4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

4 Feb, 2026

Palestina al voto dopo 20 anni: la mossa di Abu Mazen nel pieno della guerra

Dopo vent’anni, Abu Mazen prova a riportare la Palestina al voto tentando di restituire legittimità a un popolo e a una leadership logorati


La fotografia è sfocata, come se l’obiettivo avesse esitato un istante prima di mettere a fuoco. Abu Mazen è seduto dietro una scrivania austera, le bandiere palestinesi alle spalle, il volto segnato da anni di potere e sconfitte. Fuori dall’inquadratura, Gaza continua a bruciare. Dentro, invece, la Palestina prova a tornare al voto: le elezioni per il Consiglio Nazionale Palestinese, fissate per novembre, non sono solo un fatto politico, ma un gesto simbolico che cerca di ricucire fratture storiche, legittimare la leadership e restituire voce a un popolo che dal 2006 non si esprime più su scala nazionale.

Il ritorno al voto dopo vent’anni

Dal 2006 il popolo palestinese non è più stato chiamato a votare attraverso un sistema pienamente rappresentativo. Guerre, scissioni e leadership sempre più distanti dalla società reale hanno paralizzato il processo politico. Oggi Abu Mazen prova a rimettere in moto una macchina politica inceppata. Il Consiglio Nazionale Palestinese, cuore legislativo della OLP, promette centinaia di delegati eletti direttamente, dentro e fuori i territori, con la partecipazione di diaspora, donne e giovani. È un tentativo di restituire legittimità a un sistema logorato dal tempo.

L’ombra del 2006 e il ruolo di Hamas

Il fantasma del 2006 aleggia su tutto: allora le elezioni portarono alla vittoria di Hamas e alla separazione tra Gaza e Cisgiordania. Oggi Hamas non parteciperà formalmente, ma resta un attore imprescindibile. La guerra ha cambiato il movimento islamista: colpito militarmente e sotto pressione internazionale, Hamas valuta spazi di influenza politica senza governare direttamente. Non è conversione ideologica, ma mutazione strategica, che rende le elezioni una partita più ampia di quanto appaia.

Le pressioni internazionali e Israele

Abu Mazen propone un ritorno alla democrazia come strumento di legittimazione interna e credibilità internazionale. Israele insiste su una Gaza smilitarizzata, mentre la comunità internazionale spinge per sicurezza, ricostruzione e rappresentanza. Tutti parlano di pace, ma pochi accettano davvero il prezzo. Il voto palestinese diventa quindi un equilibrio delicato tra aspirazioni sovrane e realtà imposte da attori esterni.

Una governance parallela a Gaza

Dietro il ritorno alle urne si muove già una struttura non politica: a Gaza, un centro civile-militare internazionale coordina aiuti, bonifica, ricostruzione e gestione tecnica del territorio. Il voto palestinese nasce in questo contesto, non come atto pienamente sovrano, ma come tentativo di riappropriazione politica di uno spazio già regolato e sorvegliato, dove la guerra viene trasformata in gestione e controllo.

Significato simbolico e resistenza politica

Il voto palestinese va oltre le urne: è un tentativo di dimostrare che la Palestina non è solo un teatro di guerra, ma una società che rivendica il diritto di scegliere. Abu Mazen cerca di lasciare un segno prima che il tempo e la storia lo travolgano. Senza un processo politico credibile, Gaza resterà una polveriera e la causa palestinese continuerà a parlare il linguaggio delle armi.

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Tra speranza e incertezza

Le elezioni possono guarire una frattura nata dalla guerra? Forse no. Possono però riaprire uno spazio politico, simbolico e civile. In Medio Oriente, a volte, questo è già moltissimo. La fotografia finale mostra strade ancora segnate dalle rovine, campagne elettorali fragili e ambasciate occidentali osservanti. Tra pace e caos, la Palestina prova a rientrare nella storia con l’unico strumento rimasto: il voto. Il mondo osserva, chiedendosi se questa sarà l’alba di qualcosa o solo un’altra promessa sospesa nel fumo.

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