4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Feb, 2026

Referendum, Stefano Ceccanti: «Nel Pd una deriva settaria»

Referendum sulla riforma della giustizia, Stefano Ceccanti critica il Pd: “C’è una deriva settaria”. L’intervista sul dissenso interno e il voto sul Sì


«Il video pubblicato sulle pagine social del Pd? È indice di una deriva settaria del partito. È inaccettabile che chi è favore della riforma della giustizia e si spende per la vittoria del Sì al referendum venga bollato come antidemocratico». Non usa mezzi termini Stefano Ceccanti, ordinario di Diritto pubblico comparato all’università “La Sapienza” di Roma e per due volte parlamentare proprio del Pd.

Professore, come ci si sente a essere fascisti?

«Questa vicenda è surreale. Pochi lo sanno, ma la settima disposizione transitoria della Costituzione italiana recita: “Fino a quando non sia emanata la nuova legge sull’ordinamento giudiziario in conformità con la Costituzione, continuano ad osservarsi le norme dell’ordinamento vigente”. In questo modo si è inteso “evitare buchi” nella transizione dal regime fascista all’ordinamento costituzionale, stabilendo che principi e norme pensati per uno Stato autoritario come quello di Mussolini venissero successivamente modificati. Tra quei principi vi erano la presunzione di colpevolezza e l’unicità delle carriere tra pm e giudici. Il Codice Vassalli entrato in vigore nel 1989 e la riforma che nel 1999 ha costituzionalizzato il principio del giusto processo, rispondono alla logica fissata dalla settima disposizione transitoria. E lo stesso fa la riforma della giustizia oggetto del prossimo referendum, che prevede la separazione delle carriere tra pm e giudici e lo sdoppiamento del Csm».

Quindi?

«Quindi, con la riforma, si abbatte l’ultimo residuato del regime fascista. Perciò è surreale dare del fascista o dell’antidemocratico a chi sostiene il Sì al prossimo referendum. Anzi, le dirò di più».

Prego.

«In Europa, l’altra Costituzione che proclama l’antifascismo è quella portoghese, nata dalla rivoluzione dei garofani. E in Portogallo ci sono due Csm. Quindi la riforma di cui si discute in Italia fa riferimento al modello costituzionale portoghese che è tutto tranne che fascista».

La separazione delle carriere, tra l’altro, non era sostenuta anche dal Pd?

«La mozione presentata da Maurizio Martina per la segreteria del Pd, nel 2019, contemplava la separazione delle carriere. E l’Alta Corte disciplinare per i magistrati era inserita nel programma del Pd nel 2022».

Dobbiamo dedurne che Martina e l’allora responsabile Giustizia del Pd, Debora Serracchiani, siano fascisti? E che lo sia anche Enrico Letta, candidato alla presidenza del Consiglio nel 2022?

«Questo lo dice lei. Di sicuro, seguendo certi ragionamenti, dare del fascista anche a Giuliano Vassalli, Marco Pannella e Augusto Barbera. Tutto ciò è paradossale».

Quali sono le conseguenze di iniziative come il video diffuso dal Pd?

«Se si usano argomenti simili, si finisce per demonizzare i dissenzienti e per escludere la libertà di coscienza in occasione del referendum. Eppure, storicamente, i partiti hanno sempre tollerato il dissenso interno in occasione dei referendum. Molti democristiani, per esempio, votarono No al referendum sul divorzio, in aperto contrasto con la linea del partito. Eppure i costituenti inserirono nella Carta l’istituto del referendum proprio per consentire a ciascun cittadino di esprimere la propria opinione anche in contrasto con la linea del partito di riferimento».

Quindi nel Pd c’è una deriva autoritaria?

«Autoritaria no, ma settaria sì. È comprensibile che i parlamentari siano vincolati alla disciplina di gruppo. Io stesso, quando ero parlamentare, ho sempre votato secondo le indicazioni del partito pur essendo talvolta in disaccordo e manifestando il mio dissenso. Ma non è ammissibile dare del fascista o antidemocratico a un comune cittadino che sostenga le ragioni del Sì».

Non teme che questa impostazione sia finalizzata ad allontanare voi riformisti dal Pd?

«Non lo so. Di sicuro c’è chi voterà Sì anche alla nostra sinistra. Cesare Salvi è l’esempio più evidente. E io sono promotore del comitato “Sinistra per il Sì”, il che vuol dire che alle prossime elezioni voterò per la sinistra ma al referendum sulla riforma della giustizia voterò Sì. Perciò trattare l’attuale dibattito secondo lo schema verità-errore non è accettabile».

Lei considera ancora il Pd come casa sua e dei riformisti?

«Il Pd è casa mia, sì. Ma in casa mia il diritto al dissenso va riconosciuto e tutelato e chi, in occasione di un referendum, la pensa diversamente rispetto al partito non dev’essere demonizzato».

La sensazione è che il dibattito sulla riforma della giustizia lascerà macerie enormi…

«Le ferite saranno mostruose. Chiunque dovesse vincere, bollerà gli avversari come antidemocratici. Gli effetti negativi di questa modalità di confronto si manifesteranno ben oltre la scadenza referendaria».

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