29 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

27 Gen, 2026

Il giorno della memoria e la paura delle parole precise

Il giorno della memoria oggi richiede l’uso di parole precise di cui si ha sempre più spesso paura


Presentando il ddl sostenuto dalla segreteria del partito, che scioglie l’antisemitismo dentro una formula più ampia – “odio razziale”, “tutte le discriminazioni” – in alternativa al testo proposto da Graziano Delrio, il Partito Democratico ha perso l’occasione di nominare un problema con la precisione che il problema richiede.

Stiamo parlando del modo in cui una forza che si definisce progressista decide di stare davanti a una delle mutazioni più delicate del nostro tempo: il ritorno dell’antisemitismo in forme che non assomigliano più a quelle che abbiamo imparato a riconoscere. Il partito ha scelto, cioè, di fronte a questa emergenza, la strada della vaghezza, che ha prodotto una spaccatura con una parte dell’area riformista, ma soprattutto un arretramento culturale.

I limiti delle parole

La questione non è se il Pd condanni o meno l’antisemitismo. Lo condannano tutti, almeno a parole. Ci mancherebbe. Ma è come lo si interpreta. E, di conseguenza, come lo si combatte. Perché oggi l’antisemitismo raramente si presenta come odio dichiarato verso gli ebrei, se non da parte di sparute minoranze.

Ma assume le forme della negazione di sé stesso e quelle di un odio “virtuoso”, sdoganato da un discorso che parla di colonialismo, di oppressione, di giustizia internazionale. Il tutto riferito, naturalmente, a Israele. Ed è soprattutto in questo slittamento – dalla parola “ebreo” alla parola “Israele”, dalla parola “ebraico” alla parola “sionista” – che si gioca il nodo più difficile da nominare, soprattutto dopo il 7 ottobre.

Le scorciatoie retoriche

Ed è questo che la definizione IHRA dell’antisemitismo – cui faceva esplicitamente riferimento il testo di Delrio – prova a intercettare, con un semplice criterio interpretativo, laddove uno Stato è giudicato con un doppio standard, delegittimato a esistere o demonizzato, quando il paragone con il nazismo diventa una scorciatoia retorica, o quando si ritengono gli ebrei collettivamente responsabili per le azioni del governo di Israele.

Israele va criticato come ogni altro Stato, senza eccezioni né immunità. Ma un conto è la critica a un governo, altro è la costruzione di un’equazione che salda governo, Stato ed ebrei come corpo unico e colpevole. Per questo il nuovo ddl redatto da Andrea Giorgis appare un’occasione persa per il PD, dal momento che sceglie l’universalismo invece della specificità. Ma l’idea che l’universalismo consista nell’includere tutto – le memorie uguali, i traumi equivalenti, le sofferenze sullo stesso piano simbolico – è un enorme equivoco di fondo che attraversa lo spazio progressista contemporaneo.

Il pericolo del generalismo

Perché livellando tutto si toglie contesto, si cancellano le differenze storiche, si rende il male intercambiabile. E quando il male è intercambiabile, non è più riconoscibile. In una democrazia adulta, invece, la libertà di espressione e la lotta all’odio non dovrebbero essere alternative, ma piuttosto una tensione da governare. Scioglierla in un generico “contro tutte le discriminazioni” rischia di essere una forma di deresponsabilizzazione che non risolve nulla.

I paragoni sbagliati come clava ideologica

Il fatto poi che questa divisione interna alla sinistra cada quasi in coincidenza con il Giorno della Memoria è ancora più doloroso, perché mai come oggi questa ricorrenza del 27 gennaio appare così divisiva, fuori e dentro la sinistra. Basterebbe “girare” per i social in questi giorni per capire l’entità del rovesciamento in atto che pretende di essere radicale e si rivela distruttivo. E non parlo solo dei soliti haters, ma anche di intellettuali che non esitano a brandire il paragone Auschwitz/Gaza come una clava ideologica di una rozzezza inaudita.

Paragone non solo storicamente falso e inaccettabile – e questo basterebbe – ma moralmente devastante. Sottrarre alla Shoah la sua specificità vuol dire, infatti, negare agli ebrei il diritto di restare soggetti della memoria senza diventare imputati permanenti. Il Giorno della Memoria allora smette d’essere un argine per diventare un campo di battaglia simbolico, dove la Shoah viene piegata per produrre la logica antisemita dell’“inversione accusatoria”.

Ed è proprio questa logica che una parte della sinistra fatica a nominare. Perché farlo significherebbe ammettere che oggi l’antisemitismo passa anche attraverso il linguaggio dei diritti. Passa attraverso parole nobili che, private del rigore concettuale, diventano strumenti di delegittimazione totale.

La specificità della Shoah

La Shoah non è “una tragedia tra le altre” perché le sue vittime varrebbero di più, ma perché rappresenta una configurazione specifica del male: industriale, totalizzante, priva di scopo utilitaristico, rivolta contro l’esistenza stessa di un popolo. Dimenticare questa specificità in nome di un’astratta simmetria è una forma grave di rimozione della coscienza storica. Ed è proprio contro questa rimozione che il Giorno della Memoria deve funzionare come anticorpo. Non riducendosi però a un evento isolato, alla cerimonia di un giorno sganciata dal resto dell’anno. Perché la memoria funziona come un processo, con un suo punto di partenza e un punto di arrivo. Ridurre invece il 27 gennaio a una parentesi emotiva o istituzionale significa consegnarlo all’abitudine rituale.

Educare alla memoria

Un’autentica educazione alla memoria dovrebbe cominciare molto prima. Dovrebbe attraversare, ad esempio, tutto l’anno scolastico come un filo continuo. Dovrebbe spiegare non solo ciò che hanno fatto gli altri, ma anche ciò che abbiamo fatto noi. Perché senza questa assunzione di responsabilità si cede al racconto autoassolutorio. L’Italia, lo sappiamo, è stata parte attiva di questa catastrofe. Ha avuto le sue leggi razziali, la sua burocrazia collaborativa, i suoi campi.

La Risiera di San Sabba non è un dettaglio marginale della storia europea: è un luogo in cui la macchina dello sterminio ha funzionato anche con timbri italiani, con uniformi italiane, con un consenso spesso silenzioso. Raccontarlo serve a liberare le nuove generazioni dall’illusione che il male sia sempre altrove. Solo così la memoria può farsi educazione pubblica.

Il ricordo come coscienza civile

Solo così il ricordo della Shoah si trasforma in coscienza civile. Se questo non accade, il rischio è duplice. Da un lato, una memoria sterilizzata, che non protegge più nessuno. Dall’altro, una memoria manipolabile, pronta a essere rovesciata, strumentalizzata, piegata a nuove narrazioni.

È esattamente il terreno su cui attecchisce la simmetria falsa, il cortocircuito Auschwitz/Gaza. Educare alla memoria, allora, non significa insegnare che cosa pensare, ma come pensare. Come distinguere. Come non trasformare il male in metafora disponibile. È un compito che riguarda la scuola, ma soprattutto la politica. Perché una democrazia che non educa alla distinzione finisce sempre per semplificare l’odio o renderlo virtuoso. Ed è forse questo il punto più profondo che il Giorno della Memoria continua a porci davanti, ogni anno. Non se ricordiamo abbastanza. Ma se ricordiamo nel modo giusto.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA