Parla l’ex ambasciatore Ettore Sequi: «Khamenei è in bilico. Per l’Iran si apre l’ipotesi militare ma sarebbe peggio»
«In Iran ci sono già state crisi e manifestazioni nel 2009 e nel 2022, ma questa protesta è nuova perché allinea tre variabili che minerebbero la tenuta di qualsiasi sistema autoritario: l’economia, la legittimità politico-ideologica, la sovranità esposta all’influenza esterna. Se le tre variabili collassano insieme c’è un cambio strutturale e il regime corre seri rischi ed è spinto a reprimere». Ettore Sequi, già segretario generale del ministero degli Affari Esteri e ambasciatore italiano in Cina, conosce bene la realtà persiana: è stato console a Teheran per 4 anni e mezzo dopo la morte dell’ayatollah Khomeini e ha seguito in prima persona i negoziati sul nucleare tra Usa e Iran.
LEGGI Iran, muoiono per avere la nostra libertà
La prima variabile della protesta è economica. «Le sanzioni mordono: di recente è pure scattato lo “snapback“, ovvero il meccanismo previsto dall’accordo nucleare del 2015 che permette il ripristino automatico e immediato di tutte le sanzioni Onu revocate, attivato nel settembre 2025 dai paesi europei in risposta alle violazioni iraniane. Il paese è esposto a fughe di capitali, dollarizzazione e minacce di dazi a chi commercia con Teheran: tutto ciò aumenta la previsione di un declino strutturale che provoca un indebolimento del regime teocratico e alimenta i disordini. Non è un caso se gli americani riflettono sulla opportunità di colpire il paese sul piano economico, più ancora che su quello militare».
L’altra variabile è la crisi di legittimazione ideologica del regime…
«La religione islamica non riesce più a trasformare la sofferenza in obbedienza. Di fronte all’indebolimento provocato dall’urgenza della sopravvivenza il regime ha solo due leve: la paura, quindi la repressione, e la narrazione di guerra basata sull’infiltrazione di agenti stranieri. Contrariamente alle precedenti, la protesta di oggi non è animata solo dal segmento progressista urbano, ma riunisce diversi protagonisti: quelli che non riescono a campare dei loro stipendi, i commercianti del bazar, le province e le minoranze, i giovani disoccupati. Un regime può convivere con il dissenso di opinione come nel 2022, ma fatica a convivere con il dissenso di sopravvivenza».
Terza variabile: la pressione esterna.
«L’Iran non riesce più a tenere le minacce esterne di Usa e Israele fuori dal dibattito interno. Per la prima volta, durante le manifestazioni, la minaccia esterna è muscolare e diventa parte integrante sia dei calcoli delle élite sia dei calcoli manifestanti».
Tra le pressioni esterne c’è il tentativo degli Usa di riaprire l’infosfera del paese usando Starlink.
«Il regime ha fatto una scelta tipica delle emergenze: il blackout informativo. La guerra a internet è una chiara dimostrazione di paura. Ci hanno provato nel 2022, ma questa volta è strutturale: gli ayatollah cercano di impedire la circolazione di informazioni, dunque il coordinamento tra i manifestanti e il contagio emotivo. Gli Usa cercano di riaccendere l’informazione del paese per bloccare la capacità del regime di trasformare la violenza in oblio».
Nel momento in cui discutiamo si parla già di 12mila morti, una vera e propria ecatombe. Dieci volte di più rispetto al pogrom del 7 ottobre…
«Questi numeri rappresentano la sensazione di paura che attraversa il regime, sempre più consapevole della sua debolezza: sul piano esterno ha perso proxy e alleati come Hezbollah e la Siria, le prospettive economiche sono preoccupanti, la guerra dei 12 giorni ha provocato un indebolimento della leadership religiosa».
Quindi la guerra dei 12 giorni aveva colpito nel segno…
«È stata una bastonata militare che ha avuto un impatto psicologico perché il regime ha preso coscienza di una forte debolezza e un impatto organizzativo perché, dopo l’uccisione dei vertici, nelle guardie della rivoluzione la generazione più giovane, radicalizzata e ideologicamente dura è rapidamente cresciuta nella gerarchia. Del resto, Ali Khamenei è vecchio e malato: pertanto c’è la percezione di un cambio imminente della persona e del sistema».
