12 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

11 Feb, 2026

Zichichi, lo scienzato che nell'universo vedeva l'orma di Dio

Antonino Zichichi, morto ieri a 96 anni, ha saputo conciliare nella propria opera ricerca scientifica, fede religiosa e divulgazione


Con la scomparsa di Antonino Zichichi, morto ieri all’età di novantasei anni, il mondo della scienza italiana e internazionale perde uno dei suoi protagonisti più importanti. Fisico delle particelle, divulgatore e figura di riferimento nella riflessione sul rapporto tra conoscenza empirica e dimensione religiosa, Zichichi lascia un’ampia eredità di studi, dibattiti e provocazioni culturali che continueranno a stimolare il pensiero critico nei decenni a venire.

Nato a Trapani, si è formato in fisica all’università di Palermo e ha lavorato in alcuni dei più importanti centri di ricerca mondiali, come il Fermilab di Chicago e il Cern di Ginevra. Fu protagonista di importanti esperimenti sulla fisica subnucleare, tra cui l’osservazione dell’antideutone – una particella di antimateria composta da un antiprotone e un antineutrone – negli anni Sessanta. Nel corso della sua carriera ha ricoperto ruoli di primo piano in istituzioni scientifiche internazionali, tra cui la presidenza dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare e della Società Europea di Fisica. Ha inoltre fondato e diretto il Centro di Cultura Scientifica “Ettore Majorana” a Erice, uno spazio prezioso per la formazione e lo scambio culturale tra ricercatori.

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La divulgazione della scienza

Ciò che ha reso Zichichi un volto riconoscibile al di fuori del perimetro della ricerca accademica è stata la sua intensa attività di divulgazione scientifica, cominciata molto prima che la svolta digitale la rendesse pane quotidiano della comunicazione di massa (non sempre di buona qualità). Autore di numerosi libri, interventi pubblici e confronti televisivi, ha saputo parlare di fisica e di metodo scientifico a un pubblico ampio, con uno stile suggestivo ed appassionato, alternativo alla complessità dei tecnicismi specialistici, ma non per questo meno competente. Al centro delle sue preoccupazioni, stava il desiderio di esplorare il rapporto tra scienza e fede.

Tra luce e oscurità

Per il cattolico Zichichi, l’attività del laboratorio e la scelta del credente non dovevano essere considerate rivali, ma espressioni complementari di un’unica ricerca umana profonda, che si esprime su due piani: nel primo siamo impegnati a decifrare l’immanente con gli strumenti del metodo empirico; nel secondo siamo impegnati a interrogarci sul trascendente, vale a dire su ciò che la scienza non può comprendere (nel senso proprio di “tener dentro di sé”), perché supera le sue legittime possibilità, ma a cui tuttavia il pensiero umano può aprirsi, spinto dalla fede.

L’universo, infatti, ha spiegato Zichichi, porta in sé le “impronte” di Colui che lo ha fatto: proprio lo scienziato, che indaga le cause dei fenomeni, può scorgervi tale logica. Se Blaise Pascal una volta ha detto che c’è abbastanza luce per chi desidera credere, e abbastanza oscurità per chi ha una disposizione opposta, Zichichi è colui che ha invitato a guardare la luce. In questa prospettiva, secondo molti dei suoi scritti e discorsi, il metodo galileiano non è in contraddizione con l’idea di un Creatore, perché è nato — nelle sue parole e nella storia — dalla certezza di poter scorgere nell’universo una logica sottostante che rimanda a un senso ultimo.

I punti controversi

Tuttavia, è necessario segnalare con onestà intellettuale che alcune delle sue posizioni critiche, in particolare nei confronti della teoria dell’evoluzione darwiniana, sono state oggetto di aspre discussioni tra gli studiosi. Zichichi ha sostenuto che la spiegazione scientifica dell’evoluzione — in particolare per quanto riguarda l’origine e lo sviluppo delle specie viventi — non possiederebbe una base matematica e sperimentale così solida da meritare il titolo di “scienza” nel senso più rigoroso del termine. Questa visione è ampiamente contestata dalla comunità scientifica, che considera l’evoluzionismo sostenuto da un vasto corpus di evidenze in biologia molecolare, genetica e paleontologia. Per la verità, Zichichi non approvava neppure un creazionismo ingenuo, disposto a ricusare del tutto il paradigma dell’evoluzione.

Personalmente, pur rispettando profondamente l’impegno di Zichichi, nella querelle sull’evoluzionismo tendo a stare dalla parte dei suoi critici. In aggiunta, certe sue argomentazioni sul rapporto scienza-fede mi sono talvolta sembrate eccessivamente “concordiste”.

Il rifiuto del dogmatismo

Ma è altrettanto importante, al di là dei singoli temi, salvaguardare il merito del suo tentativo culturale: quello di non chiudere la scienza in una sua autosufficienza autarchica — riconoscendo, senza equivoci, che la razionalità sperimentale è un pilastro imprescindibile della conoscenza umana — e di non relegare la fede a un sentimento interiore irrazionale. Per chi contempla l’esistenza come un intreccio tra ciò che rientra nell’orizzonte dello sperimentabile e ciò che desideriamo comprendere oltre i fenomeni, una fede che non si confronta con la ragione, anche quella scientifica, rischia di diventare mera emozione, che può arrivare a flirtare col fondamentalismo; e una scienza che abbraccia il riduzionismo immanentista non solo come mossa metodologica (legittimo anzi necessario), ma come opzione metafisica non dichiarata, rischia di cadere in un dogmatismo simmetrico.

Zichichi, per decenni, ha cercato di tenere aperto questo ponte: non tra dogmi inconciliabili, ma tra due modi di interrogare la realtà che possono, se ben compresi, arricchirsi reciprocamente, pur senza nascondersi i problemi. In un tempo segnato da polarizzazioni nette e da tensioni culturali sempre più acute, questa eredità — nella sua complessità — resta un invito a non rinunciare alla profondità, alla curiosità e all’onestà del pensiero critico.

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