Nello scorso secolo l’Italia ha elaborato un variegato novero di “antiamericanismi” tanto a Destra come a Sinistra
Il Novecento osservato dall’Italia è un ininterrotto laboratorio di “antiamericanismi” che si succedono l’un l’altro, a Destra come a Sinistra; spesso combinandosi in modo ambiguo.
Il presidente Wilson e la questione istriana
Una prima violenta mobilitazione antiamericana si ha all’indomani della Prima Guerra mondiale: quando il Presidente Wilson, incurante delle promesse fatte in precedenza dalle potenze occidentali, si oppone all’ampliamento territoriale italiano in Istria. Persino un democratico come Salvemini, solitamente insofferente di ogni nazionalismo e imperialismo, protesta al tempo contro il “tradimento”.
Antiamericanismo tra le due guerre
Lo schema che caratterizza l’antiamericanismo italiano nel periodo dell’entre-deux-guerres è già posto tra 1919 e 1920: “popoli giovani” (al tempo si considera “giovane” l’Italia, per aver conquistato da poco l’unità politica) contro democrazie senescenti, “fede” contro diritto, nazioni povere e popolose contro “plutocrazie”.
Il “discorso” fascista sull’America è tutt’altro che univoco e coerente. Non mancano dapprima stupore e ammirazione “modernisti” per quanto gli Stati Uniti riescono a fare, in termini di efficienza produttiva, espansione economica, progettazione di megalopoli. In un secondo momento, tuttavia, soprattutto dopo la crisi finanziaria del 1929, che ci si affretta a propagandare come crollo e fine del capitalismo, subentra, da parte di Mussolini e altri, un atteggiamento di scherno per il “macchinismo” americano e l’economia dei cartelli o dei monopoli. Si fa pungente, qui, la contrapposizione tra “civiltà” (oggi diremmo antropologie): da un lato l’Europa, con al centro Roma, che vanta una storia plurimillenaria. Dall’altra un “impero” commerciale che non conosce rango né coraggio né onore, e in cui le parole d’ordine della democrazia accompagnano la tirannide del denaro.
Il fascismo fiorentino
È il fascismo fiorentino, toscano e “strapaesano” a sviluppare in primo luogo il discorso “antiamericano” in tutte le sue “occasioni” o pretesti. La ricchezza arrogante e ignara che depriva luoghi di antica umanità e cultura del loro patrimonio. Il fanatismo della velocità e del successo. L’emancipazione femminile e la distruzione della famiglia. Il dispotismo dell’opinione pubblica, manipolata dai magnati dei media. E ancora. L’intreccio perverso tra irreligiosità e fanatismo. Il capitalismo dei Trust. L’abnorme crescita delle città e l’abbandono delle campagne.
Soffici, Rosai, Papini, Bottai, Berto Ricci e il gruppo dell’«Universale», tra cui il giovane Montanelli. Questi gli “ideologi” dell’antiamericanismo anni Trenta, fascista, certo, o per meglio dire superfascista e “mistico”; che segue per lo più linee “morfologiche”, per così dire alla Spengler, e insiste sul “conflitto di civiltà”. Ai nomi già fatti si aggiunga Evola, che a Firenze non amano per l’elitarismo: il suo anti-americanismo, elemento portante del Pensiero della Tradizione, “transita” tra le due metà del secolo.
Al tempo della guerra fredda
L’antiamericanismo anni Trenta non scompare del tutto nel secondo dopoguerra. Si ricombina e trasforma, sopravvivendo alla svolta “filo-atlantica” del MSI, datata 1956.
Ma un diverso antiamericanismo irrompe sulla scena a partire dal 1948, dall’avvio cioè della Guerra Fredda, di origine stavolta di origine sovietica e cominformista, destinato a mobilitare a lungo l’opinione pubblica “progressista” italiana e a procurarle argomenti che in parte sopravvivono ancora oggi.
L’Unione Sovietica, si sostiene, è “potenza di pace” (se non l’Unione Sovietica una qualsiasi altra nazione del campo socialista: la Cina, Cuba, il Vietnam etc.; in seguito perfino l’Iran, per quanto sia una teocrazia). Gli Stati Uniti invece, “decadenti”, “corrotti”, sono la malcelata “prosecuzione” del Terzo Reich (analogia, questa, storicamente insensata, tuttavia abituale nelle testate di partito o di area, come L’Unità o Rinascita).
