11 Gennaio 2026

Direttore: Alessandro Barbano

11 Gen, 2026

Isan, l’anima nascosta della Tailandia

Viaggio in un Paese fatto di polvere rossa, riso glutinoso e monaci che camminano scalzi sull’asfalto come nel regno del Siam


Il viaggio comincia con un treno notturno che scivola lento lungo i binari, come una preghiera ripetuta. Bangkok è già lontana, il suo frastuono soffocato dal rullio ritmico delle rotaie, dal silenzio sospeso dei passeggeri addormentati. Si viaggia verso nord-est, verso l’Isan: terra di polvere rossa, riso glutinoso, sorrisi timidi e monaci che camminano scalzi sull’asfalto bollente. È qui, tra Udon Thani, Khon Kaen e Roi Et, che si nasconde un’anima della Tailandia meno fotografata, meno raccontata, ma forse più autentica. Una Tailandia che mantiene forti legami con il passato, con l’antico regno del Siam, che all’epoca incorporava anche l’attuale territorio del Laos. E in Isan, difatti, si parla ancora oggi un dialetto molto vicino al laotiano.

Verso Udon

Da Nord a Sud Ho deciso di partire in questo viaggio nella Tailandia rurale da Nord verso Sud; prima tappa la provincia di Udon Thani, che confina direttamente con il Laos e Vientiane, il cui capoluogo di provincia Udon non è certo una meta turistica. Non ci sono templi famosi per riempire storie di Instagram, né spiagge da cui ammirare tramonti da cartolina. Ed è proprio per questo che ti accoglie con una sorta di quiete onesta, quasi familiare.

Il risveglio della città

La città si sveglia all’alba, come ogni luogo thailandese che si rispetti, ma qui il risveglio ha un ritmo più lento, quasi rurale. Mi alzo prima del sole, ancora avvolto nel lenzuolo leggero del piccolo albergo vicino al lago Nong Prajak. Fuori, l’aria è fresca, densa di umidità e di profumo di legna bruciata. Cammino lungo la strada principale, dove i venditori di khao tom, la zuppa di riso, stanno già accendendo i fuochi. Pochi minuti dopo, compare la processione silenziosa dei monaci, con le loro vesti arancioni che contrastano con il grigio dell’asfalto. I fedeli si inginocchiano sul marciapiede, offrono riso, frutta, qualche moneta. Non c’è fretta. Tutto sembra svolgersi come un rituale antico, mai interrotto.

Il pomeriggio

Durante il pomeriggio, mi fermo a bere cocco fresco in un piccolo chiosco all’ombra di un gruppo di alberi, poco distante dal mercato centrale. Il posto è spartano: qualche tavolino di plastica, un ventilatore cigolante e una ragazza che siede accanto a me, intenta a sorseggiare il suo. Si chiama Som, ha ventotto anni e viene da Ban Dun, un villaggio a una trentina di chilometri da qui. Indossa un vestito semplice, i capelli legati in una coda bassa, e ha le mani leggermente screpolate — «dal riso», mi dice con un sorriso. Vive ancora con i genitori anziani e due sorelle più giovani. La famiglia coltiva riso da generazioni, in un campo che si estende per circa cinque rai — poco più di un ettaro.

La vita nelle risaie

Mi racconta la vita nelle risaie con una calma che sembra venire dalla terra stessa: l’alba passata a innaffiare, le giornate curve sulla semina, le mani che affondano nel fango, i pomeriggi sotto il sole cocente a estirpare le erbacce. «Non c’è fretta nel riso», dice. «Devi aspettare che cresca da solo. Tu puoi solo aiutarlo un po’». Parla con fierezza di quella vita, senza nostalgia né rassegnazione. «A Bangkok dicono che siamo poveri. Ma noi mangiamo ogni giorno, respiriamo aria pulita, e la sera vediamo le stelle». Prima di salutarci, mi invita: «Se passi da Ban Dun, vieni a vedere il campo. Ti offriamo il khao niew appena cotto». La ringrazio e le prometto che ci penserò, anche se so già che il viaggio mi porterà altrove. Ma il ricordo di quel pomeriggio – il rumore delle foglie, il sapore dolce del cocco, la voce calma di Som – resterà più a lungo di molte destinazioni segnate sulla mappa.

