rilasciato dal ministero italiano del made in Italy è un disastro: adotta proposte retrograde e raffazzonate, basate sui sussidi di stato. Ma per aiutare la competitività serve la produttività sistemica e un meccanismo concorrenziale. Come quello adottato negli Usa e in Cina».

Ma le aziende elettriche cinesi non sono super-sussidiate?

«Non lo sono più da una decina d’anni. All’inizio il sussidio era rivolto alla ricerca di base. Nella seconda fase il sussidio si è spostato alle province dove il settore pubblico ha acquistato una gran quantità di veicoli elettrici. Oggi in Cina vige una concorrenza spietata che ha provocato infatti la chiusura di molte aziende».

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E i paesi europei che fanno?

«I paesi europei rifiutano questa logica spietata: dovrebbero ammettere che ci sono aziende che fanno meglio e dominano e altre che fanno peggio e chiudono. Preferiscono tenere in piedi le imprese che non funzionano. Ma sbagliano».

L’altro fronte è lo sviluppo tecnologico….

«La superiorità tecnologica di Usa e Cina poggia su un sistema di ricerca più efficiente. I paesi europei dovrebbero trasformare il sistema universitario nella direzione del modello che nel secolo scorso ha permesso agli Stati Uniti di crescere. Ma nessuno di loro sembra volere un sistema universitario all’altezza: i rapporti Letta e Draghi sono espliciti su questo punto».

La Commissione Ue ammette che tra il 2023 e il 2024 la quota del commercio di beni scambiati tra gli stati membri è calata…

«La riduzione può essere dovuta alle barriere al commercio o al fatto che è diventato più conveniente comprare certi beni fuori dai confini europei. Per esempio, l’aumento del mercato delle macchine elettriche ha accresciuto l’importazione dall’estero. Pure nel settore dei servizi avanzati siamo acquirenti di prodotti americani. Infine, il mercato agricolo: diamo tanti sussidi totalmente inefficienti all’agricoltura ma continuiamo a importare da Nord Africa e Sudamerica».

Come valuta gli accordi con il Mercosur e l’India?

«Alleluja! Finalmente passi nella direzione giusta».

Crede sia necessario progredire sul piano della fiscalità comune a livello europeo?

«No. Che l’unione si faccia emettendo debito pubblico è un’idea statalista che rallenta la crescita economica. La chiedono tutti senza capire il valore sistemico della concorrenza fiscale, utile per stimolare la riduzione della spesa. Accusiamo Irlanda, Polonia e Olanda di essere dei paradisi fiscali, ma la spesa pubblica controllata ha permesso a questi paesi di crescere: dopo il crollo dell’Urss l’economia della Polonia era inferiore alla più bassa delle regioni italiane, ma tra poco sarà a livello dell’Italia. Se attraiamo capitale per fare spesa pubblica lo sottraiamo alle attività produttive: l’Italia è un perfetto esempio di questa politica. Serve invece una riduzione della spesa pubblica di tutti gli stati per liberare risorse».

Draghi spinge per un federalismo pragmatico basato sulle cooperazioni rafforzate tra i paesi europei. È la strada giusta?

«Io sono federalista ma l’Europa federalista non vuol dire progressivo accentramento. Al centro bisogna portare solo ciò che non si riesce a fare a livello statale: difesa, politica estera, regole della libera circolazione».

Qual è il compito dei paesi membri?

«Deregolare ed evitare sussidi a imprese decotte. Con un sesto di quello che elargiamo a un’agricoltura strutturalmente improduttiva potremmo costruire un sistema universitario capace di attrarre 10 mila scienziati impiegati in America ma di origine europea: 10 miliardi l’anno per un cambiamento enorme, capace di ridurre il vantaggio tecnologico americano».

Come giudica le politiche del governo e l’atteggiamento dell’opposizione sulla competitività?

«La sinistra vive nel mondo delle favole: racconta fantasie e insegue obiettivi privi di significato. Ha perso il senso della realtà e non ha nulla di dire. Il centrodestra ha una componente nemica dell’Europa – Lega e parte di Fratelli d’Italia – che flirta con il putinismo e il trumpismo e, in generale, mostra resistenza al cambiamento: rappresenta un pezzo del paese che vuole mantenere status quo e privilegi che danneggiano l’Italia».

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