Ferdinando Adornato, politico di lungo corso, punta il dito contro l’ipocrisia della classe politica e intellettuale italiana: «Non hanno mai ritenuto gli Stati Uniti un faro di libertà»
«Vedo sui media italiani un’impennata di lamenti sulla perdita del faro americano, inteso come faro di libertà e paese modello della democrazia. Stiamo applicando dei dazi alla nostra memoria, è una forma di ipocrisia». Parla senza peli sulla lingua Ferdinando Adornato, politico di lungo corso, osservatore mai banale delle vicende di casa nostra e non solo. L’ipocrisia di cui parla è quella di coloro che piangono la perdita di qualcosa in cui non hanno mai davvero creduto: gli Stati Uniti come terra di libertà, modello da imitare.
«Vedo commentatori e opinionisti di ogni area – prevalentemente di sinistra – innalzare gridi di dolore. Allora, sarebbe il caso di rinfrescarci un po’ la memoria».
Rinfreschiamola, dunque.
«Cominciamo col dire che l’Italia non ha mai celebrato in modo solenne i ragazzi americani che hanno liberato l’Europa, perché ha prevalso la lettura secondo la quale siamo stati liberati dalla Resistenza. Ma anche al di là di questo, l’antiamericanismo è sempre stato una colonna sonora vincente in Italia. Perciò, si lamenta la perdita di un faro di libertà in cui non si è mai creduto».
Si riferisce all’opinione pubblica o alla politica?
«L’Italia politica aveva una subordinazione agli Stati Uniti sul piano politico e militare, come tutta Europa, ma non aveva alcuna vicinanza culturale. La politica italiana è stata a lungo, ad esempio, filo-araba. Lo ripeto: nessuna cultura politica italiana ha mai celebrato gli Stati Uniti come faro della libertà, fatto salvo per alcune minoranze liberali e repubblicane. L’Italia delle piazze, invece, era piena di “yankees go home”».
La cultura americana però ha attecchito.
«La cultura, non la politica. C’è stato un picco di emozione per Kennedy, che però era parte dell’ “altra” America, quella di Hollywood, di James Dean, dei Rolling Stones, Kerouac, Marylin Monroe. Questa è l’America che l’Italia ha amato. Per il resto, abbiamo sempre considerato gli Usa una nazione imperialista e da mal sopportare. E da un punto di vista culturale più profondo, c’è un altro elemento da sottolineare».
Prego.
«La cultura politica europea e italiana hanno sempre pagato un debito molto più grande a Rousseau che non a Jefferson. I nostri principali ispiratori sono stati i giacobini, i teorici dell’Assemblea generale, non coloro che dicevano che il governo è un male necessario».
Abbiamo perso un faro di libertà da cui non ci siamo mai fatti illuminare. Ora molti pensano che l’America sia incamminata verso una dittatura.
«Anche qui stiamo applicando troppi dazi alla memoria. Ricordiamoci di cos’era il maccartismo, un periodo di brutale regresso costituzionale. La “caccia alle streghe”, cioè alle presunte o vere spie sovietiche, fu costellata da aperte violazioni dello stato di diritto. Per non dire della segregazione razziale. L’America è sempre stata fatta anche di questo. Lo scopriamo solo oggi?».
Giusto richiamare il “passato che non passa” degli Usa. Ma non si rischia di giustificare il presente?
«Intanto: non si può giudicare un paese da un presidente che per definizione è temporaneo. Ma poi: ci vogliamo dimenticare di cosa si diceva di Ronald Reagan? Anche allora si riteneva in crisi la democrazia, e si pensava che egli fosse contrario ai diritti e alla libertà perché fautore di un liberismo sfrenato. Logica vorrebbe che oggi la sinistra culturale stesse con Trump, in quanto protezionista e non liberista. Voglio precisare che è giusto ricordare tutta la storia americana perché da ogni “crisi democratica” gli Stati Uniti sono sempre usciti, recuperando la propria forza. Sono episodi gravi e ripetuti. Quindi, non intendo minimizzare la crisi attuale del sistema americano – soprattutto la militarizzazione emersa a Minneapolis – ma semplicemente dire che essa, come nel passato, non può offuscare il faro di libertà che gli Stati Uniti sono e restano».