Il tempio

Durante il resto del giorno, giro tra i vicoli del mercato, dove i venditori di som tam e pla ra conoscono tutti per nome. Visito il Wat Phothisomphon, un tempio modesto ma pieno di storie. Gli affreschi sulle pareti interne mostrano scene di vita contadina, di demoni e divinità locali mescolati al Buddha. Un monaco anziano, che parla un inglese sorprendentemente
fluido, mi spiega che qui la fede non è solo religione, ma cultura, identità. «Siamo poveri», dice, «ma non siamo tristi». Fuori, un gruppo di ragazzi gioca a takraw, con la palla di rattan che vola in aria come una preghiera giocosa.

La sera

La sera, mangio larb moo, una insalata tipica del luogo, in un chiosco sotto un albero di tamarindo, accompagnato da un
anziano contadino che mi parla della siccità, dei prezzi del riso, e della sua nostalgia per i tempi in cui «si poteva ancora bere
l’acqua del fiume». Il cielo si tinge di viola, e la città si addormenta presto, senza clamore. Da Udon a Khon Kaen, il paesaggio
cambia appena: sempre risaie, sempre strade polverose, sempre il profilo basso delle colline all’orizzonte.

Khon Kaen

Ma Khon Kaen è diversa: è una città universitaria, un nodo economico, un posto dove la tradizione si mescola con una modernità discreta. Arrivo in una serata di inizio inverno, e la differenza di temperatura rispetto alla caotica e umida Bangkok
si sente eccome. Mi rifugio in un caffè vicino al campus della Khon Kaen University, dove un gruppo di studentesse discute di politica con una franchezza che non mi aspettavo. Una di loro, Praew, mi invita a una festa al villaggio fuori città: «Vedrai come balliamo l’Isan luk thung», mi dice, con un sorriso che promette musica, riso e forse un po’ di lao khao, il whisky di riso locale.

Il lago cittadino

Nei giorni seguenti, però, è il lago cittadino – Bueng Kaen Nakhon – a diventare il mio ritrovo quotidiano. Cammino lungo i suoi argini all’imbrunire, quando l’aria si rinfresca e le luci dei lampioni si riflettono sull’acqua immobile. La gente passeggia in gruppi, coppie si siedono sulle panchine, anziani lanciano briciole di pane ai pesci. È un luogo di quiete urbana, dove la città respira. Un pomeriggio, mentre torno verso il centro, una donna non più giovanissima in sella a una moto rossa si ferma accanto a me. «Dove vai?», chiede in un inglese impacciato ma cordiale. Si chiama Lek, lavora in un ufficio poco distante, ma viene da una provincia vicina – non ricorda neanche il nome del tempio più grande della città, mi dice ridendo. «Non l’ho mai visitato!».

Il luogo sacro

Mi offre un passaggio. Salgo dietro di lei, il casco un po’ troppo grande e poco dopo arriviamo al Wat Nong Wang, un tempio
bianco e dorato
che si erge su una collinetta appena fuori dal centro. Entriamo insieme, scalzi, in silenzio. Lek si guarda intorno come se fosse la prima volta che vede qualcosa di sacro. «Siamo così abituati a correre… non ci fermiamo mai a guardare», dice. Dopo la visita, mi propone di mangiare qualcosa. Ci fermiamo in un piccolo ristorante lungo la strada, con tavoli di legno sotto un gazebo illuminato da lanterne. Ordiniamo petto d’anatra arrosto con riso e verdure saltate, un piatto che non mi aspettavo di trovare lì. Mentre mangiamo, Lek mi racconta che sogna di aprire una piccola fattoria biologica fuori città, un posto dove insegnare ai bambini a piantare il riso e a rispettare la terra. «Non voglio diventare ricca», dice. «Voglio solo vivere in pace». Quando mi riaccompagna alla guesthouse, la ringrazio. Lei sorride. «La prossima volta, portami con te a vedere il tuo villaggio».

