18 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

18 Gen, 2026

Le incognite del dopo ayatollah

La violenta repressione in Iran apre scenari nuovi per tutto il medio oriente. Con alcune incognite sul dopo ayatollah


Qualunque sarà la scelta di Donald Trump, oggi in versione Ragionier Tentenna di Obamiana memoria (ci riferiamo alla proverbiale indecisione del 2013 riguardo all’intervento in Siria): opzione militare diretta, opzione militare attraverso Israele, attacco logistico-informatico, nessun attacco, il destino della Repubblica Islamica sembra davvero segnato. Avvenga per morte traumatica, oppure per lenta eutanasia, che in linguaggio politico significa transizione interna.

Già dopo la guerra dei 12 giorni il regime, scosso da diverse ondate di rivolte che si susseguono dal 2009, aveva dovuto allentare il patto sociale dichiarando l’inapplicabilità della legge sul velo, bersaglio del Movimento Donna, Vita e Libertà che animò le proteste del 2022, raccogliendo un ampio consenso internazionale. Carota, però, accompagnata da un severo bastone, se è vero che il regime degli Ayatollah ha eseguito dal giugno scorso una media di 7 impiccagioni al giorno e messo in atto, nel silenzio assoluto del mondo, un programma di pulizia etnica che ha coinvolto circa un milione di persone, fra afghani e azeri accusati di essere al soldo del Mossad. A dimostrazione di un regime che si regge solo sulla forza repressiva dei pasdaran.

Gaza Underground

Qualunque sarà la scelta trumpiana, dicevamo, è il sigillo che sancisce la vittoria israeliana della guerra che gli era stata portata dall’Idra con base a Teheran il 7 ottobre del 2023. Una guerra che segna una data spartiacque nella storia dei conflitti militari, come lucidamente descritto dall’eccellente studio di Claudio Bertolotti, Gaza Underground: la guerra sotterranea e urbana tra Israele e Hamas: Storia, strategie, tattiche, guerra cognitiva e intelligenza artificiale. La prima in cui una rete di tunnel sotterranei è servita non da semplice tessuto connettivo al riparo dai bombardamenti nemici, ma da vero e proprio perno strategico dell’intero conflitto.

Obiettivo, sempre secondo Bertolotti che attinge da un’ampia letteratura di studi militari fiorita dal 2020 riguardante i nuovi conflitti urbani: costringere il nemico ad un enorme numero di vittime civili, per suscitare la reazione della comunità internazionale e la sollevazione delle masse, così da costringere governi più o meno vicini alla propria causa all’intervento.

La fine di un ciclo storico

Una strategia, del resto, ammessa apertis verbis da Khaled Meshal in un’intervista ad Al-Arabya nei giorni successivi all’attacco di Hamas e ribadita nelle intercettazioni di Yahya Sinwar pubblicate dal Wall Street Journal nel giugno 2024. Anche in caso di una qualche forma di sopravvivenza della Repubblica islamica, come auspicato da molti nell’area dopo i disastri che il Medio Oriente ha dovuto subire negli ultimi 20 anni, sembra davvero concludersi un ciclo storico che si era aperto nel 1979, anno della grande rivoluzione khomeinista, che tanta forza attrattiva esercitò sulle masse islamiche di tutto il mondo.

I Medio Oriente

In pochi ricordano che pochi mesi dopo la caduta dello scià ci fu l’occupazione della Mecca da parte del movimento millenarista al-Jama al-Salafiyya al-Mutasiba, che rimproverava il proprio governo di aver svenduto il Paese agli occidentali. Aramco era sul territorio saudita da un bel pezzo. Chiuso un Medio Oriente, se ne apre subito un altro. In pochi, anche in Israele, hanno compreso il riconoscimento del Somaliland da parte del governo Netanyahu. Una mano ce la dà la geografia. Il piccolo territorio, oasi di stabilità e democrazia in un’area attraversata da conflitti endemici, si trova di fronte allo Yemen, da dove gli Houti bersagliano le navi commerciali, danneggiando il commercio internazionale.

Il nuovo Iran

Come ben scrive Andrea Molle sul sito dell’Associazione setteottobre, Israele ha così acquisito una piattaforma in grado di contendere uno spazio strategico all’Iran, oltre creare una forza d’urto contro l’espansionismo turco in Somalia. Gli interessi turchi nell’area convergono con quelli di Qatar ed Egitto, riproponendo nel Corno d’Africa un’asse che vede questi Paesi più Arabia Saudita e Pakistan, potenza nucleare, da una parte, Israele, Usa e e India dall’altra.

Sono due fronti, però, molto permeabili, se è vero che India ed Arabia Saudita hanno enormi interessi commerciali comuni, se Riyad ha mostrato a più riprese la volontà di aderire agli Accordi di Abramo ed è coinvolta in progetti mastodontici che includono Israele (Imec). Se Tel Aviv ha appena rinnovato in grande stile la partnership energetica con l’Egitto. Se, infine, la Siria, che teoricamente sarebbe sotto l’influenza turca, dialoga con gli israeliani in vista di un patto di cooperazione militare che riesumi quello del 1974. La vera domanda, ancor più urgente in queste ore è: dove starà il nuovo Iran?

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