11 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Feb, 2026

La speranza di un’alleanza europea e il ruolo dell’Italia

In una fase in cui i leader delle grandi potenze europee non godono di grande prestigio, Meloni può prendere l’iniziativa (accompagnata da Draghi)


Giorgia Meloni ha la possibilità di far sì che il Consiglio europeo di domani, a cui sono stati invitati Mario Draghi e Enrico Letta in quanto autori dei report commissionati da Ursula von der Leyen rispettivamente sul rafforzamento della competitività e del mercato unico comunitario – tanto applauditi quanto dimenticati – sia un’occasione storica. Quella non solo di acquisire la piena consapevolezza della stringente necessità di compiere un decisivo salto di qualità nella trasformazione in senso federale dell’Europa, ma anche di fare un atto concreto in questa direzione, a cominciare dalla formulazione di una road map precisa e vincolante.

Ma attenzione: al Consiglio di giovedì prossimo parteciperanno tutti i 27 Stati membri dell’Ue, mentre il primo passo verso una maggiore integrazione non può che compierlo un più ristretto numero di proponenti. In altre parole, mettere mano ai Trattati significa scriverne uno nuovo per fondare quella che mi piace chiamare “Alleanza Europea”, e solo in un secondo momento modificare quello vigente, ancora fermo al primo ostacolo, il superamento del principio dell’unanimità delle decisioni. È la logica delle “due velocità”, che Draghi sembra aver pienamente sposato.

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Il federalismo pragmatico


Ma resta un decisivo nodo da sciogliere: si fanno tanti accordi su singoli temi, magari con alleanze a geometria variabile, o se ne fa uno largo, che delinei davvero un’Europa più ristretta ma più compatta e quindi politicamente più forte? Draghi, segnalando le debolezze comunitarie nella difesa, politica industriale e affari esteri, e avendo parlato di “federalismo pragmatico” (“dobbiamo intraprendere i passi attualmente possibili, con i partner che lo desiderano, nei settori in cui è possibile compiere progressi”, sono le sue parole), sembra andare nella prima direzione. Forse più facile (meno difficile) da realizzarsi, ma certo più debole. Specie se s’intende far viaggiare questo progetto europeo parallelamente a quello indicato da Carney di ridisegno dell’Occidente orfano dell’America di Trump.

Certo i Volenterosi, la coalizione che ha messo insieme paesi europei e non, sono nati su un tema specifico, quello della sicurezza, e in particolare il sostegno militare all’Ucraina per fermare i disegni neo-imperiali (nel senso di sovietici) di Putin. Ma la strada indicata da Carney è, appunto, il superamento dell’esperienza, pur importante, dei Volenterosi a favore di una “Alleanza Occidentale” ben più strutturata e articolata. Per la quale occorre una e solo una Europa di serie A. Per questo sarebbe importante che il vertice Ue nel castello di Alden Biesen, anche grazie alla sua modalità informale, potesse come prima cosa traguardare a brevissimo un altro incontro, che coinvolga Carney, il primo ministro britannico Starmer e i leader di Norvegia, Giappone e Australia.

Limiti e possibilità dei leader europei


Detto questo, resta da capire chi fa il primo passo, e come lo fa. Escludendo che a porre sul tavolo la questione possano essere i sovranisti (palesi o travestiti che siano), ed immaginando che gli egoismi personali impediscano ai vertici comunitari di andare oltre parole di circostanza, perché le “due velocità” li azzopperebbero, non restano molte altre possibilità. Sulla carta l’uomo giusto per fare la proposta giusta sarebbe Macron, ma la debolezza che gli deriva dalla precarietà della situazione politica francese, e il doppio errore di mettersi di traverso all’approvazione dell’accordo commerciale con i paesi del Mercosur, subendo la pressione della lobby degli agricoltori, e aver allentato l’asse franco-tedesco, rendono improbabile una sua sortita, o la renderebbero fragile qualora la dovesse fare.

Stesso discorso vale per il cancelliere tedesco Merz: debole in casa e sul piano europeo condizionato dal persistere di vecchi pregiudizi, come la contrarietà al debito comune, che invece non può che essere uno degli architravi su cui poggiare il passaggio ad un’Europa federale. La Spagna, poi, è forte dei risultati ottenuti dalla sua economia – cresce di gran lunga di più in tutto il Vecchio Continente – ma il governo Sánchez è politicamente troppo precario per mettersi alla testa di un’iniziativa “rivoluzionaria”, che sarebbe come e più di quella che nel 1999 portò alla creazione dell’euro.

