Un patto con i Paesi extra-Ue, a cominciare dal Canada, consentirebbe di rispondere efficacemente alle politiche aggressive dell’amministrazione americana: a fare da capofila potrebbero essere l’italiano Mario Draghi e il canadese Mark Carney
Il professor Michele Marchi ha fatto molto bene a sottolineare, su questo giornale, come l’Europa, pur con tutti i suoi limiti e ritardi, al cospetto di Trump che minaccia di invadere la Groenlandia si sia seduta al tavolo dove si cucinano le relazioni internazionali anziché finire nel menù, per usare l’ormai nota metafora di Mark Carney. E questo, aggiungo io, nonostante i perduranti distinguo di chi, come l’Italia (sempre meno?), persevera nell’equilibrismo tra Bruxelles e Washington tardando a prendere atto che, come osserva Sergio Fabbrini, il matrimonio Usa-Ue è finito perché la Casa Bianca ha deciso di divorziare.
Oltre la deterrenza
Ma, come suggerisce lo stesso Marchi ricordando la straordinarietà del prossimo Consiglio europeo del 12 febbraio, occorre andare oltre la “deterrenza” nei confronti di “questa” America. Per l’Europa è arrivato il momento di trovare una direzione di fondo per fronteggiare le conseguenze di questo divorzio. Ciò significa ripensarsi e nello stesso tempo ripensare gli assetti planetari, sapendo che stiamo vivendo il passaggio epocale dalla geopolitica all’egopolitica (la fantastica definizione è di Antonio Missiroli, già segretario generale aggiunto della Nato, espressa nella War Room di giovedì 22 gennaio).
I limiti dell’Unione
Ora, l’Unione per come è strutturata – nella sua composizione allargata a 27 Paesi e con la governance che obbliga l’unanimità per le decisioni strategiche da assumere – non è in grado di affrontare tutto questo con il dovuto tempismo. Ed è illusorio pensare di poter accelerare i meccanismi decisionali attraverso un’autoriforma, che sarebbe bloccata dal diritto di veto dei filoputiniani, quelli espliciti alla Orban e quelli occulti, nascosti nei governi e nei parlamenti di diversi Paesi. Occorre, quindi, immaginare qualcosa di nuovo, pur senza rinnegare l’Ue, e senza gonfiare le vele degli euroscettici che nuocciono all’Europa come le sigarette ai polmoni.
Un nuovo soggetto
C’è bisogno di un cambio di passo per creareun nuovo soggetto che integri le forze almeno sul piano della Difesa, delle relazioni commerciali, e degli investimenti comuni, possibilmente attraverso strumenti come gli eurobond. Un soggetto composto dai Paesi europei che ci stanno, cioè che intendono assumersi la responsabilità di sperimentare forme di maggiore integrazione della Ue con regole più flessibili, e nello stesso tempo aperto, questo nuovo soggetto continentale, ad alleanze con tutti quei Paesi extra Ue – dalla Gran Bretagna alla Norvegia, dal Canada a Giappone e Australia – interessati a rifondare un Occidente veramente libero e democratico.
La via indicata da Carney
In qualche modo è la via indicata a Davos da Carney, con quel suo bellissimo discorso, straordinario per visione e chiarezza. Partendo dalla constatazione che l’ordine mondiale è finito e che siamo “all’inizio di una realtà brutale in cui la relazione tra le grandi potenze non è soggetta a vincoli”, il primo ministro canadese ha sollecitato le medie potenze a trovare il modo per allearsi e reggere l’urto. Tra queste c’è anche e prima di tutto l’Europa, che sarebbe una super potenza se non vivesse la contraddizione di essere il più grande e prospero mercato del mondo, il luogo per eccellenza della democrazia e del welfare, senza essere pienamente un soggetto politico, militare e un’economia integrata.
L’eterna incompiuta
È l’Europa incompiuta di cui parliamo da decenni, cioè da quando alla moneta comune non è seguita una vera integrazione politico-istituzionale, solo che ora il raggiungimento di una diversa e più piena dimensione si è fatto ineludibilmente stringente. Un’urgenza che cozza contro le lunghe e farraginose procedure comunitarie ed è, se possibile, ben maggiore di quella che già due anni fa ha portato Mario Draghi a sferzare l’Ue con quella esortazione “Per favore, fate qualcosa”. Ecco perché serve qualcosa di diverso, attraverso nuovi trattati. Il cosa e il come non sono di facile definizione, anche perché occorre evitare il rischio che qualunque iniziativa si intraprenda svuoti l’Unione, esponendola ancor di più ai rischi dell’attuale quadro geopolitico.
I Volenterosi
L’esperienza dei “Volenterosi” può considerarsi un punto di partenza. Ma occorre andare oltre la pur primaria questione della “difesa comune”, primo passo per gestire la fine della Nato – almeno per come è stata fin qui – soffocata per mano di Trump. C’è da affrontare, per esempio, la situazione dell’economia. Forse alla folle guerra commerciale aperta da Trump con la girandola dei dazi si è messo in qualche modo rimedio, o quantomeno se ne sono ridotti gli effetti. Ma restano – come è emerso nella War Room di ieri con Bruni, Messori e Passera, che vi consiglio vivamente di vedere – almeno due questioni decisive e urgenti.
La riforma del commercio
La prima è la riforma, da affrontare con molto pragmatismo, degli organismi e delle regole che presiedono al commercio mondiale. Mettere mano al WTO senza (o addirittura avendo contro) gli Stati Uniti è cosa assai complicata, ma l’Europa, forte dell’accordo di libero scambio con l’India appena siglato e di quello del Mercosur se finalmente saranno rimossi i cavalli di frisia di certo lobbysmo sovranista, deve porre il tema sul tavolo. La seconda è relativa alla dimensione del debito pubblico americano, che ha superato i 38 mila miliardi di dollari (pari al 124% del pil) e che secondo le previsioni del Fondo Monetario continuerà a salire.
L’esposizione debitoria degli Usa
Va da sé che l’esposizione finanziaria americana scopre il fianco verso chi, quel debito, lo detiene, e una fetta superiore al 25% in mani straniere, con l’Europa (e Cina) in prima fila. In molti si domandano se questa quota di debito Usa non sia la vera arma da scagliare contro dazi e intimidazioni trumpiane, perché se europei e cinesi vendessero in massa il debito Usa, o non sottoscrivessero le nuove emissioni di treasury bond, farebbero molto male a Trump e non solo.
Una nuova alleanza europea
Tutte questioni – politiche, militari, economiche – che presuppongono la necessità di una nuova Alleanza Europea, a sua volta base per un nuovo Occidente democratico rispettoso del diritto internazionale. Perché il 12 febbraio, visto che è stato invitato, non si chiede a Mario Draghi di mettersi alla testa di questo progetto continentale? E perché non si chiede a Carney di fare altrettanto nel coordinare i Paesi extra-Ue? Pensate: lo stile di Draghi e Carney contro l’arroganza grottesca di Trump, la geopolitica che si prende la rivincita sull’egopolitica. Io comincio ad accendere ceri…


















