Il cessate il fuoco a Gaza entra in una fase incerta, tra la riapertura parziale di Rafah, il nodo del disarmo di Hamas e un Medio Oriente sempre più instabile
Mentre le tensioni tra Stati Uniti e Iran sono alle stelle, nella Striscia di Gaza c’è una seconda fase del cessate il fuoco a Gaza che, al di là degli annunci, stenta a partire. Un timido passo in avanti dovrebbe compiersi domenica, con l’autorizzazione israeliana alla riapertura parziale del valico di Rafah. Valico che sarà aperto solo per consentire un «movimento limitato di persone», come comunicato dal Coordinatore delle attività governative nei territori (COGAT), un organismo del ministero della Difesa israeliano che sovrintende agli affari civili nei territori palestinesi.
Rafah e il fragile avvio della seconda fase
A fronte di questo piccolo passo, rimangono tanti i punti ancora da risolvere, a cominciare dal disarmo di Hamas. Da giorni, ormai, il Presidente americano Donald Trump va ripetendo che il movimento islamista «sta per disarmarsi». Affermazione reiterata durante una riunione di gabinetto nella notte tra giovedì e venerdì. Anche l’inviato speciale del Presidente, nonché mediatore del cessate il fuoco nella Striscia, Steve Witkoff, ha annunciato di aver «cacciato i terroristi da lì, e loro smilitarizzeranno; lo faranno, perché non hanno altra scelta».
Il nodo del disarmo di Hamas
Finora, tuttavia, i segnali giunti da Hamas non sembrano andare in questa direzione. L’ultima uscita pubblica di un membro del movimento in merito alla questione disarmo è quella di Moussa Abu Marzouk, che in un’intervista rilasciata ad al-Jazeera mercoledì ha dichiarato che il gruppo non ha ancora avviato alcun tipo di trattativa con gli americani in merito: «Non abbiamo ancora discusso delle armi; nessuno ci ha parlato direttamente di questo argomento. Non abbiamo parlato con la parte americana né con i mediatori su questo tema, quindi non possiamo dire cosa significhi o quale sia l’obiettivo».
Hamas e il nuovo esecutivo di Gaza
Nel frattempo, in una lettera inviata al personale, visionata da Reuters, il movimento islamista ha esortato i suoi oltre 40.000 funzionari pubblici e membri delle forze di sicurezza a collaborare con il nuovo esecutivo tecnocratico a guida palestinese di Gaza. Assicurando loro che sta lavorando per integrarli nel nuovo governo. Ciò includerebbe le circa 10.000 forze di polizia gestite da Hamas, secondo le fonti dell’agenzia stampa britannica.
Le vittime della guerra e il dietrofront israeliano
E mentre tali novità rimangono per ora senza commento da parte dei mediatori, secondo quanto pubblicato dal quotidiano israeliano Haaretz «le IDF hanno accettato la stima del Ministero della Salute di Gaza, gestito da Hamas, secondo cui circa 71.000 palestinesi sono stati uccisi durante la guerra tra Israele e Gaza». Si tratta di quello che potremmo definire un clamoroso dietrofront. In precedenza le autorità israeliane avevano infatti sempre contestato queste stime, definendole inaffidabili o gonfiate.
Numeri ancora incompleti
Di più, secondo il quotidiano israeliano la cifra sarebbe anche «conservativa», giacché «non include i residenti dispersi che potrebbero essere sepolti sotto le macerie». Si chiude così, con una quieta ammissione, un’infuocata polemica andata avanti per lunghi mesi.
Il cessate il fuoco a Gaza e lo sguardo sulla regione
Se il cessate il fuoco a Gaza continua a reggere, nonostante gli impacci nel far partire per davvero la seconda fase dell’accordo, gli occhi sono ormai puntati verso la nuova fonte di tensione regionale: il conflitto latente tra Stati Uniti e Iran. Dietro di esso, però, si nasconde anche la nuova rivalità tra Turchia e Israele.
Turchia, Israele e il fronte iraniano
Ieri Hakan Fidan, ministro degli Esteri turco, ha duramente attaccato Tel Aviv, sostenendo che sia «Israele a spingere gli Stati Uniti ad attaccare l’Iran». Il ministro turco ha quindi invitato Washington ad «agire con buonsenso e non permettere che ciò accada».
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L’isolamento regionale di Israele
Non vi è alcun dubbio, in ogni caso, che i due anni di guerra mossi contro la Striscia di Gaza abbiano grandemente contribuito a isolare Israele dai Paesi della regione, Arabia Saudita compresa. La monarchia di casa Saud, che sembrava essere la prossima candidata a firmare gli Accordi di Abramo, appare ormai salda nel cercare l’allineamento strategico con altri Paesi musulmani, tra cui proprio la Turchia di Erdogan. La normalizzazione appare ormai un lontano ricordo.


















