6 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

28 Gen, 2026

Ucraina, Donbass e garanzie Usa: lo scoop che scuote i negoziati

Witkoff e Putin

Secondo il Financial Times, Washington avrebbe subordinato le garanzie di sicurezza a Kiev alla cessione del Donbass. Smentite dalla Casa Bianca, tensioni in Europa e crepe nella Nato complicano un processo di pace già fragile.


O la cessione del Donbass o addio alle garanzie di sicurezza scritte. Non è la Russia a imporlo all’Ucraina, ma gli Stati uniti, secondo quanto riportato ieri in esclusiva dal Financial Times. Il quotidiano britannico cita «otto persone a conoscenza dei colloqui». Afferma che l’amministrazione Trump ha comunicato all’Ucraina che il trattato sulle garanzie di sicurezza americane è subordinato alla cessione alla Russia del Donbass.

Lo scoop del Financial Times

I colloqui di Abu Dhabi, svoltisi lo scorso fine settimana, hanno infatti mostrato ancora una volta la sostanziale inamovibilità russa in merito al ritiro ucraino dal Donbass, senza il quale Mosca non è disposta a porre fine alla guerra. Di più, sempre secondo la testata britannica, Washington avrebbe anche fatto intendere a Kiev che Washington sarebbe anche disposta ad aumentare il suo supporto alle forze armate ucraine in tempo di pace, sempre però previo ritiro dal Donbass e felice conclusione del conflitto con un accordo di pace. Poco dopo l’uscita dello scoop, l’inviato speciale del Presidente russo (nonché negoziatore al tavolo di pace), Kirill Dmitriev, ha condiviso su X l’articolo, dichiarando: «Il ritiro dal Donbas è la via verso la pace per l’Ucraina».

La smentita della Casa Bianca

Da Wahington, però, è arrivata la smentita della vice portavoce della Casa Bianca, Anna Kelly: «Totalmente falso». L’unico ruolo degli Stati Uniti nel processo di pace – ha continuato – è riunire le parti per raggiungere un accordo. «È un peccato che il Financial Times permetta a malintenzionati di mentire in modo anonimo per compromettere il processo di pace. Che è in ottima posizione dopo lo storico incontro trilaterale di questo fine settimana ad Abu Dhabi».

I dubbi di Kiev sulle garanzie

Un fondo di verità sembra però esserci. Da settimane ormai il Presidente ucraino Volodymyr Zelensky ripete che l’accordo relativo alle garanzie di sicurezza sia «pronto al 100%» e di essere in attesa solo del luogo e del giorno della firma. Il fatto che questa non sia stata ancora apposta conferma che Washington voglia prima assicurarsi che Kiev firmi con Mosca il trattato di pace che ponga fine alla guerra.

LEGGI Guerra in Ucraina, quattro anni di tentativi di pace

Secondo quanto dichiarato ieri da un funzionario ucraino, sempre al quotidiano britannico, questi continui rimandi iniziano a minare la fiducia dell’Ucraina. Gli Stati Uniti «si tirano indietro ogni volta che si arriva alla firma delle garanzie di sicurezza».

Trump e i “segnali positivi”

Kiev vuole che le garanzie siano confermate prima di concedere qualsiasi territorio, Washington, invece, predilige il processo inverso. Ciò non sembra però inficiare sul complessivo svolgimento delle trattative di pace. O almeno sulla percezione che di esse ha il Presidente americano, visto che ieri Trump ha dichiarato: «Ci sono cose molto positive che stanno accadendo in relazione alla Russia e all’Ucraina».

Le parole di Rutte e lo scontro in Europa

Dall’Europa, invece, hanno creato un certo scalpore (e anche forti critiche) le parole pronunciate dal Segretario generale della Nato Mark Rutte. In un intervento al Parlamento europeo, ha dichiarato che «se qualcuno pensa, ancora una volta, che l’Unione europea, o l’Europa nel suo complesso, possa difendersi senza gli Stati Uniti, continua a sognare. Non potete. Non possiamo. Abbiamo bisogno gli uni degli altri». Rutte ha aggiunto che gli Stati europei dovrebbero spendere «il dieci per cento del loro Pil, anziché il cinque per cento come previsto dall’obiettivo attuale», per compensare la perdita del sostegno di Washington.

La reazione francese

«Dovreste costruire la vostra capacità nucleare. Questo costa miliardi e miliardi di euro», ha detto. «In questo scenario, perdereste l’ultimo garante della nostra libertà, che è l’ombrello nucleare degli Stati Uniti. Quindi, ehi, buona fortuna!». La retorica sproporzionatamente filo-americana del Segretario generale è cosa nota, tuttavia è indubbio che la “questione Groenlandia” abbia lascito strascichi. Ieri sono arrivate critiche piccate alle parole di Rutte. Ad aprire le danze è stato il ministro degli Esteri francese Jean-Noel Barrot, che da X ha tuonato: «No, caro Mark Rutte. Gli europei possono e devono farsi carico della propria sicurezza».

Autonomia strategica e nodo energetico

Si è poi aggiunto Benjamin Haddad, vice ministro francese per gli Affari europei, che ha sottolineato come ormai sia l’Europa, e non gli Stati Uniti, è il principale donatore dell’Ucraina. Esplicito anche il riferimento alle «minacce provenienti dagli alleati americani contro la sovranità della Danimarca», chiaro sintomo di come sia «giunto il momento di prendere in mano la situazione e difendere la nostra sicurezza».

Ha chiuso il cerchio il portavoce capo della Commissione europea, Paula Pinho, che ha più diplomaticamente dichiarato come l’attenzione politica debba rimanere concentrata sul rendere l’Ue «sempre più resiliente» e «sempre più indipendente» su «vari fronti». Potremmo aggiungere il fronte energetico, a riguardo del quale, ieri, il premier slovacco Robert Fico ha annunciato che il suo Paese si unirà all’Ungheria nel denunciare la decisione dell’Ue di eliminare a partire dal 2027 le importazioni di energia russa. Almeno su questo, però, il dado sembra essere tratto.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA