13 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

12 Gen, 2026

Venezuela e Iran, due crisi diverse: essere liberati o liberarsi

Proteste in Venezuela

Due regimi illiberali, autocrazie che hanno a lungo sfidato l’ordine democratico occidentale, destini che si compiono con modalità radicalmente differenti


Vi è qualcosa di profondamente istruttivo nel simultaneo dispiegarsi di due crisi che, a latitudini distanti, stanno ridisegnando la geopolitica del nostro tempo. Due regimi illiberali, autocrazie che hanno a lungo sfidato l’ordine democratico occidentale, destini che si compiono – o si stanno compiendo – con modalità radicalmente differenti.

Venezuela, la caduta imposta dall’esterno

Appena sei giorni fa, il Venezuela di Nicolás Maduro è stato decapitato da un’operazione militare statunitense di straordinaria potenza. Centocinquanta aerei, forze speciali, bombardamenti chirurgici. Il dittatore strappato dalla sua residenza nel cuore della notte e trasferito in catene a New York, dove ora attende giudizio per narcotraffico. Un’azione che il presidente Donald Trump non ha esitato a definire “la più straordinaria dimostrazione di potenza militare americana dalla Seconda guerra mondiale”.

Operazione che ha fatto esultare comprensibilmente milioni di venezuelani, vittime di un regime che li aveva ridotti alla fame. Ma che, nella sua brutalità, ha calpestato ogni norma del diritto internazionale, principio di sovranità, ogni vincolo formale che l’Occidente aveva preteso di incarnare come propria cifra distintiva rispetto alle potenze autoritarie.

Il fine, ci è stato spiegato, giustificava i mezzi. Sebbene dalle stesse parole di Trump trasparisse che quel fine non fosse tanto la ricostruzione di un ordine democratico, quanto l’acquisizione del Venezuela – e delle sue immense riserve petrolifere – in una sfera di diretto interesse economico statunitense. “Gestiremo noi il paese”, ha dichiarato il presidente con la disinvoltura di chi annuncia l’acquisto di un immobile.

Iran come prossimo bersaglio

Molti osservatori avevano pronosticato, con ragionevole fondamento, che l’Iran sarebbe stato il prossimo obiettivo. La Repubblica Islamica, dopotutto, rappresentava una minaccia ben più strutturata: lo sponsor principale del terrorismo internazionale, il nemico giurato di Israele, la potenza che aveva sfidato l’Occidente sul fronte nucleare. Se era legittimo violare la sovranità venezuelana, quanto più lo sarebbe stato intervenire contro Teheran?

Una rivolta dal basso

Eppure qualcosa di inatteso sta accadendo in questi giorni. L’Iran trema, ma non sotto i colpi dei missili americani. Trema sotto la pressione di un popolo che ha deciso di riprendere la parola. Dalle botteghe del Grande Bazar di Teheran alle strade di Isfahan, da Shiraz a Mashhad, oltre centottanta città — tutte le trentuno province del Paese — sono attraversate da un moto che gli analisti dell’intelligence avevano inizialmente definito come “le prime fasi di un possibile collasso del regime”.

La doppia risposta del regime

Nelle ultime ore, tuttavia, il quadro si è fatto più complesso. La Repubblica Islamica non sembra destinata a crollare, ma è costretta a piegarsi. Ha risposto con una duplice strategia: da un lato, la repressione più brutale, con il blackout di internet imposto dall’8 gennaio, l’uso di armi da fuoco contro i manifestanti, migliaia di arresti. Dall’altro, concessioni che sarebbero parse impensabili solo poche settimane fa.

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Sul piano economico, il Parlamento ha approvato aumenti salariali portati dal venti al quarantatré per cento, mantenuto l’IVA al dieci per cento anziché aumentarla, stanziato quasi nove miliardi di dollari per calmierare i prezzi dei beni essenziali. Sul piano delle libertà interne, la nuova legge restrittiva sull’hijab resta sospesa. Per quanto riguarda la politica estera, segnali ancor più significativi: il ministro degli Esteri Araghchi ha dichiarato che Teheran è “pronta a negoziare” con Washington sulla base del “rispetto reciproco”.

Possiamo, dobbiamo, interrogarci su quanto questo dissenso sia stato nel tempo ispirato, sostenuto, organizzato dall’esterno, ma resta un dato ineludibile: la differenza tra un regime decapitato da un’azione militare esterna e un regime messo in discussione, forse abbattuto, dal proprio interno.

È una differenza semplice, quasi banale. Ma è la quella tra la forza e la politica, tra l’imposizione e il consenso, tra ciò che viene calato dall’alto e ciò che germina dall’interno.

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Caracas e Teheran, due esiti diversi

Il rovesciamento di Maduro è stato accolto con sollievo da chi aveva subito le sue vessazioni. Ma non è stato richiesto dai venezuelani: è stato loro imposto. In Iran, viceversa, sono gli studenti, le donne e i pensionati, i curdi e le minoranze a scendere in piazza gridando “morte al dittatore”. È la banalissima democrazia a farsi strada tra i lacrimogeni e i blackout di Internet.

Non sappiamo quale sarà il destino della Repubblica Islamica. Ma ciò che sta accadendo a Teheran ci dice qualcosa di importante: un’alternativa alla forza esiste, i popoli non sono oggetti da liberare manu militari, ma soggetti capaci di autodeterminarsi. E che il diritto internazionale conserva ancora un senso.

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