9 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Feb, 2026

Il pudore: limite necessario o strumento di potere?

Oggetto di numerosi studi in sociologia, il pudore appare talvolta come un limite necessario, cioè un confine tra visibile e invisibile, e talaltra come uno strumento di potere, utilizzato per opprimere donne e popolazioni straniere ritenute “inferiori”


Il pudore, da un punto di vista sociologico, non è una semplice reazione individuale o psicologica, ma una costruzione sociale profondamente radicata nelle norme, nei valori e nei contesti culturali di una data società. È un meccanismo che regola i confini tra ciò che è considerato visibile/invisibile, dicibile/indicibile, appropriato/inappropriato, soprattutto in relazione al corpo, alla sessualità, all’intimità e alle emozioni.

In Europa

Norbert Elias, nella sua teoria del processo civilizzatore, ha mostrato come il senso del pudore si sia trasformato storicamente in Europa: in epoche precedenti, pensiamo per esempio al Medioevo, comportamenti oggi considerati osceni come lavarsi in pubblico o mostrare parti del corpo erano normali. Con la modernizzazione e l’affermazione delle corti aristocratiche, si è sviluppato un controllo crescente sulle pulsioni corporee e il pudore è diventato un segno di civiltà e distinzione sociale.

Uomini e donne

Il pudore è fortemente sessuato: le norme che lo regolano colpiscono in modo diseguale uomini e donne. In molte culture, il corpo femminile è stato oggetto di una regolamentazione molto più rigida (velamento, modestia nell’abbigliamento, silenzio sul desiderio). Pierre Bourdieu e Judith Butler hanno mostrato come il pudore femminile sia spesso una strategia di controllo sociale finalizzata a mantenere gerarchie di genere.

Un giudizio culturale

In contesti coloniali o postcoloniali, il pudore è stato usato come strumento di giudizio culturale. Gli europei spesso etichettavano come “immorali” o “selvagge” le popolazioni che non condividevano le loro norme di copertura del corpo. Allo stesso tempo, il corpo delle donne colonizzate è stato esotizzato e desessualizzato in modi contraddittori, oscillando tra l’idea di “purezza primitiva” e quella di “licenziosità innata”.

L’esibizione del corpo

Nelle società contemporanee, il pudore è in tensione costante con le logiche dell’esibizione, fra social media, cultura dell’immagine e pornografia accessibile. Questo crea nuove forme di ambivalenza. Da un lato, la nudità è ipervisibile; dall’altro, certi corpi (anziani, disabili, non conformi) restano fortemente stigmatizzati e impudichi. Richard Sennett ha parlato della “tirannia dell’intimità” per descrivere come, in assenza di spazi pubblici condivisi, si tenda a considerare imbarazzante ciò che non si riconosce come autentico o personale.

Il potere simbolico e l’autorità morale

Il pudore è, insomma, uno strumento di potere simbolico. Chi decide cosa è “da nascondere” esercita un’autorità morale. Il pudore intorno alla sessualità femminile viene purtroppo spesso usato per colpevolizzare le vittime di violenza sessuale (“perché era vestita così?”), oppure per negare legittimità a identità sessuali non normative.

Un effetto della civilizzazione

Sono proprio tutta questa serie di ragioni che hanno fatto del pudore un tema discusso a livelli importanti da molti studiosi e pensatori. A cominciare proprio da Elias, che abbiamo ricordato come abbia considerato il pudore effetto della civilizzazione dei costumi, diventando così un vero e proprio indicatore di status sociale. Chi non lo mostra è rozzo, selvaggio, non civilizzato.

La liberazione della sessualità

Foucault, invece, rovescia l’idea comune che la modernità abbia liberato la sessualità. Al contrario, sostiene che il discorso sulla sessualità si è moltiplicato, ma sempre attraverso filtri di confessione, controllo e normalizzazione. Il pudore non è assenza di parola, ma modalità di produzione del discorso. Si parla del sesso solo in certi contesti (medicina, psicoanalisi, confessionale), con toni colpevolizzanti o patologizzanti. Il corpo diventa così un terreno di gestione sociale: il pudore è uno degli strumenti per regolare la sessualità deviante (femminile, omosessuale, infantile, ecc.). Per Foucault, non è il sesso a essere represso, ma è il discorso sul sesso a essere disciplinato: e il pudore è una delle sue maschere.

La dominazione di genere

Pierre Bourdieu considera dal canto suo il pudore un vero e proprio meccanismo di riproduzione della dominazione di genere, considerato che il corpo femminile è oggetto di una doppia costrizione. Da un lato, deve apparire disponibile da un punto di vista dell’estetica e della desiderabilità; dall’altro, deve mostrare ritrosia, modestia, pudore. A suo giudizio, questo paradosso è funzionale al mantenimento dell’ordine patriarcale: la donna virtuosa è quella che nasconde il proprio desiderio, rendendolo invisibile e quindi non minaccioso. Il pudore diventa così una forma di violenza simbolica: le donne interiorizzano la vergogna per il proprio corpo o desiderio, senza percepirne l’origine sociale, in linea con il suo concetto di habitus. Il pudore non è scelto, ma incorporato sin dall’infanzia attraverso pratiche quotidiane, sguardi, linguaggi.

La gestione dell’impressione sociale

Nell’analisi di Erving Goffman, che presenta la vita quotidiana come rappresentazione, il pudore è parte della “gestione dell’impressione” sociale. Se la vita sociale è come un palcoscenico e ogni individuo cerca di controllare l’immagine che proietta, il pudore entra in gioco quando si teme una rottura di cornice, un’imbarazzante esposizione di ciò che dovrebbe restare dietro le quinte, il corpo, le emozioni, i fallimenti. Se la vergogna è la reazione emotiva a una perdita di faccia pubblica, il pudore è la strategia preventiva per evitarla. Non è insomma solo questione di nudità: si può provare pudore per una rivelazione emotiva, un’opinione sgradita, un errore linguistico.