Il ruolo dell’Italia


Resta dunque l’Italia, che avrebbe titolo come nessun altro a indicare un proprio cittadino, già capo del governo e personalità dal prestigio ineguagliato in Europa, come colui a cui affidare l’incarico di scrivere una pagina di storia così eccezionale. Per di più, è notorio che, pur con alti e bassi, tra Meloni e Draghi ci sia stato e continui ad esserci un buon rapporto, non convenzionale.

Ma mentre sono pronto a scommettere che la presidente del Consiglio non avrebbe alcuna difficoltà, anzi, a indicare e far votare dalla sua maggioranza (ammesso che rivinca le elezioni nel 2027) Draghi come possibile successore di Mattarella nel gennaio del 2029 – consentendo a lui di prendersi una clamorosa rivincita e mettendo se stessa nella condizione di evitare scelte sciagurate pescando nel proprio stagno – non sono affatto sicuro che Meloni intenda affermare che non solo l’Italia ha deciso di far parte del gruppo dei paesi fondatori della nuova “Alleanza Europea”, ma che offre anche il suo cittadino più autorevole candidandolo a gestire questo delicato processo.

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Meloni e la Casa Bianca


Eppure, sarebbe, per Meloni e per il nostro Paese, una scelta di grandissima lungimiranza. S’intesterebbe un’operazione di valenza storica e darebbe ragione a coloro che sostengono la tesi di un radicale cambio di rotta meloniano nei confronti della Casa Bianca. Un parere che si fonda sulle indubbie capacità tattiche della presidente del Consiglio. E in effetti qualche segnale in questa direzione c’è stato, dal secco giudizio sulla Groenlandia pronunciato direttamente, alle parole fatte filtrare da palazzo Chigi sui fatti di Minneapolis e i metodi dell’Ice (“non appartengono al bagaglio professionale e culturale delle forze di sicurezza italiane”, mentre “il governo ha una posizione ferma e di condanna davanti alle violenze e agli omicidi”), fino a dover bollare come “inaccettabile”, seppure con un ritardo di due giorni che mostrava tutto l’imbarazzo in cui si era ritrovata, l’insulto di Trump ai soldati europei impiegati e morti in Afghanistan.

I limiti della strategia della premier


Il fatto è che, nello stesso tempo, continuano i momenti di segno opposto. Ultimo, l’incontro tra Meloni e Vance a Milano in occasione della cerimonia inaugurale delle Olimpiadi, al termine del quale palazzo Chigi ha voluto enfatizzare lo stato idilliaco delle relazioni bilaterali tra Italia e Stati Uniti. D’altra parte, lo sappiamo, la fedeltà euro-atlantica di Meloni, così come la sua vicinanza ideologica al mondo Maga, non è un semplice machiavellismo ma l’architrave fondamentale della sua strategia politica, insieme con l’idea di scongiurare ulteriori cessioni di sovranità nazionale e lasciare alle strutture comunitarie solo compiti rognosi come la gestione dell’immigrazione.

Un impianto politico-culturale a cui, con furbo pragmatismo, Meloni ha imposto freni e limiti dopo essersi accorta che governare è altra cosa che fare propaganda, e dopo aver visto i sondaggi che segnalano l’indignazione della gran parte degli italiani, compresi quelli che hanno votato a destra, verso gli atteggiamenti brutali e pazzoidi di The Donald. Ma a cui resta devota, visto che il suo cambiare idea non è mai stato frutto di un vero (e inevitabilmente sofferto) revisionismo. Come dimostrano il suo reiterato “no alla cancellazione dell’unanimità nella governance Ue” e il “no al ricorso allo strumento anti-coercizione” (il bazooka commerciale che colpirebbe interessi americani vitali, la cui sola evocazione da parte della Ue si dice abbia fatto fare marcia indietro a Trump sulla Groenlandia).

Lo stimolo di Carney

Posizioni che inducono Bruxelles e molte cancellerie continentali a considerare inaffidabile, o non pienamente affidabile, l’Italia. Ragione di più, se davvero Meloni si è incamminata su una strada che la porta lontano da Trump (“la fine delle illusioni”, qualcuno la chiama), per lanciare la proposta Draghi, domani al vertice europeo. Una mossa che potrebbe rendere credibile quel giudizio che circola in taluni ambienti, fin qui del tutto azzardato, di una Meloni diventata non solo “moderata” ma “democristiana” o addirittura “degasperiana”. Mossa in assenza della quale, non resterebbe che a Draghi stesso di farsi avanti. Il che contrasterebbe con la sua indole e la sua storia. A meno che a spingerlo – magari pubblicamente – non sia il suo vecchio amico e collega Carney, con un suadente “Dear Mario…”.

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