6 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

5 Feb, 2026

Vannacci, Di Gregorio: «Non è un partito, è un detonatore identitario»

Per Luigi Di Gregorio, professore di Comunicazione politica, Roberto Vannacci intercetta un elettorato identitario e polarizzato, costringendo la Lega a una scelta


«Roberto Vannacci parla a un elettorato identitario, fortemente polarizzato e culturalmente difensivo. Un bacino elettorale non vasto, ma compatto, rumoroso e altamente motivato. Composto da elettori che vivono i cambiamenti sociali e culturali come una minaccia e cercano nella politica una conferma emotiva più che una proposta di governo». A parlare è Luigi Di Gregorio, professore associato di Comunicazione politica all’Università della Tuscia e alla Luiss.

Di Gregorio è stato capo della comunicazione istituzionale del Comune di Roma tra 2008 e 2014 (il sindaco era Gianni Alemanno) e oggi è lo stratega della comunicazione del presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. «Vannacci – prosegue – intercetta un sentimento di rivalsa simbolica, offrendo un linguaggio netto che semplifica il conflitto in termini di “noi contro loro”. È un elettorato che chiede riconoscimento e tende a premiare chi alza il livello dello scontro culturale».

C’è in Italia una domanda crescente di politiche nazionaliste e anti-immigrazione estreme?

«La domanda esiste, ma non in forte crescita. In larga misura è già stata intercettata negli anni passati, dalla Lega e da Fratelli d’Italia. Futuro Nazionale può realisticamente collocarsi tra il 2 e il 4 per cento, con risultati migliori in contesti di voto europeo e di protesta. Il suo peso reale, però, non sta tanto nei numeri assoluti quanto nell’effetto di sottrazione di consenso agli altri partiti del centrodestra, in particolare alla Lega».

Cosa succede adesso nella Lega?

«Per Matteo Salvini la situazione è delicata. Inseguire Vannacci sul terreno della radicalizzazione significherebbe compromettere ulteriormente la credibilità di governo della Lega. Non inseguirlo, significa accettare una possibile perdita di consenso sulla destra. La Lega si trova in una strettoia strategica. Salvini può irrigidire il linguaggio, ma difficilmente può spostare ancora il baricentro politico senza pagare un prezzo in termini di isolamento e di ruolo nella coalizione».

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Che ruolo possono giocare i governatori? C’è spazio per il manifesto liberale di Zaia?

«I governatori rappresentano l’anima istituzionale e pragmatica della Lega. Luca Zaia, ad esempio, incarna un modello alternativo, più amministrativo e meno ideologico. Tuttavia, Salvini mantiene il controllo dell’apparato e del simbolo, e la base militante tende a premiare messaggi più radicali. Più che una scalata interna immediata, è plausibile una lunga fase di tensione e di transizione latente, in attesa di un chiarimento che non è avvenuto in questi anni e difficilmente potrà avvenire nel breve».

Dopo la vicenda Papeete, per Salvini è un’altra batosta.

«La leadership di Salvini è in crisi da allora, cioè da oltre 5 anni. Ha dimostrato nel tempo una notevole capacità di resistenza politica, ma ha perso centralità e capacità di iniziativa».

Che impatto può avere il partito di Vannacci sul centrodestra?

«Nel breve periodo l’impatto sembra più simbolico che numerico. La presenza di una forza più radicale alza il livello del conflitto identitario e può costringere gli altri attori a ridefinire il proprio posizionamento».

L’uscita del generale aiuta o indebolisce Giorgia Meloni?

«Nel medio periodo può persino favorire Giorgia Meloni, che può presentarsi come argine responsabile rispetto a una destra più estrema, rafforzando ulteriormente la propria legittimazione istituzionale, interna e internazionale e il proprio profilo di leader solida, affidabile e atlantista, senza rinunciare all’identità conservatrice. La presenza di una destra più estrema ed esterna alla coalizione di governo le consente di occupare uno spazio centrale nel campo conservatore. Il fattore di rischio per Meloni resta più la prova del governo, che la concorrenza ideologica».

Nel 2027 può ripetersi il caso Italexit o Meloni potrebbe coinvolgere Vannacci?

«Dipende da tante cose, a partire dalla legge elettorale e dalla tenuta di un partito appena nato. Se Futuro Nazionale non comprometterà le chance di vittoria del centrodestra, verosimilmente resterà fuori. Perché coinvolgere Vannacci nella coalizione significherebbe introdurre elementi di instabilità e radicalità non necessari che potrebbero incidere sul percorso di credibilità internazionale avviato in questi anni».

Secondo Renzi la perdita del 3-4% di Vannacci può cambiare gli equilibri…

«Certo, in un contesto molto competitivo anche pochi punti percentuali possono fare la differenza. Tuttavia, il peso specifico di Futuro Nazionale è tutto da vedere. Oggi, nel picco di visibilità del “lancio”, viene valutato intorno a 4 punti percentuali. In passato abbiamo visto partiti nuovi esordire col 9-10% nei sondaggi e poi dimezzare il consenso appena è venuto meno il clamore mediatico. Difficile fare previsioni, ma si muove in un bacino ristretto».

La fuga verso la destra estrema può aprire a un allargamento al centro, fino ad Azione?

«In teoria è possibile, in pratica è complesso. Azione nasce in un campo esterno al centrodestra e un’alleanza organica potrebbe essere difficile da spiegare all’elettorato. Calenda potrebbe valutare convergenze tematiche su singoli dossier, ma un accordo strutturale, ad oggi, appare poco realistico. Dopo di che, è vero che sui temi più importanti e strategici – politica estera, energia, giustizia – Azione è più vicina alle posizioni dei partiti di governo che a quelle dell’opposizione. Questo posizionamento prima o poi deve trovare una sua “quadratura”».

La posizione eurofobica e filoputiniana di Vannacci può condizionare la politica estera del governo?

«No. La linea internazionale del governo è consolidata e non viene certo messa in discussione da un attore esterno, ad oggi marginale. Vannacci non ha alcuna capacità di incidere sulle scelte di politica estera dell’esecutivo. Anzi, la sua presenza consente a Meloni di marcare con maggiore chiarezza la distanza da posizioni totalmente euroscettiche e filorusse, rafforzando la credibilità dell’Italia in Europa e nell’Alleanza Atlantica».

Il campo largo può approfittare di questa vicenda o il radicalismo identitario rafforza Meloni?

«Il campo largo può usare il caso Vannacci come argomento polemico, ma difficilmente come strumento di espansione del consenso. Avrebbe maggiori chance solo spostando il confronto sul terreno della performance di governo e dei problemi concreti e trovando una leadership e una piattaforma alternativa condivisa. Solo con la protesta non può sperare di consolidarsi come alternativa di governo. Insomma, non punterei su Vannacci, ma sullo sciogliere i problemi interni che sono strutturali e rilevanti».

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