15 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Gen, 2026

Social, l’avvocato Malavenda: “Educare senza reprimere”

L’intervista con l’esperta di comunicazione sui rischi dei social e della rete per i minori


«Io direi: divieti moderati fino a una certa età, forte impegno per un’educazione all’uso dei social e del web e un ricorso alle procure quando c’è un vero allarme». Caterina Malavenda è un’avvocata, celebre fra i giornalisti e non solo per le sue competenze in merito a informazione e stampa. E quando si parla di social network è un fiume in piena. Cosa può fare la legge per proteggere una donna che finisce in mutande su Facebook, sulla pagina “mia moglie”, senza saperlo?

Cosa può fare un avvocato per proteggere un ragazzino dal cyberbullismo? Come dobbiamo comportarci? Coscienza e consapevolezza, come in altri casi, confinano con denunce e processi. Nella nostra chiacchierata partiamo proprio dal fattaccio dell’anno scorso: decine di foto di donne messe su Facebook, la pagina si chiamava “mia moglie”. Là dove gli algoritmi del social network riescono a censurare la nudità, esibizione e offesa non mancavano, così come una generale mortificazione del femminile.

Avvocato Malavenda, tribunali e avvocati sono in grado di intervenire?

“Non c’è un vero e proprio reato penale. Non c’è revenge porn, ad esempio, e per la maggior parte dei casi non ci sono immagini sessualmente esplicite. E così anche questa pagina, vergognosa, rischiava di permanere, per mancanza di un reato”.

C’è una violazione dei dati personali.

“La veicolazione di immagini all’insaputa degli interessati al massimo è trattamento dei dati personali senza consenso: siamo in ambito civile. È una condotta penalmente irrilevante, salvo che non sia fatta per danneggiare qualcuno. I profili penali sono comunque molto residuali. Buona parte delle immagini che circolano in rete non sono penalmente sanzionabili. Certo, se io faccio un fotomontaggio e ti dico ‘O mi paghi o lo metto in rete’, allora siamo nel campo dell’estorsione: quelli sono dei reati, rientriamo nel penale tradizionale”.

Spesso è difficile investigare.

“Se uno mette in rete delle foto, creando comunque un danno alle vittime per varie ragioni, per prima cosa bisogna risalire al titolare dell’indirizzo IP. E quello non basta, perché l’indirizzo IP identifica la macchina e non l’utente. E ci sarebbero un mare di immagini i cui autori andrebbero rintracciati e identificati”.


Procure e forze dell’ordine faticano a intervenire.


“Se sono coinvolti bambini e minori c’è un’allerta molto più alta: è più facile che le procure intervengano, e quindi agiscano per identificare e fermare questi delinquenti. Ma al di là dei minori, per il resto siamo praticamente in balìa degli eventi. È più facile intervenire se c’è una diffamazione fatta da un soggetto così sfrontato da manifestarsi e dire chi è. Perlomeno c’è un soggetto sul quale indagare”.

E in quel caso cosa si può fare?


“Poco. Mettiamo che parta un procedimento penale, su querela: ci vogliono anni per arrivare alla sentenza, se ci si arriva. Quindi lo strumento penale, salvo che siano persone molto in vista, persone molto note, non svolge la sua funzione deterrente. Pensi alle offese a Liliana Segre. Una montagna di messaggi offensivi, per di più antisemiti. In quel caso c’erano anche tante aggravanti…”


Anche per quel fatto la sentenza è lontana.


“Purtroppo sì. Gli strumenti di cui disponiamo oggi possono essere usati solo se c’è un soggetto preciso contro cui agire. E questo è il vero limite, perché ormai sono tutti scafati, non si fanno identificare. È come cercare di fermare il vento con le mani”.

Far rumore rischia di essere controproducente, per chi si sente offeso.


“Ci vuole molta di pazienza, a volte basta aspettare che passi, sperando che il messaggio non diventi virale. Come si dice in Sicilia, ‘Càlati juncu ca passa la china’ cioè ‘abbassati giunco che passa la piena’. Se le cose non sono spaventose, o troppo volgari, o pericolose, o seriamente dannose, io consiglio di lasciare perdere, aspettare che passi: il tempo, come canta Loredana Berté, è un gran dottore”.

LEGGI ANCHE: Reputazione digitale, il danno è reale


Certe volte ci finiscono in mezzo i piccoli…


“Quanto più uno è giovane, tanto più è indifeso. I giovani sono molto permeabili alle tempeste virali se li mettono in mezzo. Tanto per cominciare quel che io mi aspetterei sono corsi di educazione al web fin dalle scuole elementari. O dalle medie, al massimo, perché loro sono nati digitali, il mondo per loro è quello. E servono insegnamenti, regole per governare quel mondo, come si faceva nel mondo reale. Quelle raccomandazioni tipo ‘non prendere caramelle dagli sconosciuti’, ‘non dare confidenza per la strada’, ‘stai con i tuoi amici…’ La mamma te le propinava e tu più o meno le seguivi, aiutavano. Servirebbe un vademecum per questi ragazzi, che consenta loro di fronteggiare prima di tutto le emergenze”.


La scuola è un pezzo fondamentale.


“Il genitore spesso è costretto a forzature per entrare in quel mondo: invece a scuola si educano tutti insieme, in una classe, e si spiega cosa va evitato, quali sono gli alert, cosa bisogna fare quando accade una certa cosa, a chi ci si può rivolgere, a chi chiedere aiuto. Così come serve l’educazione sessuale, della quale io sono fautrice sfegatata, serve anche educazione digitale”.


Anche molti genitori avrebbero bisogno di regole.


“Certo, a volte sono disarmati, perché magari è un mondo che non frequentano. Oppure loro stessi ne sono frequentatori e vittime. Qualcuno poi dovrebbe spiegare a questi ragazzi che c’è un mondo, fuori dalla rete, che li aspetta, perché se tu rimani chiuso lì dentro non lo sai, sei come un pesce in un acquario”.


Torniamo al ruolo delle autorità giudiziarie.


“Raccomando un parco ricorso alle denunce, ma a volte servono, quando una situazione degenera, quando si arriva al rischio di suicidio, per esempio. Sì, se tu sospetti che tuo figlio sia in una situazione in cui non ce la fa più, vai in procura e segnali la cosa come istigazione al suicidio: quella è una strada meno impervia da percorrere al di là di chi sia il responsabile”.


In Australia hanno vietato l’uso di alcuni social network ai minori di 16 anni.


“Purtroppo il divieto sortisce spesso un effetto contrario. Vietare ha senso se si spiega il perché. Oltretutto è facile bypassare i divieti: un ragazzino trova sicuramente un compagno che al social network riesce ad accedere, magari di straforo. Altro è vietare l’uso del cellulare a scuola. In aula il telefono non deve entrare. In Italia la politica è molto portata a fare nuove leggi, che spesso non servono a niente, o crea nuovi reati che si accavallano a quelli già esistenti. Ecco, si potrebbero creare regole chiare per fasce scolastiche. E poi un po’ di cultura anche per le famiglie”.


Un sostegno culturale, più che nuove leggi.


“Sì, la repressione da sola serve a poco”.

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