29 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Gen, 2026

Investimenti contro le frane: unica risposta a fragilità e abusivismo

Il disastro di Niscemi dimostra l’importanza di interventi strutturali come rimedio alla friabilità del suolo e all’imprudenza di chi ha lasciato che si costruisse in zone a rischio. Il modello? “Italiasicura”, il programma avviato nel 2014 e poi abbandonato


L’Italia, che frana! Che siamo il Paese della bellezza incomparabile ma con i piedi di argilla lo ricordavano ai loro contemporanei l’architectus dell’Imperium di Roma, Marco Vitruvio Pollione, mettendo in guardia nel “De Architectura” dal rischio di costruire edifici su terreni franosi, e mezzo millennio fa Leonardo che si disperava constatando che pendii, colline e monti «sono disfacti dalle piogge e dalli fiumi». Oggi, sappiamo che Madre Natura sulla Penisola ha voluto esagerare con la geologia, l’orografia e la morfologia, l’idrologia, regalandoci la più straripante fragilità e rischiosità naturale da frana dell’intero continente europeo, ma noi abbiamo aggiunto abusi, imprudenza, mancata prevenzione provocando disastri colposi e dolosi.

Il disastro di Niscemi

L’ultima frana di Niscemi impressiona per dimensioni e vastità, per l’abbassamento del suolo di circa 120 metri e per il fronte di circa 4 chilometri. Che la frana sarebbe ripartita era una verità nemmeno nascosta. È una frana a scorrimento, innescata da una frattura sotterranea che fa scivolare lo strato superiore su quello sottostante. Ma anch’essa ha una secolare storia franosa alle spalle, che va oltre l’innesco di oggi per le valanghe d’acqua piovute con il ciclone Harry.

La frana del 1997

Già, perché dopo i crolli del 13 ottobre del 1997 che coinvolsero la fascia sud del paese nisseno, era già stata dichiarata a “pericolosità elevata per rischio idrogeologico”. Ma, passata quell’emergenza, addio opere di prevenzione e delocalizzazioni di edifici più a rischio costruiti sul versante ovest che sta franando. Addio al progetto di regimentazione delle acque del torrente Benefizio con l’appalto da nove milioni di euro aggiudicato nel 2007 ma con il cantiere sempre chiuso per vari contenziosi. Dalle grandi emozioni tutto è finito in grandi rimozioni delle cause e anche dei cantieri.

Un Paese fragile

Ma Niscemi è solo l’ultimo campanello d’allarme in una Italia che, dal 1918 a oggi, ha subìto circa 17mila gravi frane che hanno colpito circa 14mila luoghi, lasciando 5.939 vittime, migliaia di feriti, milioni di sfollati e 1,2 miliardi di euro all’anno per danni e risarcimenti. In Europa siamo il Paese delle frane per un dato sbalorditivo: sulle 750mila frane censite sull’intero continente, ben 620.808 sono italiane, indicate con precisione scientifica dai tecnici dell’Ispra. L’ultimo aggiornamento rileva aree franose nel 94,5% dei comuni, con quasi sei milioni di italiani in aree ad alto rischio, con 75mila imprese e 14mila tesori culturali dal valore inestimabile.

Un territorio “giovane”

I perché di questa fragilità estrema derivano dai nostri suoli che per due terzi sono montuosi e collinari, e soprattutto sono geologicamente tra i più “giovani” del Pianeta, non rocciosi bensì piuttosto sabbiosi e argillosi, facilmente erodibili dalle piogge, e gli effetto del cambiamento climatico ormai ci espongono anche al massimo rischio frane.

Quando la storia non è maestra

Ma le frane che ci hanno colpito nei secoli, hanno insegnato poco o nulla. Non c’è solo la frana assassina piombata dal Monte Toc, parola che in zona indica “marcio” e “in bilico”, sulle acque della diga del torrente Vajont del 9 ottobre 1963 con l’ecatombe di 1.917 vittime. Abbiamo alle spalle la frana urbana di Ancona, finora la più estesa d’Italia, staccatasi dal pendio detto non a caso “Ruina” nella notte tra il 12 e il 13 dicembre del 1982 travolgendo i quartieri a Nord della città con oltre 3mila sfollati e centinaia di edifici distrutti e fortunatamente senza vittime per la lentezza dello smottamento.

Il precedente calabrese

La frana di Petilia Policastro, antico borgo bizantino del cosentino, che nel gennaio 2015 è scivolato a valle con l’intera collina della contrada Foresta perché l’antica foresta era stata sradicata abusivamente e le case erano tutte abusive e il reticolo idraulico di scorrimento delle acque era stato intombato. Ma nemmeno ci sorprendono più le tante località la Frana oggi raggiungibili da altrettante Via della Frana, come a Volterra, o i costoni con edifici puntellati da muri di sostegno, ancoraggi, tiranti d’acciaio, piastre metalliche, micropali, iniezioni di cemento, reti paramassi.

L’abusivismo e i condoni

La parola frana troppo spesso è strettamente correlata a parole come “abusivismo”, “condono”, “sanatoria”. Che sia un rischio in aumento lo dimostrano le 80mila frane registrate dal 1 al 17 maggio 2023 nei 54 comuni dell’Emilia-Romagna nel corso dei due eventi alluvionali con esondazioni di 21 fiumi e 22 tra torrenti e rii che causarono 17 morti e 36mila sfollati. L’urbanizzazione senza difese e cautele nelle aree più a rischio idrogeologico, Sicilia in testa, risponde ai tanti perché siamo tra i primi al mondo per perdite di vite umane e danni economici da dissesto idrogeologico.

I rimedi

Che fare? Molto, anzi moltissimo. Oggi tecniche e tecnologie possono garantire la massima sicurezza possibile. Ma servono investimenti strutturali e costanti, quelli che la struttura di missione “Italiasicura” dal 2014 al 2018 aveva iniziato a trasformare in progetti e in cantieri da Palazzo Chigi con i governi Renzi e Gentiloni. Un inizio, purtroppo inspiegabilmente cancellato, senza proporre alternative. Se questa tipologia di investimenti per la sicurezza degli italiani resta fuori dai radar della politica, continueremo ancora vittime e danni.

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