A Roi Et

L’ultimo tratto del viaggio è il più intimo. Roi Et è una città sospesa, quasi fuori dal tempo. Circondata da laghi e risaie, sembra un luogo in cui il mondo si sia dimenticato di passare. Alloggio in una guesthouse vicino al lago Bueng Phlan. La proprietaria, una signora di nome Duang, ha perso il marito da poco e gestisce il posto da sola. Ogni mattina, prepara il caffè thailandese con cura maniacale, e mi racconta storie della sua gioventù: feste al tempio, fidanzati andati via per lavorare in città, sogni rimasti nel cassetto. «La vita è come il lago», dice un pomeriggio, guardando l’acqua immobile. «A volte è calma, a volte si agita. Ma alla fine, torna sempre in pace».

Il Buddhasa e il mercato

Cammino per ore lungo gli argini, osservando pescatori che gettano le reti con gesti lenti, ciclisti che tornano dai campi con sacchi di verdure legati al manubrio, monaci che meditano sotto gli alberi di bodhi. Visito il Wat Burapha Phiram, con il suo Buddhasa – una statua di Buddha sdraiato lunga 50 metri – dipinta di oro e rosso, come un gigante addormentato che sogna l’eternità. L’ultimo giorno, vado al mercato galleggiante sul lago. Non è una ricostruzione per turisti, ma un vero e proprio sistema di scambio che sopravvive da secoli. Le barche cariche di verdure, pesce essiccato, fiori e spezie si muovono lente sull’acqua. Compro una ciotola di kaeng som pla, una zuppa agrodolce con pesce d’acqua dolce, e la mangio seduto su una passerella di bambù. Quella sera, Duang mi prepara una cena d’addio: gaeng om, curry senza latte di cocco, pla pao, pesce grigliato ripieno di erbe e un bicchiere di sato, il vino di riso fatto in casa. «Torna», mi dice. «L’Isan non dimentica chi la rispetta».

La fine del viaggio

Il viaggio finisce come è cominciato: in treno. Ma questa volta, lo scompartimento è più leggero, nonostante lo zaino pieno di ricordi. L’Isan non è un posto che si visita. È un posto che ti entra dentro, piano piano, come la polvere rossa che si infila nelle scarpe, come il sapore del riso glutinoso che ti resta in bocca, come il silenzio delle sere senza luna. Non ho visto templi dorati né palazzi reali. Ma ho visto monaci che accettano l’elemosina con le mani unite, contadine che ridono mentre pestano il riso, studentesse che sognano un’altra Tailandia. Ho bevuto cocco con una donna di Ban Dun, sono salito su una moto con un’anima curiosa di Khon Kaen, ho ascoltato storie di lago e di perdita a Roi Et. E forse, in fondo, è questo il vero volto di un Paese: non nei monumenti, ma nelle vite che scorrono lente, quotidiane, necessarie. L’Isan non urla. Sussurra. E per ascoltarla, bisogna fermarsi. Camminare. Guardare. Mangiare con le mani. Lasciarsi sporcare. Lasciarsi cambiare. Perché viaggiare non è andare altrove. È tornare, ogni volta, un po’ diversi.

Una voce delle notizie: da oggi sempre con te!

Accedi a contenuti esclusivi

Potrebbe interessarti

Le rubriche

Mimì

Sport

Primo piano

Nessun risultato

La pagina richiesta non è stata trovata. Affina la tua ricerca, o utilizza la barra di navigazione qui sopra per trovare il post.

EDICOLA