L’America affronta oggi la più grave deriva illiberale e violenta della sua Storia recente. La democrazia rischia di cedere di fronte al tycoon? Parlano Del Pero, Bassu e Teodori
Da una parte, le piazze che in Iran si ribellano contro il regime teocratico degli ayatollah, dall’altra, i manifestanti che in Minnesota protestano contro la violenza poliziesca dell’amministrazione Usa dopo l’omicidio a sangue freddo di Renee Nicole Good da parte di un agente dell’Ice (Immigration and Customs Enforcement), l’agenzia federale responsabile del controllo dell’immigrazione.
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L’Altravoce vuole partire da una provocazione: gli Stati Uniti stanno diventando un regime dispotico come l’Iran? «Purtroppo è un accostamento inaudito ma di fronte all’immagine agghiacciante della donna uccisa dell’Ice ci sta», dice Carla Bassu, docente di diritto costituzionale comparato all’università di Sassari e autrice, con Francesco Clementi e altri colleghi, del manuale Diritto costituzionale degli Stati Uniti d’America. «Una violenza incredibile – prosegue – che si somma a quella successiva quando Trump, invece di prendere le distanze dall’atto di sangue e di mostrare solidarietà alla vittima, ha detto che le sta bene, esprimendo giudizi sulla sua vita personale. Un atteggiamento incoerente con la tradizione della democrazia americana: non è certo l’Iran, ma lo richiama».
Secondo Mario Del Pero, docente di Storia internazionale presso l’Istituto di studi politici Sciences Po di Parigi e autore di “Buio americano. Gli Stati Uniti e il mondo nell’era Trump“, «il parallelismo con l’Iran è fragile ma il fatto stesso di legare i due casi in una domanda ci dice qualcosa di drammatico. Che gli Usa vivano una deriva autoritaria è qualcosa di relativamente nuovo: ci sono state regressioni illiberali in nome della sicurezza nazionale, ma non ci siamo mai trovati alla Casa Bianca con un aspirante despota».
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Spaventa in particolare la trasformazione dell’Ice in una forza paramilitare e la gestione brutale delle politiche migratorie. «L’Ice da tempo è protagonista di azioni che fanno pensare a un uso sistematico della forza, tutt’altro che fisiologico, che lo trasformano in una costola del potere esecutivo», dice Bassu, ricordando che «negli Stati Uniti ci sono persone terrorizzate dal rischio di essere oggetto di indagine o di espulsione.
Il governo utilizza metodi che non rispettano il primato dell’essere umano e le cariche istituzionali parlano dei migranti in modo spregiativo. Gli Usa sono la patria delle libertà ma tutto ciò non è in linea con la centralità dei diritti umani». Insomma, non siamo ancora oltre lo stato di diritto, ma poco ci manca. Come racconta Del Pero, «c’è il rischio che l’Ice diventi una milizia privata del presidente. L’amministrazione ha l’obiettivo chiaro di arruolare persone politicamente e ideologicamente schierate: milioni di dollari per una campagna di reclutamento negli ambienti della vendita di armi, delle lotte marziali, dei podcast conservatori e della “Magasfera“. Queste persone arruolate mostrano un alto livello di impreparazione e dilettantismo: vogliono menar le mani ma non sanno gestire l’ordine pubblico che, del resto, non è il loro compito».
Per i Maga l’immigrazione è tema centrale
Il loro compito è la gestione dell’immigrazione che con questa amministrazione è diventato un tema ideologico centrale. «Alle due declinazioni dell’idea di nazione, quella civica del melting pot, calderone dove si immerge l’immigrato, e quella del multiculturalismo, nel quale non c’è più l’omologazione ma un mosaico di identità – spiega Del Pero – si oppone la visione essenzialista e razziale di Trump: gli Usa sono una nazione bianca e cristiana. Il ritorno del nazionalismo deve “ripulire” il corpo dell’America dalle mille impurità religiose e razziali: ne deriva una politica che sigilla le frontiere ed espelle i diversi. Il disegno trumpiano è razzista».
Sulla deriva autoritaria ritorna Massimo Teodori, già parlamentare e, per quasi tre decenni, professore ordinario di Storia e istituzioni degli Stati Uniti nell’universitò di Perugia, nonché autore di diversi volumi di storia americana: «Molti elementi fanno pensare a una degenerazione semiautoritaria e illiberale del paese. La democrazia americana è tutta basata su pesi e contrappesi, ma Trump vuole un potere senza limiti: il Congresso è stato messo ai margini in tutte le decisioni, specie quelle di politica estera dove il Senato è sovrano. Molti dipendenti pubblici sono stati licenziati solo perché non seguono le direttive dell’amministrazione e il sistema giudiziario federale viene usato contro i propri avversari».
A fronte di questi elementi che prospettano una degenerazione in senso illiberale, secondo Teodori ci sono però alcuni elementi di contrasto: «Il tentativo di saggiare la disponibilità dell’esercito a seguire una linea non legalitaria in una riunione di tutti gli alti gradi – ricorda – non ha avuto successo. E nel Congresso ci sono piccoli gruppi di repubblicani che votano con i democratici per opporsi a questo o quel provvedimento». Soprattutto Teodori evidenzia che «i tre interventi di politica estera che dovevano sancire il successo di Trump al punto da meritare il premio nobel – Gaza, Ucraina, Venezuela – hanno avuto risultati molto discutibili».
