Dopo settimane di tensioni nel Golfo e dietrofront diplomatici, Iran e Stati Uniti si incontrano a Mascate, in Oman, per discutere di nucleare
Per qualche ora, ieri, il mondo ha creduto che il dialogo tra Stati Uniti e Iran fosse definitivamente spezzato. Poi il copione è cambiato, ancora una volta, come se la storia del Medio Oriente non accettasse conclusioni facili. Le dichiarazioni si sono ammorbidite, le smentite hanno corretto le smentite precedenti e, alla fine, è arrivata la conferma: Washington e Teheran si vedranno comunque oggi, 6 febbraio, a Mascate, capitale dell’Oman. Non in Turchia come inizialmente previsto, ma nel Golfo. Nel cuore di quella regione che più di ogni altra misura il peso delle parole e quello, ben più concreto, delle armi.
Mascate, scelta strategica
Mascate non è una scelta casuale: il sultanato offre un canale storico di dialogo, massima discrezione e garanzie per eventuali backchannel, elementi che entrambi i Paesi considerano essenziali. Questo improvviso dietrofront racconta molto più di quanto dicano i comunicati ufficiali. Un negoziato che non riesce a nascere davvero ma che nessuno, in questo momento, può permettersi di seppellire. Racconta soprattutto la cifra dominante del rapporto tra Iran e Stati Uniti: una sfiducia strutturale, radicata, che precede i dossier tecnici e li avvelena tutti.
Sul tavolo di Mascate c’è, formalmente, il programma nucleare iraniano. Teheran insiste perché il confronto resti limitato a questo ambito: arricchimento dell’uranio, ispezioni, eventuale alleggerimento delle sanzioni. Washington, invece, considera questa impostazione un artificio e punta ad allargare l’agenda, includendo il programma missilistico balistico iraniano e il sostegno della Repubblica islamica ai suoi alleati armati nella regione, dal Libano allo Yemen. Due visioni inconciliabili, che spiegano perché il negoziato venga annunciato come imminente e subito dopo dichiarato fallito, per poi essere recuperato all’ultimo minuto.
Il contesto di tensione nel Golfo
Il vero problema non è solo ciò di cui si discute, ma il contesto in cui se ne discute. Negli ultimi giorni le Guardie della Rivoluzione iraniane hanno sequestrato due petroliere nel Golfo, accusandole di trasportare oltre un milione di litri di carburante di contrabbando e arrestando quindici membri dell’equipaggio, tutti stranieri.
Poco prima, motovedette iraniane avevano tentato di fermare e abbordare una petroliera battente bandiera statunitense nello Stretto di Hormuz. Uno dei passaggi energetici più strategici del pianeta. Attraverso questo tratto passa circa il 20 % del petrolio e oltre il 25 % del gas naturale liquefatto a livello globale, rendendo ogni ondata di tensione una variabile diretta nei mercati energetici e nella sicurezza globale.
La dimostrazione di forza di Teheran
Teheran mostra i muscoli: l’agenzia Fars ha diffuso immagini del missile balistico Khorramshahr 4, capace di colpire a 2.000 chilometri con una precisione sorprendente. Un avvertimento visibile che la posta in gioco non è più solo diplomatica ma anche tecnologica, un monito che Washington osserva con attenzione mentre rafforza la propria postura militare nella regione. È una strategia che alimenta l’allarme a Washington e rafforza l’idea che l’Iran utilizzi la coercizione regionale come leva negoziale.
Dall’altra parte, gli Stati Uniti rispondono con una dimostrazione di forza altrettanto visibile. Il rafforzamento militare americano nella regione è sotto gli occhi di tutti: assetti navali, aerei da combattimento, attività logistiche intense. Questo buildup precede i colloqui, non li segue, un messaggio politico chiaro: Washington vuole mostrare che non è disposta a negoziare dal punto di debolezza. Nelle ultime settimane, il flusso di voli militari statunitensi tra Europa e Medio Oriente è aumentato sensibilmente, segnale di una postura che va ben oltre la semplice prudenza.
Un negoziato tra sfiducia e sospetto
È in questo clima che le due delegazioni si siedono a parlare. Per Washington, il timore è che Teheran stia guadagnando tempo, consolidando capacità nucleari e missilistiche e rafforzando la propria rete di alleanze regionali. Per Teheran, il sospetto è speculare: gli Stati Uniti non sarebbero un interlocutore affidabile, pronti a ritirarsi da qualsiasi accordo nel momento politicamente più conveniente, come già avvenuto con l’intesa sul nucleare del 2015. A complicare ulteriormente il quadro c’è il fattore geopolitico globale, con Russia e Cina che osservano e condizionano indirettamente la partita.
Un negoziato di contenimento
Il vertice di Mascate non è una svolta e probabilmente non produrrà annunci risolutivi. È piuttosto un atto di contenimento reciproco, un modo per evitare che la spirale di provocazioni, sequestri e dimostrazioni di forza scivoli fuori controllo. Ma è anche la fotografia di un dialogo che procede senza fiducia, senza visione condivisa, senza una reale volontà di compromesso.
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Alla fine, più del nucleare, dei missili o delle petroliere sequestrate, il vero nodo resta questo: Iran e Stati Uniti non credono l’uno alla parola dell’altro, e finché questa frattura resterà aperta ogni negoziato si muoverà sul filo sottile che separa la diplomazia dalla crisi.



















