24 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Gen, 2026

Davos, tensioni e riflessioni tra numeri, AI e disuguaglianze

La guerra commerciale, le sfide economiche e l’intelligenza artificiale dominano il Forum svizzero. Christine Lagarde si erge a simbolo di fermezza e diplomazia.


Si è chiusa a Davos sulle Alpi svizzere un’edizione del World Economic Forum carica di tensioni. La guerra commerciale scatenata da Donald Trump ha dominato i lavori del vertice che per una settimana riunisce banchieri, uomini di Stato, grandi manager. Davos, quest’anno, è sembrata meno un laboratorio di soluzioni globali e più un ring ovattato, dove le parole pesano come macigni ma vengono pronunciate con toni ovattati.

Non sempre è bastato. Lo dimostra l’episodio ormai diventato simbolico di questa edizione: Christine Lagarde che abbandona una cena offerta dal presidente del Forum, Larry Fink, dopo che il segretario al Commercio Usa, Howard Lutnick, si è lanciato in una serie di osservazioni sprezzanti e provocatorie sull’Europa. Scene da diplomazia spezzata.

La fermezza di Lagarde tra diplomazia e numeri

Eppure, proprio Lagarde è stata il simbolo del doppio registro che ha attraversato tutta la settimana di Davos: fermezza nei gesti, diplomazia nelle parole. Nel suo intervento conclusivo al panel “Global Economic Outlook” ha rimesso ordine nel frastuono generale, richiamando tutti a un dovere di concretezza che sembra quasi rivoluzionario in tempi di slogan. «Sentiamo circolare molti numeri – ha detto – ma i numeri devono essere definiti con precisione». Tradotto: attenzione ai fuochi d’artificio. Quando si sentono cifre di crescita “esplosive”, spesso si tratta di dati nominali, gonfiati dall’inflazione. Un riferimento neanche troppo velato alle affermazioni di Trump su una crescita Usa che «sta esplodendo», con quel 5,4% di aumento del Pil sbandierato come un trofeo.

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Lagarde ha parlato esplicitamente di «rumore». «I miei economisti dicono spesso che bisogna distinguere la realtà dal rumore, e credo che questa settimana ci sia stato molto rumore». Da qui il richiamo alla «responsabilità verso la verità», perché fiducia e numeri camminano insieme. E la fiducia, ha ricordato, «richiede tempo per essere costruita, mentre basta pochissimo per eroderla». È stata intaccata, forse poco, forse molto, ma il dovere delle istituzioni resta quello di ricostruirla, nello spirito del dialogo.

Europa e Stati Uniti: alternative al posto della rottura

Sul fronte geopolitico, Lagarde ha respinto l’idea di una rottura irreversibile tra Europa e Stati Uniti. Ha parlato di piani B, anzi di più piani B, mostrando realismo senza cedere al catastrofismo. «Non sono convinta che si debba parlare di una rottura», ha detto, preferendo il termine «alternative». Dipendiamo gli uni dagli altri, ha ribadito, e nonostante le tensioni ha confessato di nutrire «grande fiducia e grande affetto per il popolo americano», certa che alla fine i valori profondamente radicati prevarranno. Un messaggio distensivo, dopo il gelo della cena saltata.

Disuguaglianze e innovazione: la sfida europea

C’è poi il capitolo disuguaglianze, che a Davos torna puntuale come la neve. Lagarde ha avvertito che la distribuzione della ricchezza è un tema sempre più urgente: se non ce ne occupiamo seriamente, ci stiamo avviando verso problemi molto gravi. Qui l’Europa, ha ammesso, è stata criticata, anche duramente, ma «le critiche ci fanno bene», soprattutto quando spingono a innovare. Innovazione e intelligenza artificiale sono i campi su cui Bruxelles deve accelerare, coltivando quei piani B di cui tanto si parla nei corridoi del Forum.

Sull’AI, Lagarde ha offerto anche una riflessione tutta europea, tra ironia e regolazione: o diventerà un bene pubblico, come sistema aperto, o non avrà l’impatto che oggi le attribuiamo. Va regolamentata, anche per non ripetere gli errori commessi con i social, soprattutto nei confronti di giovani e bambini. Un richiamo che suona quasi controcorrente in un contesto dove la parola d’ordine sembra essere “correre”.

Un mondo più esposto agli shock

A fare eco, dal palco, è stata Kristalina Georgieva, direttrice generale del Fondo monetario internazionale, che ha allargato lo sguardo: il mondo sta cambiando, ed è un cambiamento strutturale. Viviamo in un mondo molto più esposto agli shock – geopolitici, tecnologici, climatici – e soprattutto in un mondo multipolare. Non più solo analisi nazionali o globali, ma regionali. Dal punto di vista del Fmi, che osserva 191 Paesi membri, questo significa ripensare gli strumenti di lettura della realtà. Il quadro economico, ha spiegato Georgieva, è semplice e preoccupante: debito pubblico intorno al 100% del Pil e crescita non abbastanza forte.

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«La crescita non è mai abbastanza», ha avvertito, anche perché è l’unico modo per ridurre le disuguaglianze dentro e tra i Paesi. Oggi, invece, non basta nemmeno a coprire il debito accumulato. Poi l’AI, definita senza mezzi termini uno «tsunami» sul mercato del lavoro.

L’intelligenza artificiale tra opportunità e rischi

Nelle economie avanzate il 60% dei posti sarà influenzato dall’intelligenza artificiale, a livello globale il 40%. Alcuni lavori vengono potenziati e pagati meglio, generando più consumi e persino più occupazione. Ma ci sono due problemi seri: i compiti eliminati coincidono spesso con quelli più semplici, rendendo più difficile l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro, e le occupazioni non toccate dall’AI restano uguali ma vengono pagate meno, comprimendo la classe media.

La terza preoccupazione, forse la più grande, riguarda la sicurezza: il cambiamento corre più veloce delle regole. «Svegliamoci», ha ammonito Georgieva, perché l’AI è già realtà e la stiamo governando con il freno a mano tirato.

Davos: un laboratorio di idee e tensioni

In mezzo a tutto questo, Davos resta Davos: il luogo dove il commercio internazionale viene paragonato a un fiume che aggira gli ostacoli, dove si parla di produttività al +40% e di guardrail etici nello stesso respiro, dove le disuguaglianze diventano un tema trasversale che unisce banchieri centrali, uomini di governo e grandi manager.

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