12 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

12 Gen, 2026

Reputazione digitale, il danno è reale

I social network hanno trasformato il modo in cui costruiamo e percepiamo la nostra identità anche all’infuori della rete


Negli anni, i social network hanno trasformato radicalmente il modo in cui costruiamo e percepiamo la nostra identità anche all’infuori della rete. La reputazione digitale, più di quella reale, coincide infatti con la parzialità di quel che viene mostrato. In rete, in sostanza, conta molto più ciò che si dice, come lo si dice e quanto viene condiviso, piuttosto che la complessità reale di chi parla. L’identità che si sviluppa nel virtuale è pertanto un processo che si costruisce nel tempo, attraverso interazioni, reazioni, giudizi. E questa rappresentazione digitale è in parte volontaria, perché ciascun utente sceglie cosa mostrare di sé, ma è anche profondamente eterodiretta, perché prende forma nello sguardo degli altri.

Nella rete uno scarto tra essere e apparire

Tra persona reale e identità online si apre così uno scarto strutturale, una distanza tra l’essere e l’apparire, tra la vita vissuta e la narrazione che la rete produce attorno a un individuo, che è assai più radicale e rapida rispetto a quanto non avvenga nel mondo reale. Questo processo, ben noto e proprio delle dinamiche di funzionamento dei social, si è tuttavia intensificato sempre più con la democratizzazione delle tecnologie e l’uso comune dei social nella vita quotidiana. Cosicché, oggi, la reputazione online è assai meno “virtuale” di quanto si pensi, perché, pur esistendo nello spazio del web, ha conseguenze molto concrete nella vita reale.

L’odio online ha effetti nel mondo reale


Negli anni, la nostra vita quotidiana si è infatti sviluppata parallelamente nello spazio virtuale, che ha sostanzialmente acquisito altrettanto peso (o quasi) rispetto a quello concreto, tanto che oggi l’identità online incide direttamente su opportunità lavorative, relazioni sociali, credibilità pubblica. La reputazione, pertanto, risulta essere uno dei principali strumenti di potere e, online, l’opinione degli altri conta perché produce effetti tangibili anche nel mondo concreto.
Se questo è valido in positivo, è ancora più vero quando si considerano le dinamiche negative che si sviluppano nel virtuale. La violenza verbale (il cosiddetto hate speech), il discredito pubblico o la stigmatizzazione online, oltre a costituire un abuso nello spazio della rete, non possono infatti essere considerati fenomeni privi di conseguenze esterne concrete.

Effetto “disinibizione”, l’aggressività aumenta

I social network, del resto, favoriscono dinamiche comunicative profondamente diverse da quelle della vita offline, con discorsi più brevi, semplificati, spesso polarizzati. Il contatto diretto con l’interlocutore è assente, proprio perché filtrato dallo schermo, e questo produce un noto effetto disinibitorio per il quale chi parla non percepisce necessariamente le conseguenze delle proprie parole, non vede le reazioni emotive degli altri e tende quindi a sentirsi meno responsabile. “L’altro” diventa un profilo, non una persona reale, e questa distanza favorisce l’aggressività, normalizza l’insulto, rendendo l’odio più facile da esprimere e più difficile da arginare. A ciò si aggiunge la dimensione collettiva, perché i social creano comunità di consenso rapido, in cui le opinioni trovano conferma e rafforzamento reciproco. La polarizzazione non è quindi solo un effetto collaterale, ma una dinamica strutturale.

L’odio attira reazioni e condivisioni


A questo si aggiunge che le piattaforme premiano effettivamente i contenuti che generano reazioni, e spesso quelli più divisivi sono anche i più visibili. L’aggressività sui social diventa insomma performativa, perché attira attenzione, commenti e condivisioni. In questo meccanismo, la qualità del dibattito viene sacrificata alla sua viralità e la violenza viene, algoritmicamente, premiata. L’aggressività online non è dunque un’anomalia, ma un prodotto prevedibile di questi sistemi, tramite i quali attacchi verbali, minacce, campagne di discredito possono diffondersi in modo rapidissimo, superando i confini della rete e incidendo sulla vita delle persone coinvolte. Queste dinamiche, a loro volta, possono fare eco a situazioni che sono problematiche anche all’infuori della rete e che al suo interno risultano però amplificate.

L’IA rafforza il revenge porn

Un esempio sono le forme di violenza online che colpiscono la sfera della sessualità – dal revenge porn agli attacchi a sfondo sessuale – che tendono a colpire soprattutto le donne, riflettendo dinamiche culturali che precedono il digitale ma che si sviluppano, in modo specifico, al suo interno. In questo contesto già fragile si inserisce oggi anche l’intelligenza artificiale (IA), aggravando problemi strutturali preesistenti, a cominciare dal fatto che distinguere tra contenuti reali e contenuti generati è oggi sempre più difficile. Immagini, video, audio e testi prodotti artificialmente possono essere realistici al punto da risultare indistinguibili dal materiale autentico, come hanno del resto già confermato diversi studi. Questo rende la reputazione digitale ancora più vulnerabile perché, ad esempio, un’immagine contraffatta o un contenuto sessualizzato creato artificialmente possono distruggere la credibilità di una persona indipendentemente dalla loro veridicità. L’IA è in questo senso problematica perché, se è vero che questi contenuti veicolavano già all’interno della rete ben prima della diffusione degli strumenti generativi, questi ultimi hanno abbassato ulteriormente la soglia di accesso alla manipolazione.

Contenuti ingannevoli e dannosi molto credibili


Oggi non è necessario possedere competenze tecniche avanzate per produrre contenuti ingannevoli o dannosi, che risultano a loro volta estremamente credibili. La combinazione tra viralità dei social e capacità generative dell’IA, pur avendo incredibili potenzialità creative, crea tuttavia un terreno fertile per nuove forme di odio, di violenza simbolica e di controllo. Ancora una volta, le conseguenze non restano confinate online, ma colpiscono la salute mentale, la sicurezza, la vita sociale e professionale degli utenti. Proprio per tentare di arginare almeno in parte il problema dei contenuti generati artificialmente, in linea con quanto previsto dal neonato AI Act europeo, alcune piattaforme di generazione stanno introducendo sistemi di watermarking e di etichettatura dei contenuti prodotti tramite IA. Si tratta di marcature pensate per rendere riconoscibile l’origine artificiale di immagini, video o testi, e per aumentare la trasparenza nei processi di diffusione.

Nuove responsabilità per nuove tecnologie

Tuttavia, sebbene questi strumenti rappresentino un primo passo importante, il loro impatto reale resta limitato. I watermark possono essere spesso rimossi (o semplicemente ignorati) dagli utenti, e non risolvono comunque il problema più profondo della circolazione incontrollata dei contenuti una volta che questi entrano nei circuiti virali della rete.
Il problema, pertanto, non è solo tecnologico, ma culturale e sociale. Oggi il mondo è già inevitabilmente cambiato in una direzione che è sempre più tecnologica, e la sfida non è negarne gli effetti, quanto piuttosto riconoscere che l’evoluzione tecnica crea nuove possibilità, ma anche nuove responsabilità. In un ecosistema in cui reputazione, visibilità e giudizio pubblico sono amplificati da algoritmi e intelligenze artificiali, ignorare questi meccanismi significa oggi esporsi a forme di violenza sempre più sofisticate e difficili da contenere.

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