Adultizzazione, ruoli e atteggiamenti delle piccole donne che crescono troppo in fretta
Nel tempo, il fenomeno della cosiddetta “adultizzazione” ha assunto forme sempre più pervasive, intrecciandosi anche con la dimensione mediatica e digitale. Per adultizzazione si intende quel processo per il quale bambini e adolescenti vengono spesso spinti ad assumere ruoli, atteggiamenti o responsabilità che tradizionalmente appartengono al mondo adulto, saltando o comprimendo fasi fondamentali del loro percorso di crescita.
Contesti familiari fragili e e obblighi di cura
Questa dinamica può avere declinazioni differenti così come origini diverse, che possono ad esempio essere ricercate in contesti socio-economici fragili, situazioni familiari complesse, aspettative precoci di autonomia. In molti casi, l’adultizzazione non è infatti il risultato di una scelta, ma una risposta adattiva a condizioni esterne. Alcuni bambini e adolescenti si trovano a dover assumere precocemente posizioni di cura, responsabilità emotive o compiti pratici all’interno del contesto familiare, soprattutto in situazioni di fragilità (ad esempio in assenza di figure adulte di riferimento o conflittualità prolungata).
Le logoche produttive applicate all’infanzia e all’adolescenza
A questo si aggiunge tuttavia una dimensione più ampia e strutturale, che riguarda il modo in cui la società stessa guarda all’infanzia e all’adolescenza, non più come fasi autonome e delicate della vita, ma come spazi da accelerare e rendere funzionali a logiche di produttività. Col tempo, l’adultizzazione in sé sembra infatti essere divenuta parte di un processo culturale che non solo riflette aspettative sociali, ma che precede, e in parte prepara, le dinamiche di esposizione mediatica.
Modelli irragiungibili veicolati dai social
Oggi, in modo sempre più evidente, questo processo è alimentato in maniera importante dall’esposizione costante a modelli simbolici contemporanei, che sono rapidamente veicolati dai social. Le piattaforme digitali, com’è noto, non si limitano del resto a riflettere la realtà, ma contribuiscono a plasmarla.
Bambini e adolescenti entrano così quotidianamente in contatto con contenuti pensati, prodotti e performati da adulti, dai quali assorbono linguaggi, codici estetici, comportamenti e anche desideri.
Sessualizzazione precoce e immaginario mediatico
In questo scenario, l’adultizzazione si intreccia anche con una sessualizzazione precoce, che riguarda in modo particolare il mondo femminile, e che non nasce esclusivamente dall’uso della rete, quanto da un immaginario mediatico più ampio e consolidato. Pubblicità, moda, intrattenimento e comunicazione visiva propongono con sempre maggiore frequenza immagini di ragazze molto giovani rappresentate attraverso codici estetici e simbolici tipicamente adulti. Così i vestiti, le posture, l’abbigliamento, diventano tutte narrazioni che anticipano una dimensione sessuale, prima ancora che identitaria.
L’esasperazione del valore dell’aspetto fisico
Diversi studi hanno mostrato come questa esposizione costante contribuisca a normalizzare l’idea che il valore sociale di una bambina o di un’adolescente sia legato all’aspetto fisico, all’attrattività e alla capacità di aderire a schemi estetici precisi. In questo senso, la sessualizzazione non è dunque una preferenza individuale, ma un processo culturale che agisce occultamente, creando aspettative, insicurezze e pressioni che si innestano però su soggetti ancora in fase di sviluppo, rendendo sempre più difficile distinguere tra espressione di sé e adattamento a uno sguardo esterno. Questo sembra valido anche se si considerano tutte le narrazioni estetiche che insistono sul corpo come progetto da correggere e conformare ad uno specifico canone.
Le pressioni della medicina estetica
In questo senso, da un lato, negli ultimi anni, la destigmatizzazione della medicina estetica ha in assoluto rappresentato un passaggio importante, perché ha consentito di sottrarla a una lettura puramente moralistica (che pure si innesta su dinamiche similari) riconoscendola invece come possibile scelta individuale legata al benessere e all’autodeterminazione di sé. Tuttavia, questa stessa normalizzazione ha generato nuove forme di pressione che, se legate alla precocità ricercata dello sviluppo individuale, finiscono per impattare soprattutto i soggetti più giovani. Oggi i contenuti che parlano di trasformazioni corporee, ritocchi – anche non invasivi – performano particolarmente bene perché intercettano insicurezze profonde e desideri di appartenenza.
Standard artificiali e irragiungibili
Questo, nuovamente, risulta valido soprattutto sui social, perché gli algoritmi, progettati per massimizzare l’attenzione, amplificano questi messaggi, creando un effetto di escalation. Per questo principio l’interesse marginale di un utente giovane per un contenuto estetico, quale che sia, può tradursi rapidamente in un flusso continuo di suggerimenti simili, che finiscono per rafforzare standard sempre più artificiali e irraggiungibili.
Confronto sociale e inadeguatezza
Il punto cruciale è che non si tratta semplicemente di mancanza di consapevolezza. Anche quando si sa che un’immagine è artificiale, filtrata o semplicemente rappresenta un ideale poco realistico, il confronto sociale continua a operare a un livello più profondo. Un adolescente può pertanto riconoscere come irrealistico o artificioso quel che vede e, allo stesso tempo, sentirsi inadeguato. In questo senso, l’educazione risulta abbastanza inefficace se considerata isolatamente, perché si lega alla complessità di slegare i più giovani da meccanismi persuasivi che sono spesso esplicitamente studiati per aggirare le difese cognitive, e alla contemporanea richiesta di svincolarsi da schemi sociali in cui non è possibile non essere inseriti.
Il bisogno di approvazione e appartenenza
L’adultizzazione e la sessualizzazione precoce non sono infatti anomalie isolate, ma il prodotto di un ecosistema che accelera il bisogno di approvazione, conformità e appartenenza, sfruttando una caratteristica profondamente umana quale il desiderio di approvazione. I social media non hanno inventato il conformismo estetico, ma lo hanno certamente amplificato e reso più rapido e pervasivo, normalizzandolo al punto di non riconoscerlo più come tale.
Di fronte a tutto questo, diventa allora probabilmente necessario ripensare spazi simbolici relazionali in cui i più giovani possano attraversare il proprio tempo senza essere costantemente proiettati in avanti, verso un ideale adulto che non tiene conto dei loro bisogni. Anche in un mondo che cambia rapidamente, resta infatti fondamentale riconoscere il diritto al proprio tempo, di cui l’adolescenza è una fase complessa, cercando di intenderla non come un ritardo da colmare, ma come una dimensione da tutelare.


















