La giustizia minorile italiana è un modello che tutti ci invidiano, da salvare
La giustizia minorile italiana, quel modello virtuoso che il contesto giuridico europeo ci ha sempre invidiato, oggi rischia di inabissarsi nel mare in tempesta dei numeri impietosi del sovraffollamento che ha invaso anche gli istituti penali per i minorenni. L’Italia ha portato la sua esperienza pilota, studiata e copiata a livello europeo, grazie ad un sistema specializzato, basato sul principio della rieducazione e del superiore interesse del minore e non sulla punizione, per favorire il reinserimento sociale attraverso percorsi alternativi alla detenzione.
Dalla messa alla prova al perdone giudiziale
Dalla messa alla prova al perdono giudiziale, e con una giustizia riparativa che mira a responsabilizzare il giovane, usando il carcere solo come extrema ratio. Principi che la giustizia penale minorile e la Corte costituzionale con le sue innumerevoli pronunce hanno attualizzato nel tempo e riaffermato.
La Consulta contro l’ergastolo ai minori
Emblematica e storica è stata la sentenza della Corte – la numero 168/1994 – che ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’applicazione della pena dell’ergastolo alla persona minorenne imputabile: i giudici hanno così puntato alla valorizzazione dell’art. 31 della Costituzione, ossia dell’obbligo posto in capo allo Stato, di protezione dell’infanzia e della gioventù.
Rieducazione e reinserimento prima di tutto
Proprio l’art. 31 impone di «diversificare il più possibile il trattamento del minore dalla disciplina punitiva generale», e per la Consulta il termine ‘rieducazione’ va inteso, nell’ambito della giustizia penale minorile, come un appello alla funzione di ‘cura educativa’: si «impone un mutamento di segno al principio rieducativo immanente alla pena, attribuendo a quest’ultima, proprio perché applicata nei confronti di un soggetto ancora in formazione e alla ricerca della propria identità, una connotazione educativa più che rieducativa, in funzione del suo inserimento maturo nel consorzio sociale».
L’Europa a lezione di diritto in Italia
L’Europa ha guardato sempre con estrema attenzione alla scuola del diritto italiana in questo ambito: basti ricordare la direttiva UE 2016/800 del Parlamento europeo e del Consiglio sulle garanzie procedurali per i minorenni indagati o imputati nei procedimenti penali, che ha preso spunto proprio dal sistema procedurale italiano. Ma oggi i pilastri di quel principio rischiano di essere sgretolati dai drammi e dai numeri della realtà. Sono 597 (di cui 26 ragazze) – secondo i dati dell’ultimo rapporto di Antigone – i giovani detenuti nelle carceri minorili italiane.
Nove istituti penali su 17 sono sovraffollati
Ben 9 Istituti Penali per Minorenni sui 17 presenti sul territorio nazionale soffrono di sovraffollamento, mai registrato nelle carceri minorili prima del Decreto Caivano del settembre 2023 che ha ampliato la possibilità di applicazione della custodia cautelare per i minorenni e ridotto l’uso delle alternative al carcere.
A Treviso si sfiora il doppio delle presenze rispetto ai posti disponibili, il Beccaria di Milano e l’Ipm di Quartucciu a Cagliari hanno un tasso di affollamento del 150%, Firenze supera il 147%. Cifre da capogiro che impongono agli operatori della giustizia minorile, ai giuristi e agli accademici non poche riflessioni.
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Transito di minori in un carcere per adulti
A fare scalpore e gettare ombre in questo sistema modello a cui la giurisprudenza europea – e non solo – guarda con ammirazione, è stata la creazione di un circuito di detenzione minorile all’interno del penitenziario bolognese della Dozza: qui si è assistito in modo inedito al ‘transito’ di minori in un istituto per adulti (i 50 posti creati ospitano dal 31 marzo i primi 12 ragazzi maggiorenni provenienti dal circuito minorile trasferiti).
Dal 2023 numeri in aumento
Una soluzione che ha avuto un impatto dirompente su quel modello virtuoso e che mostra in maniera plastica la rottura del principio base del modello stesso, con una netta distinzione tra la risposta penale destinata agli adulti e quella destinata ai ragazzi. Una distinzione pacifica finché ha retto quel sistema giuridico e fino a che i numeri della giovane popolazione detenuta sono rimasti contenuti. Al 31 dicembre 2022, dei giovani in carico ai servizi penali minorili, solo 381 risultavano detenuti all’interno degli IPM a livello nazionale. Dall’anno successivo si è registrato un aumento fino a raggiungere un inedito tasso di sovraffollamento pressoché in tutti e 17 gli IPM italiani.
Il Decreto Caivano inasprisce le misure
Si è arrivati così all’emanazione del Decreto-Legge 123/2023, il famoso Decreto Caivano, che ha portato con sé misure che si sono allontanate ancora da quel modello giudicato da tutti virtuoso. Un provvedimento che ha impattato sul processo penale minorile, da una parte ampliando i presupposti dell’applicazione delle misure cautelari, dall’altra scardinando la logica della Messa alla Prova, uno degli istituti alla base della operatività – anche in termini di ricadute sul sistema – dell’ordinamento penale minorile.
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Servizi pubblici e comunità senza sostegno
Anche guardando alle comunità, sempre più riluttanti ad inserire ragazzi del circuito penale, poiché faticano a sostenere l’utenza – la situazione non è delle migliori: i dati aggiornati al 31 marzo scorso parlano di 1.146 giovani ospiti, di cui solo 23 nelle tre strutture pubbliche gestite direttamente dal Ministero della Giustizia. La carenza di adeguati servizi pubblici e l’insufficiente sostegno dato alle comunità convenzionate non facilitano l’accoglienza dei giovani colpiti dalle misure, spesso stranieri non accompagnati costretti per anni ad una vita di strada.
Il dramma del disagio psichico e delle dipendenze
Non è tutto: invece di potenziare il supporto fornito alle comunità esistenti si è scelta la strada di sperimentare l’apertura di apposite strutture qualificate come ad alta intensità terapeutica, dove i ragazzi con disagio psichico o disturbi legati all’uso di sostanze verranno collocati in un contesto separato rispetto a quello delle comunità ordinarie.
I dati di Antogone e Altraeconomia
E ancora, a fotografare lo stato di disagio in cui vive il mondo giovanile negli Ipm è stata un’inchiesta di ‘Altraeconomia’ con il supporto di Antigone, che ha mostrato come la spesa pro-capite per benzodiazepine e antipsicotici sia vertiginosamente aumentata nelle carceri minorili. A Torino nel 2024 è cresciuta del 64% rispetto al 2022, a Nisida l’aumento è del 352% in tre anni, a Pontremoli di oltre il 1.000%, a Roma del 71%; al Beccaria di Milano nel 2023 l’utilizzo di antipsicotici e benzodiazepine è stato di 8,3 volte superiore rispetto a Bologna e 3,3 in più di Firenze. Di fronte alla crisi che il sistema della giustizia minorile italiana – considerato in passato un fiore all’occhiello dall’intera Europa e oggi guardato da più parti con preoccupazione – sta attualmente vivendo, la risposta governativa è sempre quella dell’edilizia penitenziaria.


















