23 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

22 Gen, 2026

Gaza, il Board of Peace di Trump e la nuova partita mediorientale

La firma del Board Of Peace

Il Board of Peace voluto da Trump apre una nuova fase sulla guerra a Gaza e ridisegna gli equilibri del Medio Oriente, tra disimpegno Usa, Accordi di Abramo e nuove alleanze regionali


È, come sempre, un esercizio complicato interpretare la politica di Donald J. Trump. Ancor di più in questo secondo mandato, dove appare ancora più labile il confine fra boutade bella e buona, tattica e strategia. Relegando ad ennesima provocazione l’ennesimo, velleitario, tentativo di costruire un’infrastruttura a guida Usa sostitutiva delle istituzioni sovranazionali, già estremamente indebolite dagli interessi delle parti che le compongono, attraverso un meccanismo di compravendita e di privatizzazione della pace che non si capisce perché gli altri Paesi dovrebbero assecondare, cerchiamo di interpretare quanto vediamo in base all’ormai consolidata volontà statunitense di ridurre, per quanto possibile, la propria presenza in Medio Oriente per concentrare i propri sforzi in aree del pianeta ritenute, a torto o a ragione, più sensibili.

Indo-Pacifico e Artico in primis. Una classica operazione di dismissione imperiale, che può realizzarsi solo stabilizzando l’area da cui vuole andare via, in questo caso attraverso l’asse degli Accordi di Abramo, che Trump, in totale continuità con un percorso di avvicinamento con i Paesi sunniti che gli USA perseguono dal termine della guerra fredda, vorrebbe estendere alla Siria e al Libano, con destinatario finale l’Arabia Saudita.

Il board of peace e il “vasto programma” di gaza

Stando, dunque, alle adesioni sin qui stabilite nel Board of peace che dovrebbe aprire la fase due del cessate il fuoco a Gaza, qualche bilancio lo possiamo trarre. Come noto, si entra in un’area difficilissima, che dovrebbe occuparsi di disarmare un Hamas finora eufemisticamente riluttante a cedere le armi, convincere l’esercito israeliano, a dir poco scottato dagli eventi del 7 ottobre, ad arretrare nei propri confini e favorire la transizione verso un governo tecnocratico palestinese prodromo ad un futuro governo della Striscia. Come si dice, vasto programma.

Israele, la guerra vinta e la pace persa

Ad oggi, abbiamo un chiaro sconfitto: Israele, esperto nell’arte di vincere la guerra e perdere la pace. La presenza nel Board trumpiano di Turchia e Qatar, finanziatori e Paesi ospiti dell’organizzazione terroristica palestinese, è per Tel Aviv un dito nell’occhio, che anche smentisce quelle propagande superficiali che, riducendo la politica estera a rapporto fra leader, invece che fra nazioni, hanno voluto stabilire una sorta di asse del male USA-Israele.

Turchia e Qatar, i veri vincitori

Proprio Qatar e ancor più Turchia sono i vincitori della lunga trattativa, entrambi si sono guadagnati i favori del presidente americano che non ha mai amato l’attivismo di Netanyahu in Cisgiordania e nelle altre zone del Medio Oriente. In tal senso l’attacco a Doha, che ha tra l’altro mancato l’obiettivo dell’eliminazione dei due leader dell’ala politica di Hamas Khaled Meshal e Khalil Al-Hayya, è stato troppo destabilizzante e ha portato l’amministrazione americana a puntare su partner ritenuti oggi più affidabili.

Il ruolo saudita

L’alleanza USA-Israele non è, ovviamente, in discussione. Di qui, ed è forse l’unico merito dell’imperscrutabile metodo di trattativa trumpiana, l’obbligo per i sauditi, finora riluttanti ad assumersi responsabilità dirette dopo aver presentato l’estate scorsa un piano di pace insieme alla Francia, di far parte dei giochi. La presenza egiziana era già implicita negli accordi recenti con cui si assumevano l’addestramento di forze di polizia palestinesi che avrebbero poi dovuto costituire il braccio armato del nuovo governo tecnocratico.

Russia, Cina e il contorno geopolitico

Per quanto riguarda il resto dei nomi di questa lista infinita, si tratta, più che altro di un contorno scenografico, che trova una ratio nella richiesta di ingresso alla Russia, che gli USA non vogliono lasciare ai margini del mondo col rischio di spingerla fra le braccia della Cina.

Insomma, gli ostacoli all’orizzonte sono enormi, Trump, as usual, non si capisce se ci fa o ci è, ma un percorso è perlomeno tracciato. Se lo si è potuto scrivere non è per le doti taumaturgiche del mancato premio Nobel per la pace, ma perché l’intera area mediorientale, sconvolta negli ultimi 25 anni dal crollo di interi Stati e dall’avanzata di sigle terroristiche di ogni tipo, non ha altra via per raggiungere una qualche forma di stabilità. Se questo sarà possibile con la presenza della repubblica islamica iraniana, fattore massimo di instabilità e autrice indiretta dello stesso 7 ottobre, sarà tutto da vedere.

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