Dalla violenza di Minneapolis al possibile ruolo dell’Ice alle Olimpiadi di Milano-Cortina, emerge il profilo di un’America segnata da apparati paramilitari fedeli a Trump
Il mondo osserva attonito e inorridito il dipanarsi dei fatti di Minneapolis. Ancora incredulo di fronte alla possibilità che la repubblica americana possa divorarsi in questo modo dal proprio interno. Un fatto molto più vicino alle nostre latitudini fornisce segnali importanti sulla deriva d’oltreoceano.
Un segnale che arriva dall’Italia
Da giorni infatti si rincorrono voci secondo cui alla famigerata agenzia anti-immigrazione (Ice), già responsabile degli omicidi di Reneé Good e Alex Pretti a Minneapolis, sarà affidata la scorta della delegazione Usa. Quella attesa alla cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Milano-Cortina. L’ipotesi è stata negata dal ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ma è stata confermata dal presidente della Lombardia Attilio Fontana. L’ufficio stampa ha poi ritrattato. Finché fonti del Viminale non hanno precisato che la composizione della rappresentanza americana non è stata ancora comunicata alle autorità italiane.
Ma, aldilà del caso in sé, la vicenda è il sintomo di un tendenza più inquietante. La possibilità infatti che gli uomini dell’Ice possano effettivamente agire come scorta degli alti funzionari non è sconvolgente tanto per l’assetto legale italiano. Una delegazione straniera ha il diritto di scegliersi la scorta che meglio crede e, finché non esisteranno i presupposti per qualche azione diplomatica, l’Italia non avrà ragioni da obiettare. Quanto per quello americano.
Cos’è diventata l’Ice
L’Ice, nata nel 2002 sull’onda della Guerra al terrorismo, ha infatti il compito di gestire gli ingressi di frontiera e le dogane – ruolo che l’attuale amministrazione Trump ha espanso per deputarla al compito di catturare tutti gli immigrati clandestini del Paese e rimpatriarli a forza.
Vederli adesso, con le loro mimetiche militari (che non potrebbero indossare) e i volti mascherati, mentre scortano il vicepresidente degli Stati Uniti o il Segretario di Stato è un segno. Dimostra che ormai nel grande universo politico-paramilitare trumpista l’Ice sia pronta a essere promossa a un nuovo livello, quello dei pretoriani.
Fedeltà al leader, non alle istituzioni
Una guardia scelta, formata e fedele soltanto al leader, non alle istituzioni che presiede, pronta a usare la violenza al suo comando, de facto extralegale ma con la piena copertura del governo federale. A differenza di quella disorganizzata galassia Maga che assaltò nel 2021 il Campidoglio –
Il desiderio di Trump e del suo entourage hanno pianificato questo sviluppo prima delle elezioni presidenziali del 2024, attraverso il cosiddetto Project 2025. Dotarsi di una forza del genere solleva tuttavia molti interrogativi per il futuro.
La strategia dell’escalation
Negli Stati Uniti le ripetute violenze dell’Ice hanno sollevato il timore diffuso che l’amministrazione in carica stia esplicitamente cercando l’escalation. Che soffi sul fuoco, per poter poi dichiarare lo stato di emergenza e magari cancellare le elezioni di medio termine – in cui Trump appare sfavorito e che potrebbe levargli il controllo del Congresso.
Si tratterebbe di uno scenario inaudito, dal momento che le elezioni non sono mai state cancellate nemmeno in tempo di guerra, ma questi timori la dicono lunga sulla paranoia serpeggiante che ormai domina il dibattito americano.
La sfiducia reciproca permanente
Nessuno dei due grandi schieramenti politici americani – liberali e conservatori – infatti è ormai disposto ad accettare serenamente che l’avversario gestisca le elezioni: sotto Biden i repubblicani erano terrorizzati dall’idea che i democratici avrebbero da un momento all’altro sospeso le libertà civili per i conservatori, arrestato i loro leader politici e truccato le elezioni; ora sono i democratici a provare lo stesso sentimento.
Forse il responsabile è sempre quello «stile paranoico della politica americana» che lo storico Richard Hofstadter identificò come la radice dell’inclinazione idealistico-demagogica statunitense. A maggior ragione però Trump non ha bisogno di cancellare le elezioni per influenzarle. Già condurre il voto in un clima di terrore e sospetto rappresenterà una pesante interferenza nel processo politico americano.
Il caso Minnesota
La mossa della procuratrice generale Pam Bondi (l’equivalente del ministro della Giustizia), che ha richiesto al governatore del Minnesota Tim Walz i registri elettorali del suo stato e i dati della previdenza sociale di tutti gli abitanti del Minnesota, getta un’ombra pericolosa sulle ambizioni dell’amministrazione per poter manipolare il processo elettorale.
Perché a queste elezioni, Donald Trump si giocherà molto, se non tutto. La battaglia si combatte sul filo del rasoio: secondo i sondaggi, virtualmente ogni politica dell’amministrazione in carica riscuote opioni in prevalenza negative meno la chiusura del confine con il Messico, segno che per molti americani una rigida politica anti-immigrazione è giudicata necessaria dopo anni di caos.
Il paradosso dell’Ice
Allo stesso tempo, per la prima volta una maggioranza relativa degli intervistati si è espressa a favore dell’abolizione dell’Ice, una posizione considerata radicale fino a un paio di anni fa, segno evidente della radicalizzazione viziosa indotta da Trump. Che ora potrebbe fargli perdere tutto: se i democratici dovessero riprendere il controllo del Congresso, hanno promesso di usare i suoi poteri legislativi e inquirenti per mettere sotto accusa la Casa Bianca.
Una promessa che ha tutto il sapore di una crisi costituzionale, di cui lo shutdown per bloccare i finanziamenti all’Ice è solo un assaggio. Le guardie di Trump dovevano essere i pretoriani del suo nuovo impero, ma rischiano esserne la rovina.




















