Nicolò Zanon, già vicepresidente della Corte Costituzionale, è oggi alla guida del Comitato Sì Riforma: «L’Anm fa politica. Sbaglia»
«Temo che la premier Meloni abbia ragione quando afferma che i magistrati spesso vanificano il lavoro del Parlamento, soprattutto sul tema dell’immigrazione». A dirlo in questa intervista è il professor Nicolò Zanon, già vicepresidente della Corte Costituzionale e oggi alla guida del comitato “Sì riforma” per il referendum sulla separazione delle carriere.
Professore, le parole della premier toccano il delicato tema del controllo di legalità sulle scelte politiche. Cosa ne pensa?
«Qui non c’è bisogno di essere né reazionari né tanto meno razzisti, ma valutando con equanimità la questione dei Paesi di origine sicuri e l’atteggiamento dei giudici comuni e della Corte di giustizia, devo dire che i magistrati fanno delle scelte davvero contestabili proprio sul piano tecnico-giuridico. Seguendo la giurisprudenza italiana prevalente, che ha di fatto messo nel nulla la procedura accelerata di frontiera e vedendo poi l’ultima sentenza della Corte di giustizia, le scelte delle toghe lasciano perplessi. Creano delle forme di tutela più ampie per quelli che chiedono asilo di quelle che sono in realtà previste dalle direttive, anche da quella che entrerà in vigore nel giugno 2026. E addirittura pretendendo di sindacare, di controllare la nozione di Paese sicuro, ben al di là di quello che queste norme consentirebbero loro, e a prescindere del tutto dalle condizioni del richiedente».
Spieghiamo meglio quest’ultimo punto.
«Spesso ci sono pronunce che danno tutela maggiore, quindi negano la procedura accelerata, a prescindere dalle condizioni del richiedente, semplicemente perché si ritiene – nella loro visione – che quel Paese di origine non sia sicuro, o per territorio o per categoria di persone, a prescindere dal fatto che poi quel richiedente venga da quel territorio o faccia parte di quella categoria di persone, e procedono alla disapplicazione delle leggi italiane sulla base di questo presunto primato del diritto europeo. Purtroppo la Corte di Giustizia gli tiene il cordone. Temo che continuando così non rendano un buon servizio alla separazione dei poteri, al rispetto di cui devono godere tutte le magistrature nazionali e sovranazionali.
Anzi, nei governi che hanno una legittimità democratica e nell’opinione pubblica che assiste a queste vicende, si crea un senso di rifiuto che non giova all’equilibrio dei dibattiti e degli atteggiamenti nei confronti delle magistrature. Il timore che c’è in questi casi è che una certa giurisprudenza tenda sempre a dare delle interpretazioni spesso contestabili rispetto alle norme con le quali le maggioranze parlamentari cercano di dare risposte al bisogno di sicurezza delle persone. La sicurezza è un diritto fondamentale, e quindi bisogna fare in modo che sia garantito a tutti, soprattutto ai più deboli».
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Restando sul tema della sicurezza e delle espulsioni, in Italia le cancellerie sono ingolfate, ci sono ritardi e arretrati nelle decisioni, nonostante le normative prevedano procedure urgenti.
«Non c’è dubbio che le inadempienze e le lentezze possano trovarsi a diversi livelli, non solo nella giurisdizione. Ma negli ultimi decenni non ho mai sentito da parte della magistratura parole di autocritica: se i processi sono lenti e le cause si accumulano e le pratiche si accavallano sulle scrivanie, sarà mica responsabilità di noi cittadini? Ci sarà evidentemente anche un modo di organizzare il lavoro che è insufficiente».
La mancanza di autocritica delle toghe fa il paio con la strategia politica – tra manifesti e slogan – messa in atto per il referendum sulla separazione delle carriere?
«Credo che la presidente del Consiglio abbia dato una stoccata pesantissima all’Anm quando, parlando della campagna referendaria e degli slogan nelle stazioni, gli ha sostanzialmente detto “voi vi delegittimate da soli”. Se fossi in Anm ci rifletterei: le funzioni pubbliche vanno esercitate con disciplina ed onore, ed è evidente che il sindacato delle toghe ha scelto di mettersi sul terreno politico. Credo sia sbagliato, perché qualunque sia l’esito del voto, alla fine di questa terribile campagna referendaria, come li guarderemo questi magistrati? Con quale fiducia?».
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Il deputato di Fi Costa ha criticato l’Anm anche sul tema dei finanziamenti per aver stanziato fino a 500mila euro a favore del Comitato per il No. Cosa ne pensa?
«Il Comitato dell’Anm è una emanazione dell’Anm. Nello statuto del sindacato delle toghe c’è scritto che non può svolgere attività di natura politica, invece questo Comitato lo sta facendo pur essendo dipendente dalle decisioni dell’Anm. Quanto ai finanziamenti, credo che i comitati dovrebbero essere equiparati, soprattutto in campagna elettorale, agli stessi partiti politici e non dovrebbero poter ricevere più di una somma (che mi pare sia intorno ai 100mila euro da un unico soggetto). Quello che non mi torna sono questi 500mila euro devoluti dall’unico soggetto Anm al suo Comitato, anche se avranno certamente verificato la legittimità dell’operazione. E ancora, se questi soldi derivano dai contributi degli associati, che sono le toghe, tutti i magistrati sono per il no? Se fossi un magistrato per il sì forse non sarei contento che il mio contributo all’Anm venga usato per il no».
Sempre più magistrati tra l’altro stanno aggiungendosi alla fronda del Sì…
«Sì ce ne sono tanti, e credo che l’Anm abbia una pretesa rappresentativa totale della categoria, anche se la categoria in realtà al suo interno ha un pluralismo di visione, come loro stessi dicono».
Cosa pensa della polemica scaturita dall’iniziativa di raccogliere le firme per l’indizione di un referendum già ammesso dalla Cassazione?
«È un tema molto studiato dai costituzionalisti. L’articolo 15 della legge 352 del ‘70 è chiarissimo: i termini decorrono dalla prima ordinanza di Cassazione che ammette, e da lì si sviluppa tutta la cronologia. Per cui, quello che sta facendo il governo di fissare la data il 22-23 marzo è perfettamente nella legittimità.
La diversa visione che i promotori di questa iniziativa sostengono è in realtà una prassi interpretativa inaugurata nei primi anni 2000 con il governo Amato, che però non è del tutto conforme alla legge, anzi molti studiosi dicono che è “contra legem”, perché dà spazio agli interessi soggettivi dei diversi possibili promotori del referendum, trascurando che c’è un interesse oggettivo dell’ordinamento a sciogliere quanto prima possibile l’incertezza sulla vigenza della delibera legislativa approvata dalle Camere. Quindi questo interesse oggettivo è la ragione che dovrebbe prevalere, anche perché due mesi e mezzo di campagna fatta normalmente mi pare siano più che sufficienti. Mi sembrano iniziative dilatorie del tutto inutili».


















