Omicidio a Napoli: Jlenia Musella uccisa dal fratello Giuseppe dopo una lite scoppiata per un calcio al cagnolino. La confessione e la ricostruzione dei fatti
A tratti è parso come incapace di rendersi veramente conto di cosa aveva fatto, a tratti ha pianto ed è scoppiato in singhiozzi. Disperato per quello che vorrebbe raccontare come un gesto involontario. Giuseppe Musella ha confessato ciò che la polizia sapeva sin dal pomeriggio di martedì, quando ha scaricato il cadavere della sorella, Jlenia, davanti al Pronto soccorso dopo averla accoltellata a morte.
Il suo racconto, trapelato in via ufficiosa ieri, parla di una lite come, secondo i vicini, ce n’erano ogni giorno nella casa popolare che i due ragazzi condividevano, al Parco Conocal di Ponticelli, periferia a est di Napoli. Le cose, come finora ricostruite, sarebbero andate così.
Giuseppe voleva dormire, ma Jlenia come sempre aveva messo la musica a tutto volume. Le rime sguaiate dei trapper napoletani urlano e si sovrappongono ogni giorno dai balconi delle palazzine popolari di questa striscia d’asfalto fiancheggiata da cespugli di oleandri alti due metri, dove basta la pipì di un cane per uccidere. È andata così, secondo il reo confesso, al secondo piano di uno di quei palazzi di via Chiaro di Luna, dove mercoledì pomeriggio la vita di una ragazza di soli 23 anni è finita per mano del fratello.
La lite e la violenza
Al centro della lite, il cagnolino di Giuseppe che fa la pipì sul pavimento. Jlenia che inizia a lamentarsi, Giuseppe che lo difende. Dalle parole si passa ai fatti: l’unico linguaggio che conoscono in certe sacche degradate della città è quello della violenza e in una casa in cui si sono passate infanzia e adolescenza tra colloqui in carcere per vedere genitori e parenti vari, non c’è da stupirsi che sia così. Non è una giustificazione, ma una inevitabile osservazione. Tornando a martedì, il litigio tra Giuseppe e Jlenia finisce a schiaffi. La zuffa dura qualche minuto poi lei, forse sopraffatta dal fratello, si allontana e come in un gesto di frustrazione, sferra un calcio al cane, scatenando, di nuovo, la furia del fratello. E giù ancora botte, poi la calma.
Ognuno in camera sua. Sembra finita, ma il peggio deve ancora venire. A un certo punto il cane inizia a lamentarsi. Il guaito fa imbestialire Giuseppe che torna alla carica e ricomincia a menare cazzotti e ceffoni. Jlenia scappa via, si lancia giù per le scale. Lui la insegue dopo aver afferrato un coltellaccio dalla cucina. «Gliel’ho lanciato contro», dice al pm Capasso che lo interroga per tre ore, nella notte tra martedì e ieri. La lama centra la ragazza in mezzo alle scapole: è un attimo e lei si accascia per terra, come una bambola, gli occhi sbarrati. La chiazza di sangue si allarga in fretta.
Dopo l’omicidio
A quel punto Giuseppe si rende conto di cosa ha fatto: getta via il coltello, urla, chiede aiuto. Accorrono alcuni vicini e insieme a lui caricano la ragazza in auto. Inizia una corsa folle verso il vicino ospedale. La ragazza viene lasciata, ormai morta, davanti al Pronto soccorso. Giuseppe fugge. È irreperibile per qualche ora. La polizia gli sta alle calcagna. Intorno alla mezzanotte ricompare, accompagnato dal suo avvocato, Andrea Fabozzo, e vuota il sacco. La sua versione è al vaglio dei magistrati della IV sezione della Procura di Napoli, coordinata da Raffaello Falcone.
Il procuratore Nicola Gratteri nella giornata di ieri interviene per dire che «a Napoli ci sono diversi rioni, come il Conocal, in cui si vive nel degrado. Luoghi dove spesso si uccide per futili motivi». Esistono responsabilità e domande che, ha detto Gratteri, sarebbe opportuno rivolgere «a chi amministra, a chi fa politica». Zone da tempo lasciate a se stesse dove la ricostruzione post terremoto ha fatto più danni del sisma che nell’80 ha sconvolto la Campania. Immensi caseggiati dove si sono ritrovate ammassate famiglie provenienti da altri quartieri popolari, spesso in bilico sulla soglia di povertà, in balia di una criminalità stracciona e feroce.
Figli dei clan
Nell’area a est di Napoli ciclicamente si torna a uccidere per un pezzo di marciapiede e per qualche dose di droga. Giuseppe e Jlenia sono figli di un malavitoso detenuto da anni, ritenuto tra i fautori della riorganizzazione della criminalità organizzata del quartiere a est di Napoli dopo che una raffica di pentimenti ha azzerato il potente cartello dei Sarno, in affari con politici e imprenditori, sorto proprio in un quartiere popolare, quello del Rione de Gasperi, e fondato dal boss Ciro, noto come “il sindaco” perché era lui a decidere chi doveva avere la casa e chi no.
Un modo efficace per esercitare il potere e procurarsi adepti. Il tramonto della cosca è stato seguito da una scia di sangue: diversi parenti di pentiti, anche estranei alle dinamiche criminali, sono stati assassinati. Poi è scoppiata la faida tra le famiglie che vivevano all’ombra dei Sarno e l’assalto delle cosche delle zone limitrofe. A sfamare intere famiglie è lo spaccio. A Ponticelli lo Stato si palesa solo quando c’è da fare una retata o in occasione delle campagne elettorali. Sono tanti i bambini che vivono la loro infanzia come l’hanno vissuta Giuseppe e Jlenia. Tra un carcere e l’altro, col mito del papà boss, il coltello in tasca e la pistola pronta. Destini già scritti che lo Stato fa finta di non vedere. Fino alla prossima tragedia.



















