La crisi sulla Groenlandia mostra che l’Unione europea può reagire alle offensive trumpiane, ma il vero nodo è strutturare una deterrenza politica duratura
Se volessimo parafrasare il più volte citato Primo ministro canadese Mark Carney, l’Unione europea di fronte all’ultima iniziativa trumpiana sulla Groenlandia ha mostrato di essere seduta al tavolo delle relazioni internazionali e di non essere, almeno per ora, parte del menù. Cioè tra il 17 e il 21 gennaio scorsi l’Europa ha retto il colpo e ha dimostrato di possedere meccanismi di dissuasione di fronte all’ennesima offensiva trumpiana.
Tre mosse per fermare l’offensiva
Lo ha fatto in tre mosse. L’invio dei piccoli “corpi di spedizione” nell’Artico, prima di tutto, mossa non solo simbolica ma anche politicamente e strategicamente rilevante. In secondo luogo, discutendo in seno all’Europarlamento e giungendo alla sospensione della ratifica dell’accordo sui dazi della scorsa estate. E infine paventando il complicato, ma possibile, utilizzo dello strumento anti-coercizione. Il quadro è poi stato completato dalle molte “spie” che si sono accese sui mercati finanziari di fronte all’ipotesi di una nuova guerra dei dazi.
La deterrenza politica come lezione
Il passaggio è stato doppiamente importante. Perché la crisi contingente è stata per ora disinnescata e perché in prospettiva la reazione ha evidenziato quanto sia importante esercitare una sorta di “deterrenza politica” nei confronti dell’inquilino della Casa Bianca.
Se il peggio è stato scongiurato, la vera domanda è se si possa strutturare una forma di “deterrenza permanente”. E questo non solo perché la presidenza Trump ha ancora un orizzonte di tre anni, ma soprattutto perché il mondo del XX secolo non tornerà come d’incanto anche una volta archiviato lo stesso Trump.
Dopo il Novecento, niente ritorno allo status quo
Il mondo del XX secolo si era chiuso definitivamente nel 1991, con il crollo dell’Urss. Si potrà ricostruire un legame transatlantico una volta uscito di scena il tycoon, a patto che la deriva interna della democrazia statunitense si arresti. Ma in ogni modo tale legame non potrà più avere le caratteristiche di quello le cui basi si gettarono con il Piano Marshall e il Patto Atlantico tra il 1947 e il 1949.
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Alla ricerca della già citata “deterrenza politica” occorre volgere lo sguardo al fronte europeo. Un passaggio chiave potrebbe essere quello del 12 febbraio prossimo. Il presidente del Consiglio Antonio Costa ha infatti convocato un Consiglio straordinario in formato “ritiro”, al quale parteciperanno tutti i capi di Stato e di governo per discutere di competitività, con invitati Mario Draghi ed Enrico Letta, estensori dei due noti rapporti.
Draghi, Letta e il nuovo protagonismo Ue
In vista del vertice, durante lo stesso e alla sua chiusura è indispensabile che emergano alcuni punti fermi attorno ai quali costruire il nuovo protagonismo continentale. Quindi determinanti saranno di sicuro le raccomandazioni e le indicazioni di Draghi e Letta. Allo stesso modo importantissime saranno le ricadute dello storico vertice Ue-India previsto per oggi a New Delhi.
Lavorare per un complessivo accordo commerciale con l’India sarebbe un indubbio successo dopo quello stipulato con l’area Mercosur. Altro punto decisivo riguarda la progressiva presa d’atto che la Nato, così come concepita all’alba della Guerra fredda, è un progetto destinato a chiudersi.
Verso una nuova Nato europea
Più che il pilastro europeo della Nato, serve una “nuova Nato” europea. Che questo non possa accadere in tempi brevi, non significa che non si debba operare in direzione di una sua futura realizzazione. Altro elemento cruciale: il rapporto dell’Ue prima di tutto con Regno Unito e Canada. Andrà incentivato e dovrà perdere ogni caratteristica episodica.
Infine, una responsabilità primaria riguarda alcune leadership nazionali. Da una parte per Meloni e Merz si aprono settimane determinanti. Sono loro i due “pesi massimi” europei, poiché guidano due dei tre grandi Paesi fondatori e hanno buoni livelli di sostegno da parte delle loro rispettive opinioni pubbliche.
L’incognita francese
Dall’altro lato vi è l’incognita francese. Mai come in questa congiuntura può essere determinante il potenziale transalpino di deterrenza nucleare, unico Paese dei 27 a possederlo. Allo stesso modo l’instabilità politica e le incognite sul dopo Macron non lasciano tranquilli.
E questa direzione implica da una parte raggiungere il massimo livello di evoluzione per il mercato unico a 27. Dall’altro lato aiutare a far emergere un’avanguardia di paesi membri dell’Ue che desideri unirsi al Regno Unito e al Canada, ma anche all’Australia e alla Nuova Zelanda.
Geometrie variabili, non cerchi concentrici
Qualcuno immediatamente potrà affermare che si tratta di una stucchevole e non innovativa riproposizione della cosiddetta “Europa dei cerchi concentrici”. In realtà ciò che potrebbe essere di una qualche utilità è un’Europa a “geometrie variabili” proiettate da un nucleo di Paesi Ue al di fuori dello spazio (ma anche dei trattati) dell’Ue stessa.
In questa solo abbozzata ottica, l’Ue dovrebbe assolutamente restare in vita ed occuparsi di ciò che sa fare meglio. Per tutto il resto dovrebbe strutturarsi una nuova alleanza euro-occidentale centrata sui pilastri della politica di difesa e della politica estera.
Realismo contro illusioni costituenti
Il punto non è quello di voler contrapporre metodo intergovernativo e metodo sovranazionale, né tantomeno rifiutare la via degli “Stati Uniti d’Europa”. Ma occorre essere realisti e consapevoli che non esiste oggi alcuna possibilità di ottenere la legittimazione democratica per un’operazione di tale portata nell’Ue a 27.
La via non può essere che quella di un salto in avanti di alcune leadership nazionali europee che impegnano nel progetto di una nuova “Unione euro-occidentale” la loro legittimazione politica interna. Servirebbe che lo facesse Giorgia Meloni, in vista del voto legislativo italiano del prossimo anno.
Il tempo della responsabilità storica
Nell’ultimo anno abbiamo più volte fatto riferimento al ritorno degli imperi, delle sfere d’influenza e del primato della forza a scapito di quello del diritto e della norma. È giunta l’ora che a tutto ciò rispondano leadership nazionali europee consapevoli della loro responsabilità in questo tempo di eccezionalità storica.




















