È morto il giudice Corrado Carnevale. Il ricordo di un magistrato che ha difeso il primato della legge contro il potere e la giurisprudenza creativa
È morto Corrado Carnevale. La stampa, in gran parte, ne da notizia ricordandolo, nel suo servilismo filogiudiziario, con l’infame ed infamante appellativo di “giudice ammazzasentenze”. Al contrario, oggi, in piena stagione referendaria, mi piace ricordarlo e rendergli omaggio e onore come giudice vero. E questa sua divina qualità rifulge ancor più in questa fase storica in cui, proprio in Cassazione, il vero nemico della imparzialità del giudice è lo stesso giudice di legittimità. Che, invece di dispensare giustizia guardando solo alla lettera della legge, come fece Carnevale, passa gran parte del suo tempo a produrre giurisprudenza creativa. Per porre rimedio agli errori processuali del pm così abdicando alla sua terzietà e imparzialità e facendosi esso stesso parte per l’accusa.
Il primato della legge
Il giudice Carnevale, al contrario, dalla sua posizione di Presidente della prima sezione penale della Cassazione, esercitò la sua funzione di giudice con il rigore scientifico di chi sa che le regole del diritto sono la garanzia di tutti e che quindi, come tali vanno applicate e rispettate nei confronti di qualsiasi imputato e indagato. Senza cedimenti a pulsioni sostanzialiste o, peggio, addirittura salvifiche. Contro aveva tutto il circuito mediatico giudiziario, dominato dalle Procure, che aveva già imposto surrettiziamente all’opinione pubblica il concetto distorto di magistratura che “combatte” la mafia. Lontano mille miglia dalla corretta visione di una magistratura che applica alla mafia, come a ogni altro reato, le regole del diritto senza scorciatoie e senza fantasiose e suggestive invenzioni paranormative e fattuali.
Un eroe civile e costituzionale
La corretta impostazione di Corrado Carnevale, quindi, lo mise in rotta di collisione con quello che si era ormai delineato come lo strapotere mediatico giudiziario delle principali Procure nazionali da Palermo a Napoli, da Roma a Milano, per dirne alcune. L’attacco, inizialmente mediatico ma rapidamente e violentemente presto trasformato in giudiziario e investigativo, contro il Presidente si concentrò e fu scatenato da due temi in particolare. Il primo, l’aver osato Carnevale contestare, smontare e contraddire in punto di stretto diritto la tesi di Falcone sulla unicità della mafia, la Cupola, per intenderci.
Il secondo, l’essersi “permesso” di contestare e smantellare, in punto sempre di stretto diritto, la autentica follia del (non) reato, di esclusiva creazione giurisprudenziale e non legislativa, quale era, e purtroppo è ancora, quel delirio che va sotto il nomen di concorso esterno in associazione mafiosa. L’attacco personale partì e fu violentissimo e quasi travolse quello che allora come oggi era e resta uno dei più grandi giudici italiani. Carnevale voleva solo riaffermare il primato della Legge sulla interpretazione creativa e sul sostanzialismo giudiziario che, di fatto, costituisce il momento di degrado della funzione giudiziaria da applicazione della legge al caso concreto a trasposizione nei singoli provvedimenti giudiziari della visione politica di un singolo magistrato o della intera corporazione.
In definitiva, la corporazione giudiziaria in quel momento aveva preso piena consapevolezza del ruolo politico e di potere assoluto che poteva e voleva esercitare, nella sostanziale convergenza tra giudici e pm, e Carnevale rappresentava colui che stava bloccando la macchina infernale. Corrado Carnevale era un giudice che voleva solo essere Giudice, terzo e imparziale, e l’ha pagata cara. Oggi, e non da oggi, è lui il vero eroe civile e costituzionale.


