LEGGI ANCHE Là dove muore una democrazia
Quindi fa bene il nostro governo a non rompere con gli Usa? Le opposizioni accusano Meloni di essere subalterna a Trump.
«Non vedo in Meloni una subalternità alle politiche americane. L’intera Europa fa i conti con la novità rappresentata da Trump. Coloro che accusano Meloni di servilismo sono poi gli stessi che la accusano di non aver mai reciso le radici della propria storia politica, intendendo il fascismo. Ma il fascismo era antiamericano! Lo sono state tutte le destre e sinistre estreme del Novecento. Diciamo la vera verità: siamo di fronte a una crisi di relazione strategica tra Usa ed Europa che inizia con Obama e prosegue con Biden. Certo, nessuno di loro ha avuto il carattere cialtronesco e prepotente di Donald Trump nell’esprimere le tesi che invece prima venivano espresse con maggiore ragionevolezza».
In Europa all’atteggiamento di Meloni si oppone il paradigma rappresentato da Macron, che ha puntato il dito contro il bullismo del tycoon.
«All’interno dell’Ue c’è chi, come Macron, ne approfitta per rinverdire i fasti antiamericani della storia del suo Paese. E chi, come Meloni, Von der Leyen e Merz, cerca di mantenere la prudenza necessaria per non dare per morta un’alleanza di cui abbiamo ancora bisogno e che probabilmente non è affatto morta. Si tratta di capire da che parte stare, se con il revanscismo francese e con il loro odio atavico per gli Usa, oppure con chi pensa che sia meglio non facilitare l’allontanamento americano. L’allontanamento strategico, che è evidente, non deve necessariamente comportare un allontanamento politico. Il vero problema è che l’Europa deve sfruttare questa crisi per diventare una vera potenza».
Sulla crisi iraniana il governo italiano ha mostrato un attivismo a cui non eravamo abituati, ad esempio spendendosi per classificare i pasdaran come terroristi. In Iran si gioca una questione decisiva?
«Il problema è se l’Iran vorrà partecipare da protagonista alla vita del nuovo Medio Oriente, che speriamo si delinei. Ci troviamo di fronte a un grande punto interrogativo, che si è presentato molte volte nella storia recente: come si aiuta una popolazione in rivolta contro un regime spietato e tirannico? Il mondo è fermo di fronte alla brutalità di Khamenei come a quella di Putin. A questo proposito, un’altra grande ipocrisia sono i lamenti sulla fine del diritto internazionale.
Quando mai è stato rispettato? Fin dalla guerra di Corea del ’53 esso è sempre stato offeso e si è sempre dovuto intervenire militarmente in sua difesa. All’epoca della guerra in Jugoslavia fu coniato il termine “diritto umanitario”, cioè il diritto di intervenire per salvare la vita di migliaia di persone da una tirannia. Seguendo un diritto analogo, bisognerebbe intervenire in Iran. L’Onu è un fantasma da quando è stato creato, non è mai stata una vera sede di regolazione di controversie».
Chiudiamo il cerchio e torniamo a dove siamo partiti. Le malefatte di Trump vengono usate come alibi per giustificare l’antiamericanismo latente di molti?
«Credo di sì, e a costoro andrebbero poste queste domande: avete mai considerato gli Stati Uniti un vero faro di libertà? E ancora di più: siete per la cultura politica nata dalla rivoluzione francese o per quella nata dalla rivoluzione americana? Si tratta di due culture politiche diverse, Trump o non Trump. Io continuo a vedere nei princìpi dei padri fondatori della civiltà americana il faro di una libertà che non muore. Anche Trump passerà».



















