9 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

8 Feb, 2026

Unione Europea contro Tik Tok: la vera sfida sulla civiltà digitale

L’indagine dell’Unione Europea sui meccanismi di dipendenza del social cinese Tik Tok apre una questione politica che va ben oltre i minori


Dopo anni si è conclusa l’istruttoria dell’Unione Europea sui meccanismi di Tik Tok che creano dipendenza, in particolare per i minori. Si tratta di una ricerca minuziosa su tutti i singoli elementi che compongono il prodigio del social cinese che ha catturato in poco tempo centinaia di migliaia di utenti, in larga parte adolescenti.

Si parla nel testo finale dell’indagine di un design artatamente avvolgente che cattura e irretisce gli utenti con meccanismi e procedure mirati proprio a deformare la singola volontà. Se queste accuse dovessero essere confermate in sede di giudizio si potrebbe arrivare ad una multa attorno al 6% dell’intero fatturato, parliamo di centinaia di miliardi di euro.

Il design della dipendenza

Ovviamente ogni singola funzione che abbiamo citato, presa separatamente ci può apparire innocua, vista in un contesto tecnologico e grafico studiato proprio per catturare diventano trappole irresistibili. Meccanismi come il lungo scroll per arrivare ai propri nuovi post, il sistema dell’indirizzamento su contenuti affini ad ogni singolo navigante, o ancora quella droga digitale che sono i micro compensi per i diversi post, assumono un significato completamente diverso se inseriti in una progettazione complessiva che mira a trattenere l’utente il più a lungo possibile. Il nodo non è la singola funzione, ma l’ecosistema che le integra e le rende efficaci proprio nella loro combinazione.

Profilazione e black box

Ma qui ci sono due punti che andrebbero affrontati di petto, senza ipocrisie o tergiversamenti: il primo riguarda quella procedure di profilazione di ogni utente per ogni gesto su ogni piattaforma che è connaturato all’attuale modello di business della rete, il secondo riguarda la capacità e volontà di aprire la black box di ogni piattaforma, per metterci le mani e negoziare i sistemi computazionali. Sono due principi basilari che determinano la civiltà digitale in base al primato dell’interesse pubblico su quello privato.

Tempi pubblici contro velocità digitale

Premessa di questa considerazione è che il soggetto pubblico, in questo caso la Commissione Europea, non può procedere in questa guerra contro i giganti digitali con le procedure e i tempi usati per disciplinare le aziende petrolifere.
I due anni che sono stati impiegati per l’istruttoria vanificano completamente l’obiettivo perché il Tik Tok di due anni fa non esiste più.

Allora bisogna capire come si ingabbiano i ghepardi che corrono alla velocità della luce. Per controllare un algoritmo, recita un adagio del settore, bisogna avere un altro algoritmo. Dunque gli uffici pubblici devono dotarsi di sistemi che agganciano e monitorano i meccanismi che vogliono controllare.

Dati e algoritmi come bene comune

A quel punto bisogna avere una bussola chiara: i dati sono risorsa pubblica, come affermava perfino il presidente americano Biden, o no? E in tal caso la loro rielaborazione per tracciare le personalità degli utenti può avvenire senza un consenso permanente e continuo di ogni singolo utente?

Secondo punto: gli algoritmi che compongono la Black box sono anch’essi general intellect e devono essere trasparenti o no?
Attorno a queste due domande si gioca la partita vera che l’Europa sfiora da anni.

Oltre il divieto ai minori

Una partita politica e culturale che non può essere sostituita da quel sotterfugio, peraltro non gestibile, del divieto dei social ai minori. Il web è un alfabeto che abilita oggi ogni individuo di ogni età ad una sua socialità, di cui le componenti degenerative, dove troviamo violenza e molestie, sono un’infima minoranza.

Il nodo riguarda la capacità e volontà dei poteri pubblici di civilizzare la rete direttamente, affrontando e riconvertendo il dominio dei monopoli americani. Non ci sono scorciatoie.

LEGGI Francia, social vietati agli under 15: Camera approva il disegno di legge

Interdire a una generazione, a una quota di generazione, l’abilitazione a linguaggi e modelli espressivi solo perchè le istituzioni non hanno la determinazione e lucidità per colpire l’origine della deformazione sarebbe davvero una colpa ingiustificata.


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