Teheran accusa Trump di usare le proteste così violente e sanguinose sarebbero il pretesto per un intervento. Fonti: oltre duemila dimostranti uccisi nelle ultime 48 ore
Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi sostiene che le proteste scoppiate in Iran “sono diventate violente e sanguinose per fornire una scusa” al presidente americano Donald Trump per intervenire. Lo riporta Al Jazeera.
Parlando a un incontro con diplomatici stranieri, Araghchi ha affermato che la violenza è aumentata nel fine settimana, ma che ora “la situazione è sotto controllo totale”. Secondo il ministro, le autorità stanno monitorando da vicino quanto accade nelle strade del Paese.
La fondazione Narges Mohammadi e fonti dell’opposizione parlano di oltre duemila dimostranti uccisi nelle ultime 48 ore
Presto il ripristino di Internet
Araghchi ha annunciato che i collegamenti internet, interrotti da circa 86 ore, verranno ripristinati a breve. Il ritorno della connettività, ha spiegato, avverrà “in coordinamento con le autorità di sicurezza” e riguarderà anche ambasciate e ministeri. Nessuna tempistica precisa è stata però fornita.
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Interferenze straniere
Secondo quanto riferito anche da Sky News, il ministro ha sostenuto che le manifestazioni sarebbero state “alimentate e fomentate” da elementi stranieri. L’Iran, ha aggiunto, sarebbe in possesso di filmati che mostrano la distribuzione di armi ai manifestanti.
“Confessioni dei detenuti saranno pubblicate”
Araghchi ha inoltre dichiarato che le autorità pubblicheranno presto le confessioni dei detenuti arrestati durante le proteste. Le forze di sicurezza, ha avvertito, “daranno la caccia” ai responsabili della violenza.
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Almeno 2 mila morti
Bagno di sangue nelle proteste in Iran. Secondo la fondazione della premio Nobel per la pace Narges Mohammadi, la repressione delle manifestazioni ha provocato almeno duemila morti, con sparatorie di massa, corpi ammassati negli ospedali e migliaia di arresti. Il bilancio resta difficile da verificare, ma le testimonianze e i video diffusi dalle organizzazioni per i diritti umani descrivono una violenza senza precedenti. Secondo la ong Human Rights Activists News Agency (Hrana), i morti accertati tra i manifestanti sarebbero almeno 490, ma le segnalazioni parlano di cifre molto più alte. La fondazione Narges Mohammadi e fonti dell’opposizione parlano di oltre duemila dimostranti uccisi nelle ultime 48 ore. Gli arresti supererebbero le 10.600 unità. Hrana segnala anche decine di vittime tra le forze di sicurezza.
Trump valuta opzioni militari
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha dichiarato che l’esercito americano sta valutando “opzioni molto concrete” nei confronti dell’Iran. Martedì Trump riunirà alla Casa Bianca il segretario di Stato Marco Rubio, il capo del Pentagono Pete Hegseth e il capo di Stato maggiore congiunto Dan Caine per discutere una possibile azione militare. “Stiamo prendendo la situazione con grande serietà”, ha detto il presidente, sottolineando che una decisione sarà presa dopo le valutazioni delle forze armate.
Teheran agli usa: reagiremo
Dal fronte iraniano arrivano avvertimenti diretti. Il presidente del Parlamento Mohammad Baqer Qalibaf ha affermato che qualsiasi attacco statunitense porterebbe l’Iran a colpire Israele e le basi militari americane nella regione, definite “obiettivi legittimi”. La crisi interna rischia di trasformarsi in una nuova escalation regionale.

Repressione durissima
Le famiglie delle vittime, secondo le testimonianze, incontrano enormi difficoltà nel recuperare le salme, talvolta dietro il pagamento di migliaia di dollari.
Non accadeva dai tempi di Mahsa Amini
Il movimento è entrato nel sedicesimo giorno ed è il più intenso dai tempi di “Donna, vita e libertà”, esploso nel 2022 dopo la morte di Mahsa Amini. Innescate dal crollo della valuta e dalla crisi economica, le manifestazioni si sono rapidamente trasformate in una contestazione politica diretta contro il regime.
Molti manifestanti invocano il ritorno di Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, che dall’esilio negli Stati Uniti invita a non abbandonare le strade e si dice pronto a guidare una transizione politica. Uno scenario guardato con favore da Israele: il premier Benjamin Netanyahu ha espresso sostegno ai manifestanti iraniani e ha convocato riunioni sulla sicurezza nazionale.
Blackout e isolamento e
La repressione passa anche dall’isolamento del Paese. Blackout elettrici e blocchi di internet non hanno però fermato la protesta. A Teheran, senza elettricità per oltre 72 ore, centinaia di cittadini hanno illuminato la notte con le torce dei cellulari. Video diffusi anche grazie a Starlink mostrano scontri a fuoco, incendi e barricate in numerose città, da Isfahan a Shiraz, da Mashhad a Tabriz.
Il regime chiude al dialogo
Le autorità iraniane parlano apertamente di “rivoltosi” e “terroristi legati a potenze straniere”. Il capo della polizia nazionale ha ammesso l’aumento del livello di scontro, mentre il procuratore generale ha minacciato pene durissime, arrivando a evocare la condanna a morte per i manifestanti e per chi li sostiene. Una linea che chiude ogni spiraglio di dialogo e lascia l’Iran sospeso tra repressione e protesta.


















