29 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

21 Gen, 2026

Elettori o spettatori: la politica in Italia non conta più

Fino agli anni ’80 quasi in Italia votava più dell’80% degli italiani. Ora gli elettori sono gli spettatori dei talk show televisivi


C’è stato un tempo in Italia in cui la politica tirava, eccome. Eravamo il paese più politicizzato d’Europa: andava a votare, fino agli anni ‘80, una massa di elettori che superava l’80% degli aventi diritto, erano iscritti ai partiti politici non meno di 4,5 milioni di cittadini, che corrispondevano a non meno del 10% del corpo elettorale – un numero inimmaginabile in altri Paesi democratici – e ogni italiano medio (ceto medio, età media, cultura media: medio, appunto) era in grado di imbastire un dignitoso ragionamento politico. I più raffinati, poi, sapevano persino distinguere le correnti interne del partito socialista italiano, non so se mi spiego.

La crisi dell’informazione

Da dove attingeva il popolo sovrano tutte queste informazioni? Essenzialmente tre fonti: la carta stampata, che, fino agli anni ‘90 era abbastanza in auge, la tv (bollettino ufficiale il Tg 1 Rai delle 20, che raccontava la “verità ufficiale” a cui tutti si attenevano), e la fonte diretta del partito, sia in chiave di assemblee sezionali, di rapporti diretti con il parlamentare votato (all’epoca c’era la preferenza e l’eletto conosceva e frequentava i suoi elettori. Adesso non più: li sceglie il capo), che sotto forma di stampa del partito, da leggere, studiare e poi conservare.

Poi accadde tutto: il comunismo rovinò su se stesso, e con esso l’impianto ideologico del Novecento, cambiarono le geografie seguendo la Storia nuova, nel piccolo mondo antico della politica italiana per contraccolpo si sfasciò quasi tutto e non nel modo più dignitoso, nel turbine di Tangentopoli. Finirono i partiti-comunità e nacquero i partiti personali a misura di leggi elettorali che abolirono il popolo consegnando ai capi liste di cooptazione per formare le assemblee legislative. Molte furono le ragioni che depressero la democrazia, ma alcuni degli effetti si dimostrarono subito letali: cominciò la lunga disaffezione dei cittadini dalla politica che si manifestò sempre più clamorosa con il progressivo abbandono delle urne.

La fuga dalle urne

Siamo ai giorni nostri: alle politiche del 2022 andò a votare solo il 64% degli aventi diritto, alle ultime regionali poco più del 40%. Fiumi di parole si spendono per condannare la fuga delle urne a ridosso delle crisi abbandoniche, un po’ un rituale di prefiche a pagamento, perché in fondo l’astensionismo di tanti elettori consente di portare a casa la vittoria con poco più di un quarto dei voti validi e di reggere botta con poco più del 40% di assemblee parlamentari.

La politica latitante

Ma come si fa a comunicare la politica in un momento storico in cui è la stessa politica a latitare, come gli elettori? Non ci sono i partiti e dunque non è possibile l’attingimento diretto da parte dei militanti di informazioni identitarie; la carta stampata non se la passa tanto bene e lo smartphone che è ormai protesi necessaria per ogni essere umano in condizione di usare le dita, in fondo funziona come strumento destruens, per criticare, destrutturare, distruggere, ma non riesce a farsi strumento per la costruzione di una appartenenza, fuori dal caso Cinquestelle, che però era un fenomeno destruens. Appunto.

L’egemonia della tv

Resta la tv, la vecchia e cara tv, specie quella di Stato, ma anche l’altro broadcaster della famiglia Berlusconi. Gli italiani amano la tv, vedono la tv. Gli italiani seguono i consigli per gli acquisti della tv. Quali italiani? I più assidui telespettatori sono gli over 65: non meno del 42% di chi vede la tv ha superato brillantemente quella soglia. Se a questi aggiungiamo il 17% dell’altra fascia degli adulti, quella dai 55 ai 64, siamo di fronte ad una cifra, 58%, che somiglia abbastanza a quel 64% dei votanti nel 2022.

L’abbandono dei giovani

Ora, non vorremmo trarre affrettate conclusioni sulla sostanziale coincidenza dei votanti con i tele-aficionados, per carità, ma se è vero che solo il 40% dei giovani tra i 18 e i 25 anni andò al voto nelle politiche di quattro anni fa, forse tanto lontani dal vero non siamo se diciamo che la numerosità più consistente di chi partecipa alla politica è fatta da adulti in via di attempamento che, guardacaso, sono sempre quelli che passano un sacco di tempo davanti alle tv, considerate dai giovani ormai da tempo elettrodomestici del passato remoto, dell’età dei nonni.

L’evocazione del fantasma

Dalla tv, dunque, l’informazione politica essenziale ma anche la percezione della realtà che sarà che sarà utilizzata dalla politica. Un esempio? A fronte delle statistiche giudiziarie che raccontano un calo consistente di reati compiuti con armi da taglio negli ultimi anni, ecco che l’insistita enfatizzazione di fatti di cronaca, sicuramente drammatici ma, fortunatamente non dilaganti, crea paura. E la psicologia sociale conosce bene come funziona l’appello alla paura: per ogni fantasma agitato c’è una risposta securitaria pronta. Da parte della politica.

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