24 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

16 Gen, 2026

Haravi: «In Iran c’è la rivoluzione. Senza Internet, un massacro»

Shervin Haravi

I racconti raccolti da chi fugge dal Paese, la violenza cieca, le speranze di un aiuto esterno. Voci dalla diaspora iraniana


Shervin Haravi (34 anni) è nata in Italia da genitori iraniani che lasciarono il loro Paese negli anni ‘80 per motivi politici, stabilendosi fra Roma e Pompei.

Laureata in giurisprudenza, nel 2022 ha superato un concorso del ministero della Giustizia, venendo assunta come funzionario per lavorare fianco a fianco con i magistrati del tribunale di Torre Annunziata. Il suo compito è redigere le bozze delle sentenze. A casa sua si è sempre parlato in farsi, un retaggio culturale che ha contribuito a far crescere in lei una forte sensibilità per le vicissitudini degli iraniani, tanto da spingerla a diventare un’attivista di spicco per i diritti umani.

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Oggi pomeriggio, di fronte al Campidoglio, Shervin sarà al presidio organizzato da Amnesty e Donna Vita Libertà, un’iniziativa a sostegno dei manifestanti che si stanno opponendo al regime degli Ayatollah e che vedrà la partecipazione di associazioni e sindacati, nonché di esponenti dei partiti dell’opposizione. Nel frattempo, Shervin è impegnata a presentare insieme a Nanni Moretti e altri il nuovo film del regista iraniano dissidente Ali Asgari, Divine Comedy, che non ha potuto raggiungere Roma da Teheran perché sono stati cancellati i voli (di Asgari molti appassionati di cinema iraniano ricorderanno Kafka a Teheran uscito nel 2023).

Quali sono le ultime notizie che ha ricevuto dall’Iran?

«Le comunicazioni sono molto difficili dal momento che siamo ormai all’ottavo giorno di un blackout quasi totale di internet e telefonate in tutto l’Iran. Le uniche informazioni arrivano tramite coloro che hanno i dispositivi Starlink, ma anche questi purtroppo vengono confiscati con perquisizioni casa per casa dal regime.

Lo scenario è dei peggiori. Non sappiamo quando ci sarà una ripresa delle comunicazioni, ma ieri sono riuscita tramite mia madre a sentire una mia parente per non più di 20 secondi. Lei vive fuori dalle città principali in cui avvengono le manifestazioni, ma mi ha detto che la situazione è disastrosa».

Blocco fino a fine marzo

L’Iran intende mantenere il blackout di Internet almeno fino al Capodanno iraniano, a fine marzo. Lo scrive IranWire, citato da Iran International. Secondo IranWire, la portavoce del governo Fatemeh Mohajerani ha dichiarato che l’accesso ai servizi online non sarà ripristinato prima di Nowruz, che cade intorno al 20 marzo. Il gruppo di monitoraggio NetBlocks ha sottolineato che l’attuale blackout ha già superato quello del 2019. «Allora, dopo il ripristino della connettività, emerse la portata della brutale repressione».

È riuscita ad avere anche altre notizie?

«Ieri ho sentito un ragazzo iraniano di 27 anni che vive a Milano e che stava rientrando da Istanbul, dove faceva scalo. Abbiamo avuto una conversazione straziante di pochi minuti su quello che ha visto e saputo, cose come l’acqua bollente che viene gettata sui manifestanti dai cecchini sui tetti e altri che sparano pallottole di gomma mirando agli occhi. Le vittime vengono colpite con armi e coltelli per finirle. Lui è riuscito a scappare rifugiandosi in un appartamento, ma le persone che erano in strada con lui sono state arrestate. La situazione ha oltrepassato ogni limite. Non viene rispettato alcun tipo di diritto umano, tantomeno quello di vivere».

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È a favore di un attacco sull’Iran per fermare il regime?

«Sì, bisogna intervenire. Gli Stati Uniti hanno tutti gli strumenti per farlo, ma intanto potrebbero far qualcosa per ridare agli iraniani la possibilità di comunicare, dopo di che potrebbero isolare i Centri di comando del regime attraverso attacchi cyber. Altri strumenti per indebolire il regime sono la confisca delle risorse finanziarie degli Ayatollah custodite all’estero. Ci sono mille strumenti efficaci per bloccare il regime senza ricorrere ad azioni come bombardamenti e missili, dato che nel regime si sono aperte tante crepe. Una parte delle forze speciali non sta più eseguendo gli ordini».

A cosa si devono le defezioni nelle forze militari dell’Iran?

«Da quando si è alzato il livello del massacro è stato riscontrato che le truppe interne sono stanche. Una parte di loro si è resa conto delle dimensioni della carneficina e ha deciso di accogliere gli appelli a unirsi al popolo in rivoluzione. La chiamo così perché non è più solo una protesta, dal momento che si è estesa in 500 città, in tutte le regioni e province del Paese. Mentre il regime ha richiamato dall’Iraq i gruppi sciiti filoiraniani Sayyid al-Shuhada Brigades per venire a massacrare i manifestanti, il figlio dello scià, Reza Ciro Pahlavi, dagli Usa si è rivolto ai militari iraniani chiedendo loro di avvicinarsi alle proteste del popolo, che non ha armi da guerra. I manifestanti non hanno nemmeno la possibilità di comunicare tra loro, né con noi della diaspora».

Alcuni media hanno parlato di agenti provocatori del Mossad infiltrati in Iran per colpire i manifestanti e attaccare le moschee, in modo da ingigantire la protesta, partita per ragioni economiche dal Grand Bazaar di Teheran. Cosa ne pensa?

«In realtà è successo anche in passato. L’ex presidente Ahmadinejad aveva raccontato di queste strategie israeliane. Gli infiltrati ci sono sempre stati in Iran, ma quelli che oggi distruggono le moschee obbediscono a una strategia del regime iraniano per deviare l’informazione, infatti l’ho segnalato ad alcuni quotidiani, perché appunto non è facile seguire tutto quando ci sono tantissime cose che accadono. Mi rendo conto che c’è bisogno di chi ha contatti interni veritieri».

L’attacco americano sembrava imminente, ma è come se Trump stesse prendendo tempo. Ma gli iraniani vogliono un regime change organizzato da potenze straniere?

«Le persone con cui ho parlato dicono che da sole non ce la possono fare, non hanno la possibilità di reagire con le loro sole forze di fronte a un massacro del genere. I dati delle Nazioni Unite e di Amnesty li abbiamo letti. Sulla pelle degli iraniani si sono accumulati decenni di repressione e violazione dei diritti umani, perciò in questo momento chiediamo aiuto di fronte al disastro umanitario, con migliaia di morti, con i manifestanti disarmati che al massimo possono tirare delle pietre per legittima difesa. Ha invocato aiuto anche Shirin Ebadi, premio Nobel per la pace nel 2003.

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Mettiamoci realmente nei panni degli iraniani. Ogni ora che passa è un’altra ora d’isolamento, mentre il regime continua a massacrare. La tv nazionale della Repubblica islamica non fa vedere niente. Abbas Araghchi, il ministro degli Esteri iraniano, ha detto che le persone uccise sono poche centinaia. Come si fa a pensare ancora di poter dialogare con un regime del genere? Io credo negli strumenti del diritto internazionale, ma non ci posso credere se continua un massacro così. Rivolgo il mio appello umanitario a tutti, lo rivolgo alla maggioranza, lo rivolgo all’opposizione: aiutateci».

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