La valenza sociale

Nelle analisi dell’antropologa Mary Douglas, il corpo torna ad essere elemento centrale quando si considera la valenza sociale del pudore. Douglas analizza le nozioni di puro e impuro in diverse culture. Il corpo è un simbolo del corpo sociale: ciò che è espulso, nascosto o considerato vergognoso è ciò che minaccia i confini dell’ordine culturale. Il pudore, quindi, non riguarda solo la sessualità, ma tutto ciò che è “fuori posto”: fluidi corporei, corpi non normati, desideri non regolati. Dove c’è confine, c’è pericolo; dove c’è pericolo, c’è potenziale per il sacro e per la vergogna.

Un’arma ideologica

Nelle analisi di Svetlana Slapšak e di altre femministe postcoloniali/decoloniali, il pudore è visto come una vera e propria arma ideologica nel confronto tra culture. Gli esempi al riguardo spaziano dal velo, interpretato in Occidente come segno di oppressione mentre in molti contesti è scelta politica, identitaria o spirituale, alla considerazione sul pudore europeo, con l’immagine della donna perbene coperta, storicamente opposta alla presunta licenziosità delle donne africane, asiatiche o indigene, giustificando in tal modo missionarismo, colonialismo e paternalismo.

Un dispositivo sociale

Tutti questi autori concordano su un punto fondamentale: il pudore non è universale né naturale, ma un dispositivo sociale che regola confini, gerarchie e poteri. È qualcosa che serve a definire chi appartiene e chi è escluso; controllare corpi e desideri “pericolosi”; riprodurre norme di genere, classe, razza e rispettabilità; gestire l’ansia collettiva di fronte all’incertezza, al caos, alla mortalità.

La sessualità e il corpo

Come abbiamo visto, la gran parte delle analisi e delle riflessioni sulla valenza sociale del pudore riguardano i temi della sessualità e del corpo. È, insomma, una questione legata molto intimamente al tema della visibilità e dello sguardo, che diventa centrale per comprendere il pudore in azione: non è tanto ciò che si nasconde, quanto ciò che viene visto (o temuto di essere visto) che genera vergogna, ritrosia, controllo del corpo.

Lo sguardo

In sociologia, filosofia e teoria femminista, lo “sguardo” non è neutro: è un dispositivo di potere, di classificazione, di soggettivazione e, spesso, di oggettificazione. In questo campo, i pareri autorevoli sono molteplici, a cominciare da Jean-Paul Sartre, convinto assertore dello sguardo come alienazione: “lo sguardo dell’Altro mi trasforma in oggetto” è la sua forte testimonianza al riguardo. Per Sartre, il pudore nasce nel momento in cui “divento visibile per un altro”.

La reazione a una perdita di autonomia

Fino a quel momento, sono soggetto libero, ma lo sguardo altrui mi fissa, mi riduce a una cosa osservabile, controllabile. Per Sartre, il pudore è la reazione esistenziale a questa perdita di autonomia: arrossisco, mi copro, mi ritraggo. Pur essendo una riflessione fenomenologica, questa idea ha avuto un’enorme influenza sulla sociologia del corpo e sulla teoria femminista: essere guardata = essere oggettivata.

La prospettiva maschile

Laura Mulvey approfondisce proprio l’aspetto dello sguardo maschile: applica la psicoanalisi lacaniana al cinema, ma la sua intuizione è sociologica. Nelle culture patriarcali, lo spazio visivo è dominato da una prospettiva maschile: la donna è posta sullo schermo (e nella vita) come spettacolo da guardare, non come soggetto che guarda. Il pudore femminile, in questo contesto, diventa ambivalente: da un lato, è richiesto come segno di “virtù” (non esporsi); dall’altro, è sistematicamente violato dallo sguardo voyeuristico che la desidera proprio per la sua ritrosia. Questo crea una trappola visiva: la donna deve apparire desiderabile, ma non desiderante; visibile, ma non esibizionista. Il piacere visivo si costruisce attraverso l’opposizione tra chi guarda (attivo/maschile) e chi è guardato (passivo/femminile).

Lo sguardo come potere

Foucalt si sofferma invece sullo sguardo come potere, mostrando come la modernità si basi su una macchina visiva: siamo costantemente (o potenzialmente) osservati, da istituzioni, telecamere, norme sociali interiorizzate. Il pudore, in questo contesto, non è più solo reazione a uno sguardo reale, ma a uno sguardo ipotetico, onnipresente.

L’istituzione

Il corpo si autodisciplina per non essere visto in modo improprio: ci copriamo non perché qualcuno ci sta guardando, ma perché potrebbe farlo. Lo sguardo, dunque, non è solo individuale, ma istituzionalizzato: scuola, medicina, urbanistica, moda regolano cosa è degno di essere visto.

L’esposizione digitale

Con Deborah Lupton, il tema si espande fino allo sguardo digitale e al corpo esposto. Oggi, lo sguardo si è esteso oltre l’occhio umano: algoritmi, social media, app di tracciamento guardano i nostri corpi, desideri, abitudini. Il pudore si trasforma: non si tratta più solo di coprire la nudità, ma di proteggere la propria immagine digitale, i dati biometrici, le tracce emotive. Tuttavia, la cultura dei selfie, degli influencer, del body positivity sembra rovesciare la logica del pudore. Spesso lo rimpiazza con una nuova forma di autogestione performatica: esporre il corpo, ma in modo corretto, sano, accettabile.

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