Rodriguez e Machado, le due donne che si contendono una Caracas in miseria: i due volti del Venezuela
Come finisce il regime? E soprattutto, a Caracas finisce davvero? Per ora c’è un dittatore in carcere in America e la fine della repressione in Venezuela. Certo è una calma apparente: la tensione è drammatica, interpretata da due protagoniste del momento. La prima è l’ex braccio destro del dittatore Maduro, Delcy Rodríguez Gómez. I termini del suo accordo con Trump non sono chiari né trasparenti, ma un dato è certo.
La Rodríguez garantisce da ulteriori e letali azioni americane la cupola chavista e il blocco politico-affaristico che lo interpreta, ma solo come interlocutore subordinato agli Usa, accettando indicazioni geopolitiche (sul petrolio e sulle relazioni esterne) e civili (bloccando repressione e liberando prigionieri ed ostaggi.
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Non è più facile il ruolo di Maria Corina Machado. Si tratta del principale leader dell’opposizione, è riuscita a resistere in clandestinità alla repressione del regime e a guidare la trionfale vittoria alle elezioni del 2024. Nonostante questo, si trova nella complicata condizione di rassicurare i partiti della coalizione, i milioni di venezuelani fuggiti all’estero, buona parte della società civile in patria.
Non è certo facile trattare con Trump, come si è visto nell’ultimo incontro, accettare le erratiche dichiarazioni del presidente, e poi sopportare gli uomini del dittatore ancora nel palazzo presidenziale, con il rischio dell’ennesima delusione: una paura devastante che la grande parte della società civile venezuelana paventa dopo i traumi degli anni passati.
Il ruolo degli attori internazionali
In realtà la contrapposizione tra il simbolo della dittatura e quello della libertà è tanto forte sul piano politico e simbolico, quanto delicato nell’analisi dei rapporti di forza e del contesto venezuelano. Innanzitutto, il regime castro-chavista non è stato tale solo nel nome: gli uomini di Fidel Castro e del suo successore hanno ibridato comandi militari, intelligence, apparati istituzionali, strutture di welfare, reti informatiche, aziende del petrolio (con cui Cuba si è retta per venti anni). Il nodo della transizione è innanzitutto la fine dell’invasion consentida, del primo vero grande intervento internazionale a Caracas, quello del controllo sul regime di Chavez e Maduro: in sintesi, l’espulsione dei cubani dal sistema di sicurezza e istituzionale del Venezuela.
Il ruolo di altri attori internazionali è comunque importante, anche se non paragonabile ai cubani. Ci sono gli iraniani, conservano interessi, aziende, consiglieri nel paese, non escludendo uomini ed alleati delle frange terroriste palestinesi. Poi russi, con la presenza con navi ombra, forse mercenari, tecnici del petrolio, ma oramai sono in rotta; la disastrosa campagna ucraina ha reso Putin un soggetto minore sul piano globale. Il presidente colombiano Gustavo Petro, amico di Maduro, alleato dei castristi, dialogante con la guerriglia, è apparso spaventato e fragile di fronte all’intervento americano.
Sommerso dalle accuse di relazioni con il narco e dalle critiche per il suo disastroso governo, è giunto a chiedere un penoso incontro a quel Trump che aveva insultato in ogni modo. Invece molto più pericolosi sono i terroristi colombiani. l’Eln e le ex Farc, due narco-guerriglie marxiste, con una forza imponente nei traffici di droga, armi, persone, con capacità operative importanti, controllano molte aree del Venezuela, da cui necessaria l’espulsione.
Per attuare la transizione serve allontanare i chavisti
Pertanto, è impensabile una transizione che non tenga conto dell’allontanamento di questi attori a cui il chavismo aveva dato spazio e potere nel paese. In secondo luogo, il disastro causato dal regime sul piano del controllo del territorio, della violenza diffusa, della frammentazione politico istituzionale ha pochi eguali nel mondo. Il chavismo ha fallito completamento sul terreno della criminalità: Caracas è una città delle città più pericoloso al mondo, con tassi di omicidi e reati di ogni tipo spaventosi, all’interno di uno scenario del tutto fuori controllo anche per la moltiplicazione di povertà causata dal regime.
La quantità di armi in circolazione, come la corruzione nelle forze dell’ordine, è oramai un dato consolidato, ma insufficiente per comprendere la situazione. Infatti, prima Chavez e poi Maduro, per mantenere saldo il loro potere, hanno politicizzato al massimo l’esercito e la Guardia nazionale, inserendo fedelissimi, epurando o colpendo militari indipendenti (alcuni sono stati uccisi, altri finiti in carcere, la maggioranza mandati via), aumentando a dismisura gli ufficiali e premiando i fedeli. Spesso, tra coloro accusati di relazioni o ruoli nel narco-traffico, ci sono proprio alti ufficiali o funzionari dell’esercito, ritenuto ben poco efficiente nel suo complesso.
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La principale fonte di informazioni sul Cartel de los Soles (un modo per definire le relazioni tra mondo criminale e attori politico-militari del regime), non a caso, è Hugo Armando Carvajal, alias el Pollo, ex capo dell’intelligence di Chavez, che sta svelando tutto alla giustizia americana. Inoltre, ci sono i gruppi e le milizie paramilitari, spesso piene di criminali, come i Colectivos, quelli che hanno fatto il lavoro sporco quando si trattava di sparare nelle manifestazioni dell’opposizione.
Le carceri gestite dai narcos
L’elenco poi si amplia al mondo delle carceri, ora gestite dai narcos delle Pran, con le loro strutture operative sul territorio, le Megabandas. Se poi ci spostiamo sul terreno di gruppi organizzati, dal Cartel de la Guaira fino a quelle famoso e temibili de Aragua, la presenza di attori politico-criminali di ampio spettro è semplicemente infinita.
Uno scenario che spiega non solo le difficoltà per una possibile transizione, e fa intuire che i funzionari americani sostengono, a torto o a ragione, che non bisogna ripetere il tentativo di state building dell’Iraq. In conclusione, solo partendo dell’allontanamento degli attori stranieri e di un accettabile riconquista del territorio, si può iniziare a pensare e forse gestire un passaggio tra il regime autoritario e la democrazia di opposizione.
Entrambe però sono costrette e vincolate agli USA. Sia per il ruolo di Trump nella decapitazione del regime, sia per cercare una via d’uscita alla paurosa tragedia in cui Chavez e Maduro hanno fatto sprofondare il Venezuela, oggi Rodriguez e Machado devono fare i conti con la grande potenza, per cercare e sperare in una uscita di sicurezza.


















