24 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

24 Gen, 2026

Quando la memoria diventa sospetta

Il Giorno della Memoria tra risse ideologiche e nuove forme di antisemitismo. In bilico tra strumentalizzazione globale e necessità di un ricordo autentico.


Che cosa resta della memoria quando persino la memoria è un sospetto? Quando non è più fondamento morale, ma moneta d’accusa, etichetta da respingere? Da quando è stato istituito il Giorno della Memoria, forse per la prima volta le vittime della Shoah rischiano di essere trascinate nella rissa ideologica globale. Qui il dolore è ammesso solo se non contraddice le gerarchie correnti della vittimizzazione. In un recente, importante intervento su “Le Monde”, Eva Illouz – tra le voci più autorevoli nella sociologia contemporanea, che non può essere certo accusata di simpatie per il governo di Netanyahu – ha parlato di un mutamento dell’antisemitismo, di un suo aggiornamento.

Questa antica ostilità, ha detto la sociologa franco-israeliana, si è resa compatibile con il linguaggio morale del nostro tempo. Proprio come fece Wilhelm Marr nel 1879, quando trasformò la vecchia Judenfeindlichkeit teologica in un Antisemitismus secolarizzato, “moderno”, razziale e pseudo-sociologico, il presente ha elaborato un antisemitismo che parla la lingua della giustizia. Non si odia più in nome del pregiudizio, ma in nome della virtù.

L’antisemitismo etico e identitario

È la versione più sofisticata del regresso: perché l’odio, una volta rivestito di etica, risulta impermeabile a qualunque confutazione. Diventa, cioè, identitario. E infatti il nuovo antisemitismo chiede esplicitamente di delegittimare l’esperienza storica degli ebrei e di trattare la Shoah non per quello che è, ovvero come trauma fondativo dell’Europa, ma come “capitale simbolico” sospetto, insinuando l’idea che ricordare significhi automaticamente giustificare.

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La memoria si fa, così, arma contro la coscienza del passato. Illouz lo dice chiaramente: l’antisemitismo contemporaneo contiene tre elementi tipici: 1) tramite l’antisionismo rimette in discussione la legittimità stessa del focolare nazionale ebraico, con un’insistenza “ossessiva” che non si vede in altri casi comparabili; 2) riprende in un quadro mutato i tropi, i pregiudizi, le chimere dell’odio antiebraico classico; 3) soprattutto contiene un programma di negazione di sé stesso.

Inversione accusatoria e memoria sospetta

Quest’ultimo punto – la capacità cioè di rendere sospetta la denuncia dell’antisemitismo, come se fosse sempre strumentale, interessata, “una carta” da giocare – è il più critico. A sostenerlo, dice Illouz, è la logica dell’“inversione accusatoria”, molto simile alla cultura dello stupro, secondo la quale i membri di un gruppo sono colpevoli dei crimini commessi contro di loro e assolve a priori i veri autori degli stessi crimini. In queste condizioni, il 27 gennaio si presenta problematico perché cade dentro la più grande controversia morale della nostra epoca: quella che riguarda Gaza, Israele, la guerra, le responsabilità, i limiti della difesa, la catastrofe umanitaria.

La strumentalizzazione della causa palestinese

Ma attenzione: proprio qui si apre l’equivoco più devastante. Perché una cosa è la critica – pure aspra, radicale, legittima – a un governo, e un’altra è ciò che Illouz descrive come “alchimia dell’intersezionalità” trasformata in religione civile, per cui la causa palestinese diventa un contenitore assoluto, un “dramma globale” che sintetizza ogni lotta (climatica, femminista, antirazzista, queer, ecc.). Il nodo non è negare la sofferenza palestinese, ma impedire che diventi materia di strumentalizzazione ideologica. Quando la Palestina viene trasformata nell’emblema totale dell’oppressione universale, i palestinesi reali diventano comparse. Il conflitto concreto evapora, lasciando posto solo al mito.

Il rischio di ridurre Israele a colonialismo

Illouz lo dice senza giri di parole: l’etica globale del “soggetto implicato” tende a spostare categorie analitiche senza storia, riducendo Israele a un colonialismo di insediamento paragonabile all’America o all’Australia, un pezzo di Occidente “colpevole” da decostruire e punire, ignorando la genealogia reale dello Stato ebraico come rifugio post-Shoah e casa per gli ebrei espulsi dai paesi arabi. Senza contesto, la morale diventa solo una macchina che seleziona i buoni e i cattivi, decide quali morti meritano lacrime e quali spiegazioni.

La sfida del Giorno della Memoria oggi

Se il 27 gennaio rischia di essere divisivo, è perché costringe l’Europa a guardarsi allo specchio e a vedere ciò che non vuole vedere: la crisi del suo universalismo. Quel “mai più” voleva dire non soltanto mai più lager, ma anche mai più delegittimazione degli ebrei, mai più disumanizzazione. Oggi, università, ambienti culturali, piazze e reti sociali trattano slogan come “Globalize the Intifada” o “From the river to the sea” come folklore militante, mentre per la comunità ebraica sono minacce esistenziali.

Il ricordo come promessa e realtà contemporanea

Illouz chiude con un richiamo a Emmanuel Lévinas, l’ebreo che fugge dai pogrom russi per rifugiarsi in Francia, inseguendo l’idea di ospitalità europea. Il patto memoriale nacque anche da questa promessa: che l’Europa, dopo Auschwitz, avrebbe smesso di produrre stranieri metafisici. Oggi quel rifugio non esiste più: la terra intera è diventata inospitale per gli ebrei, trasformando il “Giudeo errante” in realtà contemporanea. Basta guardare alla strage di Sydney il 14 dicembre scorso, sinagoghe vandalizzate, rabbini aggrediti, famiglie ebraiche picchiate: il ritorno dell’odio antiebraico come terrorismo concreto.

Memoria necessaria in epoca di guerra di equivalenze

Ecco perché questo 27 gennaio è il più difficile e al tempo stesso il più necessario: cade in un’epoca in cui ogni dolore compete con altri dolori per avere diritto di essere riconosciuto. La storia si è trasformata in una guerra di equivalenze. Il significato più vero della commemorazione, se vuole produrre senso, è essere una ferita che non si lascia usare e che non vuole rimarginarsi.

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