15 Gennaio 2026

Direttore Editoriale: Alessandro Barbano

15 Gen, 2026

Trump e la guerra, colonnello Stirpe: «Regime debole, colpirlo dal cielo»

Il colonnello in congedo e analista militare, Giorgio Orio Stirpe

Trump e la guerra: il colonnello Giorgio Orio Stirpe analizza la strategia americana. Scenari e limiti dell’azione militare


«Donald Trump ha la tendenza a spiazzare. Ma quando fa una dichiarazione così netta come “gli aiuti stanno arrivando!”, per come è fatto è difficile tornare indietro. Vive una situazione di dominio che intende sfruttare al massimo. Ora ha deciso di fare qualcosa, ma il problema è: che cosa? Non tutto è fattibile. Spesso è costretto a fare un passo indietro senza che si veda troppo oppure a fare qualcosa di meno eclatante».

Con Giorgio Orio Stirpe, colonnello della riserva dell’esercito italiano in congedo e analista militare, cerchiamo di capire quali azioni Trump può mettere in campo in Iran e quale accoglienza potrebbe aspettarsi. Nel frattempo gli Usa stanno evacuando la loro base aerea nel Qatar.

«Le misure di questo genere sono assolutamente dovute se c’è anche una minima probabilità di essere bombardati. Tuttavia, la capacità iraniana di reazione a questo punto è molto limitata. Certo, può reagire lanciando qualche missile, ma perché la reazione sia efficace servono 100 missili che arrivano tutti a bersaglio per la semplice ragione che i siti di Israele e Usa sono protetti. Escludo questa ipotesi perché sono a corto di missili e sono sotto pressione: difficile questo attacco vista l’instabilità del paese».

Gli Stati Uniti possono condurre attacchi mirati, operazioni informatiche su vasta scala e colpi contro siti nucleari. Che cosa potrebbero fare di tutto questo?

«Dobbiamo distinguere tra le possibilità effettive di azione e le convenienze politiche a farle. Qui di solito Trump ci spiazza. Le opzioni militari di tipo cinetico consistono nel bombardare determinati obiettivi o immettere soldati che attaccano le forze del regime. Le opzioni non cinetiche sono più varie, a partire dalla ricognizione strategica da comunicare agli insorti attraverso infiltrati già introdotti da tempo: c’è almeno qualche dozzina di infiltrati del Mossad tra gli insorti che possono avvertire quando e dove i Pasdaran attaccano».

Vuol dire che gli agenti segreti di Israele sono già attivi tra i manifestanti?

«È probabile che almeno il 10% dei Pasdaran siano israeliani e che un altro 10% siano iraniani al servizio di Israele. Del resto, la popolazione iraniana non è minimamente ostile a Israele. I persiani sono nazionalisti: sono indifferenti alla situazione degli arabi, ancor più a quella dei palestinesi. Quando il regime ha collocato le bandiere israeliane all’ingresso delle università, gli studenti preferivano entrare dalle finestre pur di non calpestarle. C’è una simpatia tra persiani ed ebrei in funzione anti-araba. Fino alla caduta dello scià erano stretti alleati. Quindi è facile infiltrare il regime iraniano».

Quali sono le altre opzioni non cinetiche?

«Le opzioni per supportare una popolazione in rivolta sono tantissime. Intanto la distribuzione dei mezzi di comunicazione: Starlink non è l’unico strumento, si possono distribuire anche telefoni satellitari. Si possono poi fornire materiale sanitario e armi non letali come i taser. Creare organizzazione e fare in modo che i manifestanti si parlino tra di loro: azioni cyber per migliorare le comunicazioni degli insorti e bloccare quelle del regime. Si possono creare zone sicure fuori delle città protette dai droni per accogliere i feriti: ciò alzerebbe parecchio il morale dei dimostranti. Infine, molte figure del regime si sa dove sono e possono essere colpite o rapite».

E l’opzione di colpire i siti nucleari?

«Avrebbe il favore di Israele e Arabia Saudita. Tuttavia bisogna fare attenzione perché i bombardamenti che colpissero le risorse della nazione piuttosto che quelle del regime o il bombardamento delle città provocherebbero una reazione negativa della popolazione».

L’aiuto esterno potrebbe essere poco gradito o perfino respinto?

«Chi dice che l’intervento esterno rafforzerebbe il regime dice una stupidaggine. Qualsiasi intervento che colpisca gli ayatollah, i Pasdaran e i Basij aiuterebbe gli insorti e sarebbe benvenuto».

Tra le ipotesi di intervento c’è anche il tradimento di pezzi del regime?

«Certo, alcune frange potrebbero passare agli insorti: la corruzione dei funzionari nemici è un classico di questi momenti. I comandanti di brigata dell’esercito è relativamente facile comprarli. Portare porzioni dell’esercito dalla parte degli insorti sarebbe la chiave per far vincere la rivoluzione».

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Può accadere qualcosa di simile al Venezuela?

«Gli iraniani si aspettano qualcosa del genere, ma è molto più difficile. Maduro risiedeva vicino alla costa: introdurre la Delta Force per la cattura era più facile dal punto di vista logistico. L’ayatollah Khamenei è rifugiato in un bunker a nord-est del paese, lontanissimo dal mare: si potrebbe catturare solo se crei zone franche nel territorio. Rapire altri leader non lo trovo efficace».

Fonti della sicurezza israeliana ritengono che Washington possa riprendere dalla guerra dei 12 giorni del giugno 2025. Allora i jet israeliani si astennero dal colpire Teheran, oggi potrebbero farlo gli americani?

«Bombardare è controproducente. Semmai va colpito ciò che resta della difesa contraerea: azzerare la difesa aerea e sorvolare le città sarebbe un enorme rinforzo per gli insorti. Sentire gli aerei americani sopra la testa darebbe coraggio alla rivolta e deprimere gli esponenti del regime».

Trump potrebbe essere ostacolato dal settore Maga del suo entourage, a partire dal vicepresidente J. D. Vance?

«Ormai Trump ha detto troppo: Vance non ha il coraggio di rallentarlo. Il vero freno, semmai, potrebbe essere la posizione dell’Arabia Saudita e degli Emirati arabi».

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Come mai?

«È vero che la repubblica islamica degli ayatollah è un nemico mortale, ma all’Arabia Saudita fa comodo. Se crolla, l’Iran diventa un amico degli Usa e l’Arabia saudita cessa di essere una pedina fondamentale. A Riyadh serve che Teheran sia indebolita sul piano militare restando però ostile all’Occidente e a Israele».

Chiudiamo con la Groenlandia: l’opzione militare è realistica?

«Le voci dall’interno dello stesso esercito statunitense dicono che l’eventuale ordine di pianificare un attacco contro la Groenlandia sarebbe considerato illegale dal punto di vista costituzionale: se arrivasse, la risposta dei militari Usa al presidente sarebbe “no“. Né esiste che il congresso approvi un attacco alla Groenlandia. Ricordiamoci sempre che Trump agisce in un sistema di pesi e contrappesi».

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