Nel Pd crescono i malumori. Gori contesta la linea del partito sulle pensioni. E spunta il “logo” dei riformisti
La scritta “I Riformisti”, tutta in maiuscolo e incorniciata, apparsa sulla locandina del convegno di Modena del 7 febbraio, è bastata a far alzare più di un sopracciglio. Qualcuno ha sussurrato “scissione”, parola che nel Pd aleggia come un fantasma mai esorcizzato. Evento sempre evocato, sempre puntualmente smentito. Prematuro, spiegano i diretti interessati, anche perché l’incognita della riforma del sistema elettorale sconsiglia fughe in avanti e precipitose dipartite. Con queste regole, meglio stare larghi che correre da soli.
Il nodo Gori
Ma più ancora del logo a irritare il Nazareno è l’uscita a gamba tesa di Giorgio Gori. Tema: la sostenibilità del sistema previdenziale, argomento che «richiede serietà», «una bussola politica che non oscilli a ogni refolo di consenso». È da qui, da questo affondo, che parte la giornata particolare del Partito democratico, una frase che è insieme un atto d’accusa e una radiografia spietata dello stato dell’arte. Un post chirurgico, marca la distanza dalla capogruppo alla Camera Chiara Braga, non una qualunque ma la prima firmataria di una mozione sulle pensioni. Una materia sensibile, quasi intoccabile, su cui Gori non fa sconti:
«È un fatto noto che la sostenibilità del sistema previdenziale richiede che l’età pensionabile si adatti al progressivo aumento delle aspettative di vita. Dalla mia parte politica mi sarei aspettato un attacco al governo per la scelta demagogica di diluire su tre anni lo scatto previsto nel 2026. E invece no. Fatico davvero a capire». Tradotto: l’opposizione può anche essere dura, ma non può permettersi di essere irresponsabile. Ne va della credibilità.
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Le correnti
Non si può certo dire dunque che il Pd difetti di trasparenza. Anzi, ormai tutto avviene alla luce del sole, possibilmente sui social, con tanto di commenti e controrepliche. L’ultimo screzio è una lite da pianerottolo, consumata pubblicamente, che fotografa un partito incapace perfino di litigare a porte chiuse. Se alle baruffe lessicali i dem hanno fatto il callo, più difficile è abituarsi alle nuove modalità che accompagnano i comunicati delle varie correnti. Ognuna con il suo stile, e soprattutto il suo logo. Un arcipelago da decodificare. Tante anime, nessuna posizione identitaria forte, condivisa, riconoscibile.
Bonaccini con la segretaria
E così, nello stesso giorno, il Pd riesce nell’impresa di essere ovunque e in nessun luogo. A Napoli Elly Schlein inaugura una due giorni con Stefano Bonaccini e Nicola Zingaretti, insieme ai sindaci dem. “Idee per l’Italia”, alla Stazione Marittima: Energia Popolare prova a tenere insieme leadership e amministratori locali, politica e territorio. Il fatto nuovo non è tanto l’ennesimo appuntamento, quanto la scelta di Bonaccini di accodarsi alla segretaria. Mossa che qualcuno legge come senso di responsabilità, altri come, in caso di congresso, rischio di trasformarsi in una ruota di scorta.
I dem “milanesi”
A Milano, intanto, Gianni Cuperlo riunisce teste pensanti e aficionados alla Feltrinelli, con la Fondazione dem: un pubblico fedele, colto, abituato al pensiero lungo mentre il partito corre corto. A Roma Vincenzo Spadafora convoca la sua associazione Primavera, insieme a Ilaria Salis, Alessandro Onorato, Ernesto Maria Ruffini. Un parterre bettiniano che guarda al centro, tra prove tecniche di dialogo e suggestioni da Margherita 4.0.
I riformisti a Modena
Nel mezzo, Modena. I riformisti, la minoranza interna, parlano di lotta alla povertà e di crescita inclusiva. «Crescere tutti, crescere insieme», dice ancora Gori. Ma il tema vero è un altro: cosa tiene insieme oggi il Pd? Nel grande arcipelago correntizio si discuterà di tutto ciò che divide le varie anime: l’antisemitismo, con lo strappo di Derio; la politica economica; la sicurezza e la difesa europea; il sostegno all’Ucraina. E, non ultimo, il referendum sulla riforma della giustizia.
I favorevoli alla riforma della giustizia
Qui il nodo è politico, non procedurale. Formalmente il Pd voterà No al referendum sulla riforma della giustizia, posizioni non del tutto condivise, un dissenso non esplicitato. Il gruppo di Libertà Eguale — con Stefano Ceccanti, Enrico Morando e Giorgio Tonini — si è apertamente schierato per il Sì insieme all’irriducibile Pina Picierno.
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Il sesto Sensi
Filippo Sensi, uno dei volti più riconoscibili dell’area riformista, prova a tenere insieme i pezzi e a mettere in fila le parole giuste: per Sensi il punto non è uscire dal Pd, ma cambiarne la traiettoria: «Se c’è forza e trazione verso il centro ben venga, noi facciamo la nostra battaglia non avendo nessuna intenzione di uscire, vogliamo un grande partito largo che parli a tutti e non solo ai fedelissimi». Una battaglia che passa anche dal referendum, diventato paradossalmente il terreno su cui misurare il tasso di ipocrisia e di realismo del partito. Sul fondo, però, non c’è alcuna scissione imminente. Al massimo l’idea, coltivata da alcuni, di unirsi a Matteo Renzi e a +Europa. Tentazione che va e viene, come una febbre stagionale, ma che oggi resta più una suggestione che un progetto politico strutturato.
L’ultimo nodo
E poi c’è l’elefante nella stanza, quello di cui al Nazareno si parla a bassa voce: la riforma elettorale. Ufficialmente il Pd dice di non volerla. In realtà Elly Schlein e Giorgia Meloni sanno benissimo che con l’attuale sistema si andrebbe al pareggio. E dunque, alla fine, si farà. Con un congruo premio di maggioranza. Ipocrisia bipartisan, manuale Cencelli aggiornato ai tempi dell’instabilità permanente.


