Una semplice circostanza per misurare quanto sia sfuggente e obliqua la questione dell’”antiamericanismo” postbellico in Italia – mi riferisco qui all’antiamericanismo di Sinistra. Composta in buona parte da esponenti della generazione che ha compiuto «il lungo viaggio» (dal fascismo all’antifascismo) tra la seconda metà degli anni Trenta e i primi Quaranta – siano (stati) essi bottaiani, fascio-corporativisti, tecnocrati di regime, gufini, fascisti “mistici” o dissidenti -, l’intelligencija “progressista” trova nell’adesione degasperiana al Piano Marshall e nella Guerra di Corea ottime occasioni per rinsaldare annosi pregiudizi (non solo antiamericani ma) antidemocratici, antioccidentali, antiliberali. L’antiamericanismo di matrice comunista attribuisce agli Stati Uniti bellicismo e imperialismo: non se n’era fatto parola tra le due guerre.
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Gli anni della guerra del Vietnam
“America” è termine ideologicamente molteplice: un semplice esercizio di disambiguazione gioverebbe. Invece, anche a seguito della fine del mito sovietico – 1956: il “rapporto segreto” di Chruscev sui crimini di Stalin, l’invasione dell’Ungheria -, si assiste in Italia, a Sinistra, negli anni a cavallo tra Cinquanta e Sessanta, a un precipitoso processo di acculturazione in chiave americana (o “americanistica”) che dissipa ogni differenza. Si può essere contestualmente Beat e Pop, pro-vietcong e adepti di Andy Warhol.
Americanismo e antiamericanismo si intrecciano in modi spesso imprevedibili e caotici; occidentalismo e anti-occidentalismo. A prevalere, nella percezione peninsulare di ciò che è l’”America”, sono al tempo aspetti o circostanze di segno ideologico spesso contrario, rivendicate (o rigettate) in modo per lo più avulso e arbitrario: il Grande Sogno Americano e il complesso militar-industriale; l’America democratica e roosveltiana della Grande Depressione, di Furore e della Liberazione e l’America del capitalismo maccartista; l’IBM e il Greenwich Village.
Destra/Sinistra
Pathos e approssimazione dilagano anche nei territori dell’”alta cultura” filosofica o letteraria. Assistiamo qui a maldestri tentativi di appropriazione, da parte marxista-critica, di testi e autori non marxisti se non tout court antimarxisti (sul presupposto, vale la pena aggiungere, di una mai riconosciuta, massiccia mediazione dell’attualismo gentiliano). Ernst Jünger tiene così per mano Lenin; Nietzsche e Heidegger confabulano con i “classici” del socialismo massimalista. Prima aborrita, la destra “irrazionalistica” tedesca tra le due guerre è adesso “riscattata” in virtù di una capacità di mobilitazione anticapitalistica che si stima superiore al “gradualismo” delle segreterie. Ha ragione Pasolini a denunciare l’”omologazione”: vale però la pena specificare che, nell’ambito del pensiero politico, l’”omologazione” in Italia è tra categorie rivali (Destra/Sinistra) e tradizioni antitetiche.
Antiamericanismo oggi
La mobilitazione contro la guerra in Vietnam, all’apice in Italia a cavallo tra anni ‘60 e ‘70, non dissipa reticenze e ambiguità inscritte in profondità nel “discorso” antiamericano una in Italia. Al tempo si contestano i napalm: non gli ospedali psichiatrici o il GULag, di cui ci si rifiuta di parlare (si rifiuterà di farlo ancora a lungo). E’ un’occasione persa, questa, di verità e coerenza, da parte sia del Movimento studentesco – lo denunciano al tempo osservatori autorevoli, come Nicola Chiaromonte o Arturo Carlo Jemolo -, sia dei “collettivi” operai. Il rigetto dell’Impero “a stelle e strisce” si consuma in via per così dire inerziale, nel solco prefissato da lungo tempo dalla propaganda sovietica, senza alcuna maturazione collettiva in senso democratico e liberale (anti-totalitario).
Questa stessa faziosità si ripete oggi in Italia: lo hanno osservato di recente Eduardo Cycelin, Davide Assael e Claudio Marincola proprio su «L’Altravoce», chiarendo nomi e circostanze. Si può contestare Trump e allo stesso tempo ignorare quali siano le responsabilità di Maduro o dei dirigenti apicali del regime di Teheran? Recriminare contro le violazioni al diritto internazionale e fingere di ignorare l’inefficienza delle Nazioni Unite, “bloccate” dalla composizione del Consiglio di Sicurezza e dai meccanismi di veto?
Occorre rifiutare posizioni demagogiche. Non si tratta qui di essere ostinatamente antiamericani o “atlantisti” malgré tout. Ma di tener conto degli scenari dati e capire in che modo l’Europa (tutta? Una parte?) possa tornare a svolgere ruoli geopolitici rilevanti.


















