Filippo Sensi sul Pd e la giustizia: «Voto No, ma il confronto non è fuoco amico». L’intervista sulle tensioni interne e l’identità riformista
Nei giorni scorsi Tomaso Montanari, storico dell’arte e rettore dell’Università per gli stranieri di Siena, ha chiesto l’espulsione dei riformisti dal Pd per via delle loro posizioni sulla giustizia e altri temi rilevanti. Qualcosa che odora di purga staliniana.
«Per fortuna le purghe staliniane sono una orrenda pagina del passato, oggi c’è confronto tra persone che vogliono rappresentare al meglio i cittadini che li hanno votati», precisa Filippo Sensi, senatore del Pd ed esperto di comunicazione politica. In passato è stato portavoce e capo dell’ufficio stampa della presidenza del Consiglio dei ministri dal 2014 al 2018 sotto Matteo Renzi e Paolo Gentiloni. Con lui abbiamo ragionato sulla marginalizzazione dei riformisti all’interno del partito democratico.
Sono molti gli intellettuali che a sinistra non gradiscono la presenza di democratici di ispirazione liberale e riformista. Una deriva difficile da contenere?
«Non mi pare che ci sia questa deriva, ma i toni e i modi fanno sempre la differenza. Cerco di prendere sul serio le posizioni di chi apprezza un pd riformista e di chi non lo apprezza. Le critiche si prendono e si fanno».
Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato, ha detto: «Chi mina l’unità interna del Pd aiuta questa destra». Un attacco ai riformisti: lei che ne pensa?
«Quello del presidente Boccia era un intervento più articolato e ricco, concentrato sulla deriva del M5s, che è un movimento di destra, verso una competizione continua con il Pd, che è un partito di centrosinistra. Il punto centrale è costruire insieme un’alternativa alla estrema destra di questo governo».
L’eurodeputata Pina Picierno ha denunciato un “clima irrespirabile” nel Pd. Condivide?
«Il Pd ha bisogno di più dibattito interno che non sia ombelicale. Sulla giustizia voto NO ma se altri votano Sì è un motivo di confronto, non è fuoco amico».
La segretaria Elly Schlein è stata interpellata per chiarire la posizione sui ‘dissidenti’, ma non ha risposto. Che cosa ne deduce?
«Schlein ha una volontà “testardamente unitaria” e preferisce non amplificare divisioni e asperità nel Partito democratico. A volte però farsi sentire con qualche alleato un po’ mordace sarebbe utile».
L’identità riformista sembra morta e sepolta. Nello sforzo di cancellare le tracce del passaggio di Renzi, le ultime segreterie hanno cancellato anche il Pd riformista nato al Lingotto. C’è un’emergenza culturale?
«Non credo affatto che l’identità riformista sia morta e sepolta né che ci sia una damnatio memoriae. Ci sono punti di quella esperienza di cui sono parte non sono stati per nulla sepolti. Su altri c’è stato un confronto, come nel caso del Jobs Act: ma il referendum della Cgil è stato sconfitto. Continuo a pensare che il Pd sia un partito riformista come la Spd in Germania, il partito socialista in Francia, il Labour nel Regno Unito e i democratici americani. Ci sono visioni diverse ma sempre nell’ambito di una cultura socialdemocratica e riformista».
Sulle repressioni in Iran come si fa a conciliare la sinistra riformista che sta con i rivoltosi e quella anti-occidentale e pro-pal che ispira il M5s e buona parte del Pd?
«Ho chiesto con forza una mozione unitaria e c’è stata. Il M5s non l’ha votata e ha sbagliato. Ho promosso una conferenza stampa con le attiviste iraniane con una platea di tutta l’opposizione. Abbiamo promosso una manifestazione poche ore dopo l’inizio delle proteste a Teheran. Noi dobbiamo continuare a stare dalla parte dei manifestanti per dare un futuro di libertà all’Iran».
Il ddl antisemitismo di Delrio è stato bloccato dalla leadership dem con argomenti fragili: come si risolve questa contraddizione interna?
«Vedremo quanti progetti sull’antisemitismo saranno presentati in commissione affari costituzionali e vedremo se si sceglierà l’opzione del comitato ristretto, che prevede un percorso più lungo, o un testo base che andrebbe più spedito. Il tema è centrale vista la recrudescenza antisemita che c’è in tutto il mondo».
Alcuni riformisti hanno sposato l’iniziativa referendaria della Sinistra per il Sì in contraddizione con la posizione della segreteria. Il Pd sembra aver tradito anni di proposte riformiste. È una situazione esplosiva
«Ho votato NO nei passaggi parlamentari e sono contrario a questa riforma sia nel metodo che nel merito. Rispetto però i compagni di strada che votano per il Sì e il cambiamento di opinione di alcuni come nel caso di Goffredo Bettini».
I riformisti temono per la loro ricandidatura? È possibile che qualcuno dei riformisti possa prima o poi uscire dal partito?
«Il tema della ricandidatura non mi pare rilevante. La pattuglia riformista è compatta, ciascuno con la sua sensibilità, per cercare di dare una risposta riformatrice ai tanti problemi che la politica deve macinare ogni giorno. Facciamo la nostra battaglia nel Pd per i cittadini e la mettiamo a fattor comune».
La Casa riformista di Renzi potrebbe diventare un punto di riferimento per un’area riformista marginalizzata?
«Ho lavorato molto e benissimo con Renzi, mi ha dato una grande opportunità. I progetti del centro mi sembrano ancora in itinere. Abbiamo Azione di Carlo Calenda un centro che non guarda né a destra né a sinistra, la Casa Riformista di Renzi che è ancora in costruzione, personalità della società civile come Ernesto Ruffini e Alessandro Onorato, ho letto l’intervista molto interessante di Franco Gabrielli sul Foglio, chissà che fare il sindaco di Milano Beppe Sala. Insomma, c’è molto fervore, ma al momento non vedo ancora una spinta nella società per la costruzione di un centro che non sia una somma di sigle. La guardo con rispetto dal punto di vista di chi fa la sua battaglia dentro e per il Pd».




















