Sono 86mila i contribuenti “invisibili” scovati dal Fisco. Per l’Upb il calo strutturale dell’evasione ridurrebbe il rapporto debito/Pil tra i 4 e i 6 punti
L’evasione fiscale resta un fenomeno da grandi numeri, con ricadute economiche, finanziare e sociali altrettanto rilevanti. L’azione di contrasto messa in campo dall’Agenzia delle Entrate ha consentito il recupero di somme importanti negli ultimi anni, 33,4 miliardi solo nel 2024 (i risultati del 2025 non sono ancora stati diffusi). Risorse che possono essere impiegate per finanziare politiche economiche finalizzate al sostegno del sistema imprenditoriale e dei cittadini.
Ma anche per abbattere il “moloch” del nostro debito pubblico perché, come rileva l’Ufficio parlamentare di Bilancio, aumentando le entrate fiscale in maniera strutturale, proseguendo sull’attuale trend di recupero dell’evasione, si ridurrebbe progressivamente il rapporto tra debito pubblico e Pil. L’impresa resta ardua, in un senso e nell’altro.
La lente del Fisco su 17 milioni di posizioni
Intanto basti considerare che lo scorso anno gli uffici del fisco hanno rintracciato 200mila evasori, tra persone fisiche e imprese: contribuenti che avrebbero dovuto pagare e non l’hanno fatto, o completamente sconosciuti all’erario perché lavoravano completamente in nero. A darne conto è stato il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Vincenzo Carbone, nel corso di Telefisco, l’appuntamento annuale de Il Sole 24 Ore dedicato alle novità fiscali.
Nel 2025, ha affermato Carbone, «l’Agenzia delle Entrate ha analizzato 17 milioni di posizioni. Non tutte queste si trasformano in controlli. Abbiamo intercettato 200.000 evasori totali tra imprese e contribuenti, il 57% – 116.000 – non aveva presentato proprio la dichiarazione, mentre il 43% – 86mila – era completamente sconosciuto al fisco». Un “contingente” quest’ultimo in cui si contano 49mila persone fisiche (57%) e 37.000 non fisiche, cioè società o enti (43%).
In partenza 2,4 milioni di lettere di compilance
Ma l’amministrazione, oltre ai controlli, punta sulla collaborazione (la compliance) escludendo il ricorso massiccio all’intelligenza artificiale: «Non esiste alcun automatismo rispetto ai controlli. Non esiste l’IA generativa», ha affermato Carbone. L’Agenzia si appresta ad inviare «oltre 2,4 milioni di lettere di compliance: «un remind per ricordare al contribuente di verificare se il suo comportamento sia stato o meno corretto».
Una parte di queste lettere «andranno ai contribuenti che hanno dimenticato, altre saranno indirizzate a chi non ha presentato la dichiarazione mentre sull’Iva segnaleremo i casi in cui per fatture e corrispettivi emessi non risultano gli adempimenti periodici», ha spiegato il direttore.
Il recupero dell’evasione taglia il debito pubblico
Ma l’evasione non è solo una questione di legalità ed equità, è un problema strutturale di finanza pubblica: come dimostrano le simulazioni effettuate dall’Upb, una riduzione stabile dell’evasione, produrrebbe benefici notevoli sui conti nel medio-lungo periodo. Se la tendenza storica di recupero del gettito osservata tra il 2002 e il 2023 continuasse fino al 2028 – è il primo scenario delineato dall’Upb -, le entrate fiscali aumenterebbero strutturalmente fino a 0,3 punti percentuali di Pil e, nel medio-lungo periodo (2041), il rapporto debito/Pil si ridurrebbe di oltre 4 punti percentuali, dal 122,5 al 118%.
In uno scenario più ambizioso, basato sugli andamenti osservati tra il 2016 e il 2023, le entrate aumenterebbero di 0,4 punti percentuali di Pil e la riduzione del rapporto tra il debito e il Pil nel medio-lungo termine sarebbe di oltre 6 punti percentuali, scendendo nel 2041 al 116 per cento. Questi scenari, si sottolinea, assumono che il recupero di gettito sia strutturale e che venga utilizzato per migliorare i saldi di finanza pubblica, in linea con il Piano strutturale di bilancio 2025-2029.
Il gap con gli altri Paesi Ue
“L’Italia continua a registrare livelli di evasione fiscale elevati rispetto agli altri paesi europei” ma, riconosce l’Upb, “progressi significativi sono stati compiuti negli ultimi venti anni” grazie a misure che “hanno prodotto effetti particolarmente apprezzabili sull’Iva (split payment, reverse charge, invio telematico dei corrispettivi, fatturazione elettronica) che, se consolidati nel tempo, potrebbero creare nuovi margini di bilancio, eventualmente utilizzabili per ridurre il rapporto debito/Pil”.
Restano però criticità, si rileva nel report, nella riscossione dei tributi erariali e locali, come la Tari, con tassi di recupero molto bassi e una continua crescita del magazzino dei ruoli. Pertanto, “è necessario consolidare le politiche di stimolo alla compliance e di contrasto all’evasione e rafforzare ulteriormente i meccanismi di accertamento e riscossione”.
Intanto, come ha anticipato il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, il governo sta lavorando ad un decreto omnibus per chiudere la riforma fiscale.
Leo: un decreto omnibus per completare la riforma fiscale
«Lavoriamo ad altri decreti legislativi, uno sui giochi fisici e uno sulla giustizia tributaria, abbiamo già il processo ma manca la geografia giudiziaria e gli aspetti ordinamentali – ha affermato -. A completamento della riforma pensiamo a un decreto omnibus dove cerchiamo di recuperare una serie di interventi che toccano tributi, aspetti organizzativi, aspetti procedimentali, sempre compatibilmente con le risorse». Questo perché, “a differenza del passato quando si faceva ricorso al deficit, – sottolinea Leo – noi non possiamo. Dobbiamo stare attenti ai conti pubblici e questo ci sta premiando guardando lo spread e l’uscita dalla procedura di infrazione».


















