Tra provocazioni militari e deterrenza incrociata, Iran e Usa tornano a parlarsi mentre la regione resta sospesa tra negoziato e guerra
Il braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran è in una fase estremamente fluida. Dopo settimane di elevate tensioni, le parti in causa provano ad aprire qualche spiraglio negoziale. Il prossimo venerdì l’inviato della Casa Bianca Steve Witkoff incontrerà il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ad Istanbul o Ankara.
Si tratta del primo vertice tra statunitensi e iraniani dai negoziati falliti della scorsa primavera, sfociati nell’attacco israeliano contro la Repubblica Islamica. Il faccia a faccia tra Witkoff e Araghchi è parte di una più ampia attività diplomatica portata avanti da tutti i principali attori regionali.
Il ruolo di Israele e il coordinamento militare
Già in queste ore, Witkoff è in Israele, dove incontrerà il premier Benjamin Netanyahu e il capo di Stato maggiore delle forze armate, il generale Eyal Zamir. I vertici dello Stato ebraico stanno chiaramente osservando con grande attenzione gli sviluppi tra USA e Iran, massimizzando il coordinamento militare con l’alleato americano. Nella giornata di domenica Zamir ha incontrato il suo omologo statunitense Dan Caine al Pentagono. La settimana prima, poi, è stato in visita ufficiale a Washington il generale Shlomi Binder, numero uno dei servizi segreti militari (l’Aman).
I mediatori regionali
Parallelamente, Turchia, Qatar e Egitto hanno intensificato i contatti diplomatici con Teheran al fine di porsi come mediatori: il vertice di Istanbul o Ankara del prossimo venerdì certifica l’iniziale successo dell’impresa. Alcuni segnali di apertura diplomatica sono poi emersi sia dai vertici americani che iraniani. Tuttavia, le posizioni di partenza restano distanti.
Le richieste americane e la linea iraniana
L’amministrazione Trump pretende che Teheran rinunci alle scorte di uranio arricchito, limiti il proprio programma missilistico e cessi ogni tipo di sostegno alle milizie dell’asse della resistenza. L’Iran insiste nel limitare i negoziati al tema del nucleare. Nella miriade di dichiarazioni di alti funzionari iraniani di queste ore sembra emergere una maggiore disponibilità di Teheran a concessioni sulla questione del nucleare.
Missili e deterrenza, la linea rossa di Teheran
Una dinamica che difficilmente verrà estesa all’arsenale missilistico, ad oggi il deterrente migliore a disposizione della Repubblica Islamica, dopo i danni alle centrali nucleari e l’indebolimento dell’asse della resistenza provocati dagli attacchi israeliani e statunitensi.
La postura militare degli Stati Uniti
Ma gli spirali diplomatici emersi nelle ultime ore non diminuiscono la possibilità dell’escalation. Gli USA continuano infatti a concentrare assetti militari nella regione. Attualmente sono presenti il gruppo di battaglia della portaerei Lincoln, aerei da combattimento, otto cacciatorpedinieri posizionati entro il raggio d’azione necessario per abbattere missili iraniani e tre Littoral Combat Ship. Inoltre, il Pentagono sta tuttora trasferendo batterie di difesa aerea in Medio Oriente. Dal canto suo, l’Iran minaccia di provocare una guerra prolungata – proprio ciò che Trump non vuole – in caso di attacco americano. Atteggiamenti apparentemente contraddittori, ma che riflettono la postura degli attori della contesa.
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Calcoli strategici e obiettivi contrapposti
Trump vuole sfruttare il momento di difficoltà iraniano per indebolire ulteriormente il proprio rivale per via diplomatica o militare. Ma non sembra avere opzioni credibili per colpire in modo deciso l’Iran senza finire in uno scontro prolungato. Teheran punta alla sopravvivenza senza rinunciare ai capisaldi della propria deterrenza. Israele monitora, preparandosi a difendersi e a colpire il programma missilistico iraniano. Gli altri attori regionali – già soddisfatti dell’attuale debolezza della Repubblica Islamica – puntano sulla diplomazia per evitare ulteriori destabilizzazioni regionali.




















