9 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Feb, 2026

Alekseev, attentatore arrestato. Ucraina-Russia, ora nuovi negoziati

La Russia arresta l’autore dell’attentato allo 007 di Putin e un suo complice. Nelle prossime ore nuovi negoziati con l’Ucraina. L’obiettivo del presidente americano Trump resta un accordo di pace entro giugno, ma le incognite restano ancora molte


«Gli Stati Uniti hanno dato a Ucraina e Russia una scadenza a giugno per raggiungere un accordo per porre fine alla guerra. Se la scadenza non verrà rispettata, il presidente Trump probabilmente farà pressione su entrambe le parti». Lo ha detto l’altra sera Volodymyr Zelensky ai giornalisti, chiarendo che una trattativa esiste, ma procede sotto traccia, su binari riservati e in un clima di tensioni crescenti.

L’Ucraina sotto le bombe

In Ucraina, dunque, il negoziato continua a strisciare sotto i droni che calano inesorabili su città e civili. Un processo fragile, intermittente, esposto a continui tentativi di sabotaggio. A scuotere il tavolo è stato il tentato omicidio di venerdì scorso contro il tenente generale Vladimir Alekseev, numero due dell’intelligence militare russa, gravemente ferito a colpi di arma da fuoco nell’edificio dove risiede a Mosca. Alekseev è uno snodo centrale dell’apparato militare russo, parte di quell’élite bellica che tiene insieme guerra convenzionale, intelligence e controllo dei territori occupati. La sua carriera attraversa Donbass, Siria, i referendum di annessione e la costruzione della rete Wagner. Colpire lui significa colpire il centro del potere militare del Cremlino.

L’arresto a Dubai

Nella giornata di ieri la mano dei servizi di sicurezza russi si è mossa. Le autorità di Mosca hanno individuato e arrestato il presunto attentatore, Lyubomir Korba, a Dubai, ottenendone la consegna alla Federazione Russa con l’assistenza dei servizi degli Emirati Arabi Uniti. Non si tratta solo di un fatto investigativo: in un momento di massima tensione sul piano dell’intelligence, l’operazione segnala che alcuni canali continuano a funzionare. Vladimir Putin ha espresso la soddisfazione del Cremlino con una telefonata di ringraziamento al presidente emiratino Mohammed bin Zayed. Un passaggio che fotografa una dinamica ormai strutturale: mentre il confronto politico resta bloccato, la cooperazione tra apparati di sicurezza non si è interrotta.

Mosca accusa Kiev

Mosca accusa apertamente i servizi segreti ucraini e sostiene che Korba non abbia agito da solo. Un presunto complice, Viktor Vasin, è stato fermato nella capitale russa, mentre una terza figura, Zinaida Serebritskaya, accusata di aver contribuito all’organizzazione dell’attacco, sarebbe riuscita a fuggire in Ucraina. Il Comitato investigativo ha diffuso immagini di videosorveglianza che mostrano l’attentatore allontanarsi e liberarsi dell’arma. L’agguato non ha ucciso Alekseev, ma ha confermato falle evidenti nella sicurezza russa.

Il negoziato per la pace

È su questo sfondo caotico che il negoziato continua a muoversi senza avanzare. Secondo Reuters, le quattro sessioni di colloqui negli Emirati Arabi Uniti non hanno prodotto progressi sulle questioni centrali. Mosca insiste sul controllo integrale del Donbass e chiede il ritiro delle forze ucraine da circa 5.000 chilometri quadrati ancora sotto controllo di Kyiv. L’Ucraina definisce queste richieste irricevibili e rilancia l’ipotesi di congelare le posizioni attuali come base minima per un cessate il fuoco.

Il ruolo di Washington

Washington prova faticosamente a tenere insieme i pezzi. Tra le opzioni discusse c’è anche il ripristino di una tregua sugli attacchi alle infrastrutture energetiche. Kyiv ha dato disponibilità, Mosca non ha fornito una risposta formale, confermando la scarsa affidabilità mostrata anche in precedenti tentativi di cessazione delle ostilità, come la tregua energetica di fine gennaio, durata appena due giorni.

La centrale nucleare

Il dossier resta aperto, come quello sulla centrale nucleare di Zaporizhzhia, altro nodo irrisolto del confronto. La proposta americana di un controllo internazionale dell’impianto è stata respinta dal Cremlino, che rivendica la gestione russa offrendo in cambio elettricità a basso costo. Per Kyiv si tratta di una proposta ai limiti dell’irricevibile, perché normalizzerebbe l’occupazione e supererebbe una linea rossa.

Il peso dell’attentato

Dentro questo quadro, l’attentato ad Alekseev pesa enormemente. Colpire un uomo così vicino al vertice dell’apparato rafforza i falchi e il partito della guerra russi, contrari a qualsiasi concessione, e alimenta l’idea che il negoziato sia un terreno instabile, esposto a colpi laterali. A Mosca prende corpo la narrativa secondo cui la trattativa servirebbe solo a guadagnare tempo e a minare dall’interno la stabilità della Federazione.

L’ira di Orban

Non tutti, del resto, hanno interesse a far funzionare il tavolo. In Europa, la voce più esplicita delle posizioni vicine a Mosca è quella dell’Ungheria. Il primo ministro Viktor Orban ha attaccato frontalmente Kyiv, legando il negoziato alla questione energetica: «L’Ucraina danneggia direttamente i nostri interessi vitali insistendo perché Bruxelles tagli all’Ungheria l’accesso a petrolio e gas russi a basso costo. Chi fa questo, per l’Ungheria, non è un avversario ma un nemico». Orban ha aggiunto che senza le forniture russe «le famiglie ungheresi e le imprese pagherebbero prezzi completamente diversi», chiarendo che per Budapest la priorità resta la sicurezza energetica, non l’allineamento alle richieste ucraine.

L’ipotesi di un referendum

Sul fronte ucraino, intanto, l’ipotesi di un referendum su un eventuale accordo resta sullo sfondo. Washington spinge per tempi rapidi, mentre Kyiv ricorda che una consultazione credibile richiederebbe mesi e che qualsiasi intesa dovrebbe poggiare su garanzie di sicurezza solide. Senza un cessate il fuoco stabile, qualsiasi voto rischierebbe di essere fragile. Mosca, su questo, continua a muoversi nell’ambiguità. Il negoziato procede dunque per attriti. Nessuno vuole apparire responsabile del fallimento, ma pochi sono pronti a pagare il prezzo politico di una concessione reale.

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