5 Marzo 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

2 Feb, 2026

Carlotta Calori (Indigo film): “Il produttore? Un padre”

Carlotta Calori, socia e produttrice di Indigo Film, parla della figura del produttore cinematografico


«Il lavoro del produttore non è sempre riconosciuto, forse nemmeno troppo conosciuto da molti». Conclude così la nostra conversazione Carlotta Calori, socia e produttrice di Indigo Film, società di produzione indipendente che realizza film di forte impatto sul pubblico e segue anche le coproduzioni, ma le sue parole sono in realtà la perfetta introduzione a un discorso più ampio sull’industria del cinema italiano.


La differenza più grande nel modo di produrre rispetto a dieci anni fa?


È diventato più difficile, soprattutto per i produttori indipendenti come noi, anche perché nel frattempo molte società italiane sono entrate a far parte di grandi gruppi multinazionali e quindi hanno le spalle più coperte delle nostre. Sicuramente, anche con l’ingresso degli streamer nel mercato italiano, oggi ci sono più interlocutori di prima e questo di per sé è positivo, perché si scambiano più punti di vista e ci sono più opportunità. Tuttavia, i nuovi modelli di business che stanno emergendo sembrano dare meno importanza al ruolo del produttore così come lo abbiamo sempre inteso. Inoltre, nel panorama attuale bisogna saper costruire un prodotto sostenibile con maggiore consapevolezza. La mia impressione è che talvolta manchi una visione a lungo termine del settore.


Come si misura il confine tra il film necessario e il film che non trova pubblico?

È difficile rispondere. Bisogna partire da un pacchetto convincente, una sceneggiatura, un regista, gli attori giusti, e poi crederci, sperando che incontri il gusto del pubblico. A volte la magia succede, a volte no: non è qualcosa che si possa stabilire con un’analisi a tavolino. Il successo di un film dipende da molte variabili, tra cui l’uscita, la visibilità e il tipo di distribuzione, non è affatto automatico. In ogni caso, considero di successo i film che restano nell’immaginario delle persone nel tempo e che sono realizzati con qualità.

Questo perché il nostro è un lavoro artigianale, che speriamo incontri anche il favore del pubblico. Poi ci sono anche belle sorprese, come la nostra ultima produzione con Warner Bros. Pictures, Primavera (diretto da Damiano Michieletto, liberamente tratto dal romanzo Stabat Mater di Tiziano Scarpa, ndr): è un film che ci sta dando moltissime soddisfazioni. È stato pensato come un film di qualità, con grande cura per la produzione e per il pubblico, ma non è qualcosa che si possa prevedere a priori.


Su cosa spendete più energia oggi: sviluppo, finanziamento, distribuzione?


Secondo me la fase di sviluppo è la più importante. Una sceneggiatura che funziona sono le fondamenta su cui costruire una casa solida. Preferiamo andare sul mercato con un progetto solamente quando lo sentiamo davvero pronto e quando siamo convinti noi per primi.

Coproduzioni e internazionalizzazione rappresentano più difficoltà o più occasioni, oggi?


All’interno di Indigo Film mi occupo soprattutto delle coproduzioni, cercando l’interesse di partner europei. Riuscire a realizzare una coproduzione è sicuramente un elemento di ricchezza per il progetto, non solo dal punto di vista creativo, perché si aggiungono altri punti di vista, commenti e feedback, ma anche perché offre la possibilità di ottenere maggiori finanziamenti e più opportunità di distribuzione.

Che cosa deve avere un progetto per funzionare davvero come coproduzione?

Non tutti i nostri progetti sono adatti alle coproduzioni. Sono sicuramente favoriti quelli che trattano temi noti e concetti universali, o sono high-concept, capaci di interessare anche un pubblico estero, con una sceneggiatura solida ed un regista conosciuto e con una visione chiara. In questi casi è possibile ottenere fondi anche in altri paesi e riconoscere al film più di una nazionalità. Per esempio, tornando a Primavera, il film parla di Vivaldi, è ambientato a Venezia e la musica è un tema centrale: tutti elementi che hanno incontrato interesse all’estero. Abbiamo infatti un coproduttore in Francia che è riuscito a ottenere dei fondi; il film avrà quindi sia la nazionalità italiana sia quella francese. Abbiamo anche un venditore internazionale che è riuscito a venderlo in più di cinquanta paesi. Queste sono occasioni importanti per far crescere il film e renderlo più internazionale ed esportare anche il nostro made in Italy.

All’inizio del millennio molti scrittori hanno abbracciato la serialità televisiva, ritenendola un campo con maggiori prospettive di sviluppo rispetto alla narrativa. Oggi quel prodotto è inflazionato o resta un’opportunità?

Secondo me resta un’opportunità. Noi nasciamo come una società che ha realizzato film e documentari per il cinema, e l’espansione nel mondo televisivo è stata soprattutto un’occasione per ampliare il nostro raggio d’azione. L’idea è sempre quella di puntare su una serialità di qualità, utilizzando linguaggi e format diversi. Ci sono progetti nati come film e poi diventati serie televisive: per questo vedo la serialità come un’opportunità, tenendo sempre a mente che ciò che conta davvero è la qualità.

Quando il tema di un film è delicato, dalla sfera intima a quella sociale, e il dibattito è polarizzato anche dai social, quali problemi vi ponete in fase di realizzazione?

Cerchiamo di non farci condizionare troppo da questi aspetti. Se un soggetto ci interessa e riteniamo il tema valido, andiamo avanti cercando di trovare una struttura adatta alla sua realizzazione. Proviamo a sviluppare ciò che ci piace, che ci sembra interessante e che possa funzionare.

Festival e premi sono ancora determinanti per la vita di un film dopo il set? Che peso ha questa fase?

La fase del “dopo” è importantissima. La presentazione ai festival è sicuramente una vetrina fondamentale, ma esistono anche altre occasioni: rassegne, anteprime con incontri tra regista e pubblico, promozioni mirate, attività organizzate con le scuole. Un film, una volta realizzato, non viene certo messo in un cassetto.

Ci sono state polemiche sui finanziamenti al cinema italiano: c’è troppa burocrazia?

L’unica cosa che posso dire è che questo è un settore creativo, ma è anche un’industria che dà lavoro a tantissime persone. Come tutte le industrie, abbiamo bisogno di regole certe e risposte chiare per poter pianificare il nostro lavoro. È fondamentale sapere in anticipo quali risorse sono disponibili e quando potranno essere utilizzate. Dietro la pianificazione di un film c’è un lavoro molto lungo: dallo sviluppo della sceneggiatura alla ricerca degli attori, dei capi reparto, delle location e delle fonti di finanziamento. Servono certezze per organizzare la produzione con il giusto anticipo.

Il ruolo del produttore è davvero capito e riconosciuto?
Oggi si sta un po’ perdendo il ruolo del produttore indipendente. È la figura che ha la visione del mercato, tiene le fila, sviluppa i progetti, dialoga con gli sceneggiatori e registi, costruisce i rapporti con i talenti e scopre nuove voci. In Indigo Film, per esempio, abbiamo prodotto molte opere prime. Il produttore è anche un imprenditore e si assume molti rischi: non tutti i progetti sviluppati arrivano alla produzione e tutta la fase di sviluppo e ricerca è solitamente a carico del produttore. A volte è difficile far comprendere e riconoscere davvero questo ruolo. Il produttore è il padre del progetto: ogni film è come un figlio, che accompagna lungo il suo percorso. Sarebbe auspicabile un sistema produttivo capace di riconoscere e valorizzare maggiormente questa figura.

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