Valentino Garavani e Giorgio Armani, due stilisti che hanno raccontato l’Italia e condiviso una visione pur incarnando posizioni opposte
L’Italia del secondo Novecento potrebbe essere raccontata senza citare una sola legge o un solo partito. Basterebbero due guardaroba: uno firmato Valentino, l’altro Armani. In quei vestiti si condensa una quantità sorprendente di informazioni sul nostro immaginario collettivo, sulle nostre ambizioni sociali e sulle forme attraverso cui il potere ha imparato a presentarsi.
Valentino Garavani e Giorgio Armani non sono stati soltanto i due stilisti italiani più famosi al mondo: sono due dispositivi culturali, due idee di Italia, due modi opposti di esercitare il potere attraverso la forma. Non si sono mai combattuti apertamente, ma hanno occupato lo stesso campo come due architetture incompatibili: una fondata sulla magnificenza, l’altra sulla sobrietà. In mezzo, il corpo sociale di un Paese che, attraverso di loro, ha imparato a guardarsi allo specchio.
La moda che legittima
Valentino è il couturier come figura sacrale. Il suo lavoro nasce da una concezione verticale della bellezza: la moda come apice, come punto irraggiungibile, come cerimonia. I suoi abiti non servono a muoversi nel mondo, ma a sospendersi dal mondo. La donna di Valentino non cammina: avanza. È sempre in scena, anche quando tace. Socialmente, Valentino ha rappresentato la persistenza di un’Italia aristocratica, colta, mondana, che non chiede scusa per il proprio privilegio. Ha vestito regine, first ladies, attrici, ma soprattutto ha vestito il potere nel momento in cui desidera essere amato. Politicamente, la sua è una neutralità apparente: Valentino non prende posizione, perché la sua moda è già una posizione.
Celebra l’ordine, la gerarchia, la continuità. È una moda che che legittima, che rassicura. Valentino è l’eccesso che il capitalismo ama fingere di aver superato. Il suo rosso non è semplicemente un colore, ma la messa in scena del godimento autorizzato. È l’ideologia del lusso che dice: puoi desiderare, purché tu appartenga. Le sue donne sembrano libere, ma sono libere come lo è una regina: all’interno di una cornice rigidissima.
L’abito del potere
Valentino non democratizza il sogno, lo amministra. In questo senso è profondamente politico: non prende posizione, perché incarna l’ordine stesso. La sua moda è la continuazione della diplomazia con altri mezzi. È Roma senza conflitto, bellezza senza antagonismo, sessualità senza rischio. Il suo ruolo sociale è conservativo nel senso più raffinato: conserva l’idea che il privilegio non debba essere giustificato, ma soltanto reso magnifico. Valentino veste il potere quando il potere vuole apparire legittimo, armonico, pacificato.
L’uso del corpo
Armani si colloca all’estremo opposto. La sua è una filosofia della sottrazione. Non epifania, ma discrezione; non splendore, ma misura. Armani lavora là dove la forma rischia continuamente di dissolversi nella funzione. Il corpo, nei suoi abiti, non è glorificato né negato: è reso operativo. La bellezza non precede il mondo, ma vi si adatta. Socialmente, Armani ha accompagnato la trasformazione delle classi dirigenti, la nascita di un potere che non si fonda più sul rito, ma sull’efficienza.
Politicamente, la sua estetica coincide con l’ethos della modernità avanzata: sobrietà, controllo, continuità. Il suo colore dominante, il grigio, non è indecisione, ma scelta radicale: è il colore di chi non vuole interrompere il flusso delle cose. Armani non celebra il potere, lo normalizza. Togliere struttura, peso, rigidità, retorica. Con la giacca destrutturata, Armani non inventa solo una nuova silhouette, ma una nuova postura sociale. Il corpo non è più costretto a rappresentare, ma può finalmente abitare il mondo. Le sue donne lavorano, i suoi uomini non ostentano.