La deriva illiberale minaccia gli States
Ma la deriva illiberale del sistema americano resta una minaccia. «L’attacco a Capitol Hill è una breccia nella storia degli Usa dove il senso delle istituzioni anche nell’agone politico non era mai messo in discussione: tutto è andato in briciole con quell’assalto», avverte Carla Bassu. E, secondo Del Pero, la grazia concessa agli assalitori da Trump all’inizio del suo secondo mandato «normalizza un atto eversivo e mostra che una parte dell’America può godere di certi privilegi: ma se una democrazia non sa sanzionare un’eversione diventa vulnerabile».
Restrizioni alle frontiere sulla libertà di espressione, limitazioni di budget per le università, lotta contro i diritti LGBTQI+, licenziamenti dei dipendenti pubblici, ecc.: il Project 2025 che sembrava fantascienza è in fase di attuazione? Possiamo dire insomma che, con Trump, l’equilibrio tra poteri dello Stato, garanzie costituzionali e ruolo delle istituzioni sia stato rinegoziato in funzione della costruzione di un’infrastruttura autoritaria a sostegno del presidente?
«Assistiamo a una alterazione degli equilibri tra poteri a vantaggio dell’esecutivo – ammette Del Pero – con il presidente che domina incontrastato: il Congresso marginalizzato è il più improduttivo dell’ultimo secolo, si è aperto lo scontro con il potere giudiziario che è il principale contropotere, l’autonomia delle agenzie federali come la Fed è svuotata, con il licenziamento degli ispettori generali dei vari dipartimenti gli strumenti di controllo sono stati rimossi: sono elementi di una architettura autoritaria che si ispira al Project 2025». Un quadro davvero inquietante. «C’è uno scenario dispotico che in passato – ammette Bassu – mi sembrava fantascientifico. Negli Usa i pesi e contrappesi hanno sempre funzionato ma oggi assistiamo a cose che sembravano incredibili, dal ritiro dei finanziamenti alle università fino agli ostacoli all’ingresso nel paese per chi ha manifestato un dissenso contro l’amministrazione. La democrazia è un’altra cosa: Trump esercita una forza che lascia inebetiti».
Trump contro la solida struttura democratica Usa
Nei giorni scorsi il Senato Usa ha approvato una risoluzione per limitare l’uso delle forze armate da parte di Trump contro il Venezuela. Ma il presidente ha risposto che il suo unico limite è la sua stessa moralità… Insomma per il presidente “L’État c’est moi”, come in una monarchia assoluta? «Sono le parole di un aspirante despota e di un analfabeta delle istituzioni», conferma Del Pero.
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Ma tutto questo trasforma la democrazia americana? «Il sistema politico istituzionale Usa – ricorda Massimo Teodori – va avanti dal 1790 a oggi. Ogni 4 anni si sono tenute le elezioni presidenziali, nessuna elezione è mai stata cancellata. Un sistema che si è perfezionato e va avanti da due secoli mentre in Europa i regimi democratici sono caduti a vantaggio di nazismo, fascismo e comunismo. Negli Usa non è mai successo nulla di tutto questo».
Perché? Teodori invita a riflettere su due fatti rilevanti. «Il primo è il carattere federale degli Stati Uniti: chi conquista Washington non può realizzare il fascismo o il comunismo perché i 50 stati hanno completa autonomia istituzionale, i loro sistemi giudiziari sono autonomi, diversi i loro modi di vivere e l’attaccamento alle libertà statali è estremamente radicato. In 250 anni il federalismo ha sempre impedito il dispotismo nonostante i tentativi pro-fascisti degli anni ’30, il maccartismo degli anni ’50 e l’esproprio del Congresso tentato da Richard Nixon negli anni ’70».
Il sistema americano che si tutela dagli autoritarismi
C’è poi un altro aspetto di rilevanza costituzionale. «Le elezioni presidenziali e del Congresso – ricorda Teodori – sono a data fissa: né il presidente, né il Congresso, né la Corte suprema possono cambiare queste scadenze. Non esiste altro paese al mondo democratico con questa caratteristica: così l’indisponibilità delle date elettorali e delle cariche statali e federali rappresenta un’interruzione di tutti i tentativi autoritari». Lo ha spiegato proprio Trump nei giorni scorsi. Racconta Teodori: «Trump ha detto ai suoi: “Datevi da fare per vincere le elezioni di midterm, altrimenti io sarò sottoposto a impeachment”. È la consapevolezza che la tagliola delle elezioni interrompe tutti i tentativi autoritari». Insomma, il federalismo e l’indisponibilità della data elettorale hanno delle conseguenze positive.
«Già le recenti elezioni parziali hanno registrato una valanga di bocciature di repubblicani – ricorda Teodori – e lo stesso si prevede per la Camera che, in occasione del midterm, passerà ai democratici: così Trump diventa un’anatra zoppa e non potrà ripetere ciò che ha fatto nel 2025 approfittando di una situazione rara: Camera, Senato e Corte suprema dello stesso colore». Teodori confida anche nelle 300 procedure giudiziarie che pesano su Trump sia a livello statale che federale: del resto, «il tentativo di usare la guardia nazionale nelle singole città è stata ribaltata per via giudiziaria costringendo il presidente a fare marcia indietro». Insomma, non basta avere il controllo di Washington per trasformare il sistema democratico statunitense: «Non ci sono segni strutturali né leggi costituzionali che vanno in questa direzione». Intanto i sondaggi dicono che il consenso per Trump continua a diminuire: le elezioni di midterm potrebbero riservare importanti sorprese.


















