13 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

13 Gen, 2026

Il film di Zalone ci piace così tanto perché siamo deficienti?

Un frame del film di Checco Zalone, Buen Camino

Il successo record di Checco Zalone come sintomo di un’Italia rassegnata: una comicità che consola, non disturba, e un cinema che rinuncia al conflitto


Parliamo allora di questo film che “ha superato tutti gli incassi”. Non serve nemmeno nominare autore e titolo (Buen camino): il cinema di Checco Zalone è diventato un genere a sé stante, una categoria dello spirito nazionale, una voce del Pil. Ogni sua produzione arriva come un evento naturale – una piena, un’eruzione – che non si discute, si registra. Tanto si giustifica da sé.

La domanda che rimbalza, ogni volta uguale a se stessa, è sempre la stessa: l’Italia è davvero così? Gli italiani sono davvero questo campionario di furbizie, cialtronerie, infantilismi morali, buon senso peloso e rassegnazione allegra? Oppure Zalone non fa che restituirci una caricatura che abbiamo imparato ad amare perché ci fa sentire assolti?

Zalone non racconta l’Italia: la consola

Qui sta il punto. Zalone non è un comico sovversivo, ma neppure un puro prodotto del marketing. È un interprete diligente del senso comune, di un’Italia che ha smesso di immaginare alternative e si accontenta di riconoscersi nei propri difetti. Zalone non racconta l’Italia: la consola. Non la ferisce, non la mette in crisi, non la costringe a guardarsi allo specchio; le porge uno specchio deformante in cui ogni difetto diventa una smorfia simpatica, ogni colpa una barzelletta, ogni fallimento una scappatoia narrativa.

Il trionfo del furbo passivo

È una comicità che non chiede mai il prezzo del riso. E il pubblico, riconoscente, paga il biglietto. Zalone mette in scena un soggetto italiano perfettamente integrato nel tardo capitalismo: cinico ma non troppo, trasgressivo solo quanto basta, sempre pronto a barare ma mai a mettere in discussione le regole del gioco. È il trionfo di quello che chiamerei il furbo passivo: colui che si lamenta dello Stato, dell’Europa, delle élite, ma che in fondo non desidera altro che restare esattamente dov’è.

Qui entra in gioco l’ideologia nel suo senso più puro – non come falsa coscienza, ma come struttura di godimento. Zalone ci insegna come godere del nostro essere bloccati. Ci dice: “Sì, il mondo fa schifo, ma almeno possiamo riderne”. E attenzione: questa risata non è liberatoria, è disciplinare.

Da Totò a Zalone

Eduardo De Filippo faceva ridere mettendo in scena la tragedia morale di Napoli, metafora di tutta l’Italia del dopoguerra; Zalone fa ridere sospendendo la tragedia, neutralizzandola. Totò era una maschera che nasceva dalla fame, dalla miseria, dalla guerra; Zalone è una maschera che nasce dalla paura di perdere privilegi, di crescere, di assumersi responsabilità.

Il punto non è che Zalone prende in giro l’italiano medio. Il punto è che lo fa senza mai metterlo in pericolo. Non c’è mai il momento traumatico, il corto circuito, l’irruzione del reale. Tutto viene assorbito nella commedia come in una grande macchina digestiva.

Zalone è un sintomo, non una causa. Il vero nodo è il rapporto malato che il cinema italiano ha sviluppato con il pubblico, e il rapporto altrettanto malato che il pubblico ha sviluppato con sé stesso. Da decenni il cinema popolare ha rinunciato all’ambizione di formare uno sguardo, di educare una sensibilità, di creare immaginario.

Intrattenimento senza conseguenze

Il suo successo dice qualcosa degli italiani: una stanchezza morale, una rinuncia al conflitto, una domanda di intrattenimento senza conseguenze. Il cinema di Zalone è il manifesto di un’estetica della rinuncia. Un’estetica che confonde il consenso con il valore, l’incasso con il senso.

E allora la domanda non è se gli italiani siano come Zalone. La domanda è più inquietante: che tipo di Italia diventa possibile quando Zalone è il nostro orizzonte massimo di immaginazione collettiva? Perché il problema non è ridere di noi stessi. Il problema è quando la risata diventa il modo più semplice per garantirci di non cambiare mai.

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