4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

1 Feb, 2026

Saragat e i socialisti che videro arrivare l’Occidente

Il libro “Sulle tracce della socialdemocrazia” analizza il percorso dei riformisti italiani: di seguito un estratto dell’introduzione al volume edito da Pensa Multimedia


Questo volume raccoglie alcuni miei saggi – pubblicati su rivista, fra il 2006 e il 2024 – che ripercorrono, con riferimento al primo ventennio di storia repubblicana, le vicende politiche di Giuseppe Saragat e di quei socialdemocratici italiani i quali, nel 1947, agli albori della guerra fredda, aderirono alla scissione di palazzo Barberini e al Partito socialista dei lavoratori italiani, scegliendo il sistema di governo occidentale, accettando gli aiuti americani del piano Marshall, condividendo le posizioni democratiche ed europeiste dei socialisti francesi, dei socialdemocratici tedeschi e dei laburisti inglesi.

La critica all’Urss

I socialdemocratici italiani criticavano l’Unione Sovietica e i regimi comunisti dell’Europa orientale, destinati inevitabilmente – come costantemente denunciato da Saragat e compagni, sin dal 1947, sul loro quotidiano ufficiale, «L’Umanità» – a degenerare nelle peggiori forme di oppressione e violenza totalitaria.

L’anomalia di Nenni

La vera anomalia, quindi, fra i socialisti italiani eletti nel primo Parlamento repubblicano del 1948, non fu rappresentata dagli scissionisti di Saragat (che proprio dal 1948 avrebbero avuto il pieno sostegno dei principali partiti socialisti europei) ma dal Partito socialista italiano guidato da Pietro Nenni che scelse il Fronte popolare e la stretta alleanza con il Partito comunista di Palmiro Togliatti e con l’Unione Sovietica di Stalin.

La visione del Psli

È possibile, quindi, affermare, parlando di Saragat e dei socialdemocratici italiani, che “la storia ha dato loro ragione”. E infatti, i motivi che, sin dal biennio 1947-1948, furono al centro della visione di Saragat e del PSLI – europeismo e atlantismo, riformismo socialista e alleanza con i cattolici, americanismo e anticomunismo, economia sociale di mercato per la tutela delle fasce meno abbienti, sostegno ai ceti medi, unità e autonomia dei socialisti –, a lungo negletti e criticati dalle maggiori forze politiche di sinistra, hanno mostrato nel tempo validità e fondatezza, a tal punto che, oggi, si possono riproporre come tematiche centrali nella discussione politica in Italia, partendo da una rivalutazione storica di quel riformismo affermato da Filippo Turati nelle due scissioni del biennio 1921-1922 e rilanciato, poi, da Saragat in quella del 1947.

La damnatio memoriae

La vicenda dei socialdemocratici italiani, sin dalla costituzione in partito nel gennaio 1947, è stata a lungo trascurata dalla storiografia, peraltro, assai fluente nell’analisi del sistema dei partiti politici italiani nel dopoguerra. Su questa damnatio memoriae ha pesato un insieme di pregiudizi ideologici, luoghi comuni storiografici, strumentale propaganda politica, accomunati in un giudizio liquidatorio, che attribuiva al partito di Saragat la responsabilità di aver favorito la sconfitta del Fronte popolare nelle elezioni dell’aprile 1948 e, da qui, la pluridecennale egemonia democristiana e americana.

Il presunto tradimento

Secondo questa vulgata, il PSLI (poi, dal 1952, Partito socialista democratico italiano), sostenendo la “scelta del campo occidentale” per l’Italia, con l’adesione al piano Marshall, collaborando al governo con Alcide De Gasperi e Luigi Einaudi, già dalla fine del 1947, e approvando l’ingresso nella NATO (1949), avrebbe operato un vero e proprio “tradimento” delle istanze dei ceti operai e popolari, con un “asservimento” alle politiche democristiane e, sul piano internazionale, statunitensi.

Nel mirino dei comunisti

Dopo la scissione del 1947, Saragat e compagni furono, quindi, oggetto di attacchi forsennati soprattutto da parte dei comunisti di Togliatti ma anche dei socialisti rimasti nel PSI di Nenni, che li definirono, per lungo tempo, “traditori” della classe operaia, “servi” del capitalismo, “succubi” della Democrazia cristiana. E questa forte ostilità culturale e politica – come si è detto – si è nel tempo tradotta in una damnatio memoriae. Analoga valutazione superficiale e censoria ha riguardato le vicende dei socialdemocratici negli anni Cinquanta e Sessanta, dall’incontro di Pralognan tra Saragat e Nenni sino alla partecipazione ai governi di centro-sinistra guidati da Amintore Fanfani e da Aldo Moro.

Le origini del centrosinistra

Fra le varie “tracce” di ricerca proposte in questa raccolta di scritti, viene, quindi, approfondito anche l’esame sulle origini del centro-sinistra italiano, in una vicenda politica che cominciò a delinearsi dalla seconda metà degli anni Cinquanta, avendo fra le sue premesse, appunto, la scissione socialdemocratica di palazzo Barberini del 1947 […]. Da quel momento in poi, l’impegno di Saragat, Roberto Tremelloni e dei loro compagni di partito fu volto alla riunificazione del socialismo italiano, con la costruzione di una grande forza politica, sul modello delle socialdemocrazie europee, che enucleasse il PSI di Nenni dal “frontismo” con il PCI, facendolo approdare alle rive della cultura occidentale e socialista-liberale, con l’assunzione di responsabilità di governo assieme ai cattolici della DC.

L’impegno del leader

Un impegno di lungo periodo, quello di Saragat, durato un quindicennio, con l’obiettivo – avviata la Ricostruzione e i processi d’integrazione europea (grazie, soprattutto, al piano Marshall, ritenuto indispensabile per la creazione degli Stati Uniti d’Europa) e atlantica (con l’adesione dell’Italia alla NATO) e superata la fase del “centrismo degasperiano” – di condurre il sistema politico italiano verso una nuova e duratura configurazione, con la partecipazione al governo del paese di quelle forze riformiste, presenti anche nel PSI, espressione più diretta delle classi lavoratrici, messe a dura prova dagli scompensi sociali generati dal “miracolo economico” ma anche dalla successiva crisi finanziaria internazionale della metà degli anni Sessanta.

Il ruolo di “cerniera”

Il ruolo di Saragat e del PSDI in questa fase fu, quindi, quello di “cerniera” fra le posizioni più avanzate, in una difficile azione di mediazione che portò, infine, il PSI ad andare al governo con la DC, favorito anche dalla decisiva approvazione del presidente americano Kennedy, che Saragat incontrò nel febbraio 1963. È la storia, quindi, del successivo formarsi dell’esperienza politica che portò con Moro ai primi governi di centro-sinistra “organico”.

Una svolta decisiva

Così, nel biennio 1962-1963, come in quello 1947-1948, il sistema politico italiano segnò una svolta decisiva […] nella quale i socialdemocratici di Saragat furono attivi protagonisti; l’ “autonomismo” socialista, affermato infine da Nenni, era nato e cresciuto da tre lustri fra le file dei socialdemocratici italiani e il PSI lo faceva proprio, rompendo il legame con i comunisti e rendendosi disponibile al difficile governo di una società capitalistica avanzata. Questo processo di riavvicinamento fra le due anime del socialismo italiano culminò, poi, nell’ingresso del PSI nel primo governo Moro (dicembre 1963) e nell’elezione di Saragat a Presidente della Repubblica, alla fine del 1964.

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