La trasformazione Armani
Il ruolo sociale di Armani è stato profondamente trasformativo. Ha accompagnato la nascita di una nuova classe dirigente globale, fluida, internazionale, che non aveva bisogno di simboli urlati per esercitare il proprio potere. Politicamente, Armani è l’estetica del capitalismo maturo, efficiente e controllato. Ha dato una forma al comando silenzioso, alla leadership che non si annuncia ma si riconosce. Quando parla pubblicamente, lo fa come imprenditore morale, come garante di un’etica del lavoro, del rigore, della responsabilità. Armani è l’ideologia che ha imparato a vestirsi in modo informale. Socialmente, Armani è rivoluzionario perché normalizza. Politicamente, è radicale perché rende il potere invisibile.
L’occasione persa
Il paradosso è che Valentino è reazionario ma onesto, Armani progressista ma più pericoloso. Uno conserva la scena del potere, l’altro ne smantella il teatro lasciando intatta la macchina. Valentino è l’illusione dichiarata, Armani è l’illusione realizzata. Il primo vende sogni irraggiungibili, il secondo vende realtà inevitabili. Insieme, hanno occupato uno spazio che oggi sembra vuoto: quello dei personaggi pubblici autorevoli, riconosciuti anche al di fuori del proprio settore. Non influencer, non manager mediatici, ma figure capaci di rappresentare un’idea di Paese, figli di un’Italia che permetteva le carriere lente, le identità forti, le narrazioni continue.
Oggi la moda è globale, diffusa, spesso anonima. I creatori passano, i marchi restano. La figura dello stilista come autore, come intellettuale implicito, come interprete del proprio tempo, sembra destinata a rarefarsi. Forse proprio per questo, Valentino e Armani restano. Non solo come archivi di stile, ma come testimonianza di un’epoca in cui l’eleganza era anche un fatto sociale e politico, un modo di stare nel mondo, di esercitare il potere o di metterlo in scena. Guardarli oggi significa interrogarsi non tanto su ciò che hanno fatto, ma su ciò che abbiamo perso: la possibilità che una visione personale diventi, lentamente, una forma condivisa di immaginario.
Il realismo ideologico degli italiani
Infine la domanda più scomoda e attuale: che dire di un Paese che piange i due grandi stilisti scomparsi come se fossero Leonardo e Michelangelo? L’Italia, in questo lutto, non sta guardando al Rinascimento. Sta guardando al proprio presente e dicendo: «Questo è il massimo di simbolico che ci possiamo permettere».
Non è nostalgia, è realismo ideologico. È l’ammissione che oggi l’unica grandezza riconoscibile è quella che non mette mai in crisi l’ordine delle cose. E questa è ormai una condizione generale. Nel nostro presente l’arte non si dà più come gesto separato, ma come forma di vita. Gli stilisti hanno abitato la soglia dove la creazione non produce un oggetto, ma una maniera di stare al mondo. Nel Rinascimento anche gli artisti lavoravano per il potere, ma la loro opera eccedeva sempre la funzione. Oggi assistiamo a un rovesciamento silenzioso: l’opera coincide con il suo uso, la forma con la circolazione, la bellezza con la visibilità.
La soglia perduta
Gli stilisti sono stati grandi non nonostante questo, ma dentro questa coincidenza. Per questo il loro lutto è pubblico: perché la loro opera non era altrove, ma già in mezzo a noi. Piangendo gli stilisti come artisti, l’Italia non celebra soltanto il successo o lo stile. Piange la fine di un’epoca in cui l’arte poteva ancora essere riconosciuta come tale, anche quando si era confusa con la vita. Piange la perdita di una soglia: quella tra creazione e consumo, tra opera e uso, tra potenza e atto.
Forse gli stilisti sono stati gli ultimi artisti non perché davvero grandi, ma perché hanno operato in un tempo in cui l’arte non aveva più un luogo proprio. La loro opera è stata una forma di esposizione senza riserva, una grazia senza trascendenza. E il lutto per la scomparsa di due tra i più grandi ci riguarda perché, con loro, si è spenta per sempre l’illusione che l’arte possa ancora separarsi dal mondo che la consuma.




