Per i motivi che abbiamo enumerato la protesta di oggi appare più varia e ampia di quelle precedenti: raccoglie commercianti, manifestanti e gruppi etnici locali…
«Aggiungerei anche i giovani disoccupati e la popolazione normale afflitta dalla disperazione economica. La storia ci insegna che si fa la rivoluzione quando la pancia è vuota. La protesta è più ampia e diffusa: c’è una obiettiva difficoltà di controllo. Nelle province lontane o nei centri piccoli manca la capacità di organizzare la repressione».
Ma questa protesta riesce ad avere un disegno unitario? Che cosa può offrire in tal senso il principe esiliato Reza Pahlavi?
«Reza Pahlavi non va visto come persona ma come funzione: non sono diventati tutti monarchici, ma hanno bisogno di un nome di riferimento perché la protesta è frammentata. In Venezuela hanno Maria Corina Machado, qui no. Serve un leader e una convergenza per tutte le categorie che protestano: Reza Pahlavi è l’unica bandiera disponibile. Ma può essere un’arma a doppio taglio: se viene percepito come imposto dall’esterno può attivare riflessi nazionalisti o giustificare la narrativa del regime sul complotto straniero».
Com’è visto l’aiuto esterno dell’America da parte dei rivoltosi? C’è resistenza?
«No, gli iraniani non rifiuterebbero l’aiuto esterno. Ma la vera partita è all’interno del regime. In mancanza di un leader, è difficile che gli stessi americani pensino a un intervento tale da far saltare il banco. L’obiettivo è salvare i manifestanti pacifici dalla mattanza, ma un colpo solo simbolico contro il regime potrebbe incoraggiare una repressione più dura. Gli Usa, sostenuti da Israele, potrebbero colpire il sistema missilistico, ma una serie di azioni contro le strutture non ferma automaticamente il fuoco.
LEGGI Iran, ordine di sparare per uccidere: 12mila morti. L’Onu: «Orrore»
Un eventuale intervento per motivi umanitari per ristabilire l’uso di internet non basta a fermare la violenza e può essere interpretato come poca roba rispetto alle rutilanti promesse. Insomma, se Trump fa poco non è credibile, se fa troppo rischia la guerra».
Che cosa può succedere adesso?
«Una decapitazione del vertice è ciò che tutti si aspettano perché sanno che Khamenei è finito, ma non farebbe cadere il regime. Al suo posto potrebbe insediarsi un regime militare nazionalista che rappresenterebbe un cambiamento perfino peggiore. Dal canto suo, Trump dice di preferire la diplomazia che comprende anche lo strangolamento economico per indebolire il regime. Potrebbe realizzarsi uno scenario “bonapartista“, simile al caso della Siria, con il rafforzamento dell’apparato e del controllo da parte dei pasdaran e con un accordo per alleggerire la pressione economica. C’è una regola che vale dappertutto: più sei sotto pressione più aumenti il controllo».
Dopo il cambio di regime in Siria e in Venezuela e la sconfitta di Hezbollah e Hamas, la crisi dell’Iran complica anche la posizione di Russia e Cina sullo scacchiere globale…
«Per la Russia è un problema serio perché sta collezionando brutte figure ovunque: ha perso la Siria, non riesce a difendere il Venezuela, non protegge l’Iran, chi acquista la sua energia è sotto sanzioni. Mosca sta messa male. Putin ha investito molto sul rapporto con Trump, ma è stato ridimensionato nella percezione generale: la partnership strategica con l’Iran era pura necessità, ma non era di ferro».
Problema serio anche per la Cina?
«Sì. Gli Usa hanno una politica estremamente aggressiva e le autocrazie non hanno la capacità di proteggere gli alleati. La Cina acquista petrolio dall’Iran, molto più che dal Venezuela. Infatti Pechino, che consuma ancora molto carbone, ha puntato strategicamente sulle rinnovabili perché soffre la dipendenza energetica esterna».
In tutto ciò l’Europa sembra fuori dai giochi…
«Le procedure decisionali europee sono vischiose, perfino nelle dichiarazioni serve una mediazione continua. Oggi si limita a dare un contributo grazie allo scatto automatico delle sanzioni contro l’Iran provocato dallo snapback, ma non riesce a incidere nello scenario mediorientale. La scena è monopolizzata dall’America».


















