4 Febbraio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

25 Gen, 2026

Migranti, non basta essere solo pro o contro

Migranti, non basta essere solo pro o contro


Degli immigrati si sa poco. Molto meno di quello che crediamo. Perché si sa già tutto: o si crede di saperlo. Prevale il pre-giudizio (qui inteso in senso tecnico: il giudizio dato prima di aver avuto una esperienza diretta) sul giudizio, l’opinione sul fatto, il bisogno di schierarsi sull’analisi. E questo ci condanna all’incomprensione. Non capiremo mai, se il problema è ragionare su una categoria dello spirito anziché su un fatto sociale, soddisfare il nostro bisogno di collocazione partitica, o esprimere il proprio tifo per l’una o l’altra squadra identitaria.

L’immigrato sulla carta non è quello in carne e ossa

È vero per tutto: ma sull’immigrazione – e sulle culture che gli immigrati esprimono – è più vero che mai. L’immigrato di carta, quello che ritroviamo sulle pagine dei giornali e nei discorsi della politica, quasi mai corrisponde all’immigrato di carne: quello che vive, mangia, prega, ama, studia, lavora, si sposa, cresce figli, nel caso commette reati, ha aspettative e progetti.
Apparentemente, abbiamo già le risposte: e allora perché farsi fastidiose domande? Soprattutto, perché farle ai diretti interessati?

Immigrazione, un discorso tra italiani

Non a caso il discorso sull’immigrazione è essenzialmente un discorso tra italiani a proposito degli immigrati, che solo di rado sono degli interlocutori: anche perché, non essendo in maggioranza cittadini, non votano, e quindi parlare di loro è per così dire a costo zero per chi lo fa. Per lo più sono un oggetto, non un soggetto del discorso: malleabile e manipolabile secondo il proprio interesse.

Nord Europa: persone straniere che raccontano

Ecco perché non hanno torto le biblioteche del Nord Europa che hanno inventato, insieme al prestito dei libri, il prestito di persone, appartenenti a culture (o semplicemente con esperienze) diverse da quelle maggioritarie e mainstream: che raccontano le storie e le vite di cui sono espressione. In effetti, alle volte basterebbe avere un contatto personale, un rapporto diretto, parlare e soprattutto – esercizio più complicato – ascoltare.

Il confronto diretto contro i pregiudizi

Al limite anche per confermarli, i nostri pregiudizi, con qualche fondatezza in più. Spesso per rimetterli in discussione. Come accade nelle coppie, nelle famiglie, nelle amicizie, nelle situazioni (scuola, lavoro, sport, socialità e cultura) ‘miste’, a più vario titolo: per religione, nazionalità, colore della pelle, lingua, orientamento sessuale e identità di genere, o anche solo punto di vista. Pure, anche queste (e la cosa dovrebbe interrogarci) in aumento.

La giusta distanza per vedere meglio


L’altro esercizio che dovremmo fare è invece l’opposto: osservare da più lontano, per cercare di comprendere il fenomeno nel suo complesso – che spesso, da troppo vicino, ci sfugge. Astrarci, da un lato – immedesimarci, dall’altro. Per dire: non si capisce una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo se si guarda una barca con cento migranti che galleggia precariamente nel Mediterraneo. Per capire di cosa si tratta veramente, bisogna guardare al contempo più da lontano e ancora più vicino: guardare cosa succede in Africa e in Europa, a Lagos o a Bruxelles (dal punto di vista demografico, economico, sociale, politico e geopolitico, ambientale…).

Sapersi immedesimare nel corpo e nei sogni dell’altro

Ma bisogna anche saper entrare nella testa, nel corpo e nei sogni di qualcuno di quei migranti, e nella vita di chi si ritroverà ad avere a che fare con loro. E poi, complessificare il fenomeno. Molti di quelli che chiamiamo migranti, una barca sul Mediterraneo non l’hanno nemmeno mai vista: sono arrivati in altro modo, da altri luoghi, o sono addirittura nati qui. Solo facendo questo duplice esercizio potremo sperare di capire qualcosa, almeno qualcosa, di quel fenomeno che chiamiamo migrazioni, spesso aggiungendovi una caratterizzazione enfatica: emergenza, dramma o quant’altro – e pensando sempre solo a quelle in entrata, quasi mai a quelle in uscita, che stanno diventando quasi altrettanto rilevanti, o a quelle interne, mai scomparse.

Migrazioni, non solo persone

Non si capiscono inoltre le migrazioni se non le intrecciamo ad altre forme di mobilità: delle informazioni, del denaro, delle merci, e il nostro stesso essere una specie nomade e intrinsecamente mobile. Infine, non si capiscono le migrazioni, in ingresso e in uscita, nemmeno se non le colleghiamo ad altri fenomeni, a cominciare dalla demografia (siamo all’interno di un calo demografico devastante, che ci porta ad essere il paese più vecchio d’Europa, attualmente con un rapporto tra attivi e inattivi che è di 3 a 2, ma che diventerà intorno al 2040 di 1 a 1, con una perdita annua media di popolazione che è di quasi duecentocinquantamila persone), per continuare con le trasformazioni nel mercato del lavoro, il livello di istruzione, l’ambiente, il quadro geopolitico e altro ancora.

Interconnessione istruzione-lavoro

È dalle interconnessioni tra questi fenomeni, infatti, più che dall’approfondimento di ciascuno di essi, che possiamo sperare di capire qualcosa di quanto sta succedendo intorno a noi. Ed è per questo che queste interconnessioni vanno capite: cosa che si fa assai poco. Anche perché hanno conseguenze culturali e sociali di lungo periodo (che ho provato a affrontare nel mio ultimo libro, “Diversità e convivenza. Le conseguenze culturali delle migrazioni”, uscito per Laterza), interessanti e problematiche a un tempo. A seguito anche di esse (non solo: accade all’interno di un processo di complessificazione e polarizzazione della società già in atto) non viviamo più in società omogenee, unificate da una cultura comune. Siamo società plurali. E lo saremo sempre di più. E questo cambiamento non è di poco conto.

Le migrazioni coinvolgono tutti noi


È il motivo per cui è necessario cominciare a prendere l’argomento delle migrazioni sul serio. Come fatto sociale che ci coinvolge tutti. E per affrontare il quale è sacrosanto che destre e sinistre propongano soluzioni diverse: ma a partire dalla constatazione che il fatto c’è e va affrontato. Che non può semplicemente essere negato. Sarebbe come negare, e quindi non governare, che so, i trasporti, la sanità o la pubblica istruzione.

LEGGI ANCHE: Giustizia, Difesa, Migranti. I temi della politica italiana nel 2026

Scegliere cosa fare e con chi

È per questo che meriterebbe, probabilmente, la costituzione di un Ministero ad hoc, o almeno di un’Agenzia, pensata come luogo di decantazione ideologica, e di proposta di linee guida scaturite da un’analisi seria e pragmatica dei problemi, non viziata da diretti interessi elettorali. Non ci si può più limitare a essere pro o contro. Bisogna dire, da entrambe le parti, che cosa si propone, quale tipo di società si ha in mente. Per fare cosa, e soprattutto con chi: con quali interlocutori. Sapendo che le scelte di oggi avranno conseguenze sulle generazioni future.

*Stefano Allievi è professore di Sociologia dell’Università di Padova

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