Champions e Mondiale a confronto con una lezione di calcio che arriva dai ghiacci: organizzazione, mentalità e sport oltre il campo
I salmoni sono famosi oltre che per finire affumicati anche per il loro nuotare contro corrente, nell’acqua dolce dei fiumi che risalgono quando hanno uova da deporre. Anche i “salmonari” lo fanno. “Salmonaro” è un neologismo inventato probabilmente da Paolo Di Canio quando i norvegesi del Bodo Glimt strapazzarono la Roma di Mourinho, abborracciata per l’occasione a fine di protesta. Tanto silenziosa quanto plateale, contro la proprietà giallorossa che non lo aveva “accontentato” nella campagna acquisti, antico e sempreverde vizio da quelle parti. Correva l’anno 2021, e la parola ebbe fortuna, e la Roma pure giacché poi andò a finire che lo Special One e i suoi ragazzi vincessero la prima, e dunque storica, Conference League.
Il ko della Lazio
Poi la parola stessa si rivolse contro l’inventore, che fu un giocatore da “odi et amo”, il primo sentiment degli avversari, il secondo, altrettanto viscerale, dei tifosi della sua maglia. Quando la sua amata Lazio (è stato a Juve, Napoli, Milan, in Inghilterra al West Ham tra gli altri, ma la sua cifra è la lazialità) venne eliminata in Europa League proprio dai “salmonari”.
Il trionfo col Manchester City
Ora questi ultimi, i giocatori del Bodo Glimt, hanno fatto un’altra nuotata delle loro. L’altro ieri nello stadio che sta più su del circolo polare artico, nella città di Bodo, dove a volte il sole non tramonta mai (il sole di mezzanotte) ma d’inverno neppure mai sorge. Città che è più a nord anche di Bergen dove Checco Zalone si “norvegisizzò” nel film “Quo Vado?” destinato al cult, ha costretto alla resa (3 a 1 per le statistiche) addirittura il Manchester City di Pep Guardiola, nella penultima partita del girone di Champions. Un risultato da urlo, a più decibel di quello di Tarzan o, per restare nella terra-mare dei fiordi, di quello di Munch, famoso nelle t-shirt quasi quanto Che Guevara con il basco ma senza il sigaro nella immortale immagine del “Guerrillero Heroico” scattata da Alberto Korda.
Guardiola deluso
Nel cielo era l’aurora boreale, sotto i tacchetti l’erba artificiale nell’Aspmyra Stadion, ottomila posti a sedere, 404 dei quali occupati dai tifosi britannici, lì sicuri di portare a casa i tre punti e un dolce ricordo vichingo. Bionde la birra e la ragazza. «Dobbiamo riflettere – ha commentato Guardiola – perché i nostri risultati non sono soddisfacenti». È vero: il 2026 è cominciato da poco, ma il City non ha ancora vinto una partita. Non gli capitava da chissà quanto. Ha sì tenuto la palla per il 64 per cento del tempo contro il 36 avversario, ma se non la butti dentro… sei solo un “giochista”. «Abbiamo dovuto rimboccarci le maniche – ha detto Kjetil Knutsen, il mister norvegese – ma non montiamoci la testa».
Le scuse di Haaland
Poi ha dichiarato la sua felicità per i tifosi. Mentre a quei 404 arrivavano le scuse quasi personalizzate di Erling Haaland, il bomber stavolta a secco del City, che si rammaricava di «non aver segnato tutti i gol che avrei dovuto: alla fine è stato imbarazzante». Erling Haaland è anche lui norvegese, pure se è nato in Inghilterra in quel di Leeds dove viveva il papà calciatore. Ed è la punta di diamante (e punta in tutti i sensi: fa più gol che partite) del momento magico che il calcio norvegese sta vivendo. Saranno “salmonari” ma sanno come si tratta un pallone, tanto che sono stati loro a costringere l’Italia al tentativo di uscire dalla porta di sicurezza dei playoff, i prossimi spareggi per la qualificazione ai mondiali di quest’estate.
La Norvegia e i Mondiali
Con questi mondiali alla Trump (patrocinio del suo compare Infantino, il presidente del calcio mondiale) i norvegesi sembrano avere conti personali. Sono stati loro a “costringere” Infantino alla creazione di un premio mondiale alla pace, l’aglietto di consolazione che la Federazione mondiale ha inventato di fresco ed attribuito all’imbronciato amico Donald. È stata l’assegnazione che ha provocato non pochi malumori tra i dirigenti del calcio internazionale, in particolare quelli d’Europa.
I deliri di Trump
I quali hanno di che preoccuparsi ancora di più verso i mondiali in arrivo durante il quale 78 delle 104 partite fra giugno e luglio sono previste in territorio statunitense. Già erano state prese le distanze dalle norme restrittive sui visti approvate dalla Casa Bianca. Poi è arrivata laGroenlandia. Con il contorno dei superdazi annunciati verso i Paesi europei che, a titolo più che altro simbolico, hanno inviato i loro soldatini sul ghiaccio.
Il boicottaggio
L’altro giorno, a una riunione di dirigenti europei a Budapest per celebrare il 125esimo anniversario della Federazione calcistica ungherese (ah, la gloria che fu del “calcio danubiano”!) a margine qualche rappresentante dell’Uefa, ha lanciato a mezza bocca la parola “boicottaggio”. Se Trump insiste con la Groenlandia boicottiamogli il suo mondiale, a lui e ad Infantino.
Niente partite negli Usa?
Più drastico da Parigi, dove al momento sembrano di casa i più drastici di tutti, ha fatto eco all’idea un po’ scombiccherata (nessun boicottaggio sportivo ha mai portato un minimo effetto positivo né avvicinato alla ragionevolezza il boicottato) quella, lanciata dall’estrema sinistra (se ce n’è una ancora) semplicemente di togliere i mondiali agli Stati Uniti. «La questione non è all’ordine del giorno» ha subito detto il governo francese (la ministra dello Sport).
La Groenlandia nell’Uefa
Certo che no: però all’ordine del giorno del calcio europeo c’è una questione che da “spinosa” può diventare “emblematica”. C’è la richiesta, che potrà essere discussa il 10 febbraio, dell’adesione della Groenlandia all’Uefa, dopo che le è stata negata quella alla Concacaf, una delle federazioni americane. Pendeva verso il no la mancanza di stadi adeguati ma si possono sempre mettere in cantiere sciogliendo qualche blocco di ghiaccio in più. Dal punto di vista geopolitico sono già nell’Uefa le Isole FarOer che hanno uno status giuridico uguale a quello della Groenlandia. E sarebbe una bella riposta europea alle smanie di Trump. O anche, semplicemente, una risposta europea…


















